GUERRA ALL’ISIS: AGIRE O ASPETTARE IL DAY AFTYER?

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Attaccano con quello che hanno di disponibile: esplosivo, fucile mitragliatore, automezzi, una pistola, un’ascia, un semplice coltello. E noi rimaniamo attoniti. Primo perché nonostante ogni autorità dichiari che siamo in guerra, nessuno vuol trarne le conseguenze e combattere: si spera che tocchi sempre ad altri.

Il signorino soddisfatto (qualcuno ricorderà Ortega Y Gasset) non ne vuole sapere di uscire dal guscio inconsistente delle sue evanescenti sicurezze e, quando non è connivente, rifugge dalla prospettiva di un qualsiasi impegno, anche sul piano delle idee e del confronto culturale. Ha perso la forza interiore che solo una religione vera o un credo civile profondamente radicato può motivare all’ azione.

Secondo perché per sostenere un conflitto bellico bisogna conoscere i precedenti storici ed esser tuttavia consapevoli che combattere la guerra di oggi e di domani con la condotta seguita nella precedente significa quasi sicuramente soccombere.

Quanto ai precedenti storici il fenomeno attuale ricorda quello che vide protagonisti i Sicarii (o Iscarioti), setta estremistica degli Zeloti che duemila anni fa fulminava i soldati di Roma con acuminati pugnali. In realtà rimasero sempre ai margini, rispetto all’ intera compagine delle popolazioni ebraiche.

I Romani, insieme al pugno duro, furono abili nell’interloquire con le classi medio-alte locali cui interessava mantenere la proprie prerogative sociali ed economiche, che videro garantite dagli occupanti. Sorvolando sul pugno duro, ci si può domandare se una simile strada si è mai percorsa seriamente con il mondo islamico ormai saldamente insediatosi dalle nostre parti.

Le varie commissioni di studio e confronto istituite sanno molto di facciata.

In realtà l immigrazione di area musulmana o la si è sfruttata senza considerarne i problemi, o la si è collocata negli schemi di una rinata lotta di classe, come un inaspettato quinto stato da utilizzare quale puntello di un sistema di apparente competizione, in realtà evolutosi in una gestione interessata ed egemonica della cosa pubblica, altrimenti al tramonto. Un quinto stato che è tuttavia rimasto relegato nelle banlieue e nelle periferie, il cui vero patrimonio di cultura e di costume ha continuato ad essere, rafforzandosi, l’appartenenza religiosa. Insomma non sono diventati comunisti e nemmeno socialdemocratici. Ma il fanatismo è cresciuto.

Altro movimento che viene in mente è l’intifada, specie quella più recente dei coltelli.

Gli attentatori talvolta riescono a colpire, non sempre ad ammazzare. Ma vengono inevitabilmente sopraffatti ed anche uccisi, così diminuendo sempre di più l’appeal di questo “modus operandi”. Tante volte, quando si parla di terrorismo, si sostiene che l’Occidente intero si avvia a vivere costantemente una situazione analoga a quella di Israele. Quanto ai fatti, nulla. Solo molti discorsi.

Oggi bisogna per prima cosa riaffermare il principio secondo cui anche una guerra di rimessa (difensiva) deve prevedere che l’attaccante si neutralizza prima possibile.

La guerra è altro rispetto ad un’operazione di pubblica sicurezza. Lo ha capito, più che la polizia (municipale) di Nizza, il cittadino eroe che si è aggrappato al camion ed è stato determinante per arrestare la strage: peccato che non si sia trovato almeno qualche centinaio di metri prima, sulla strada del tir.

Meno lo aveva capito il poliziotto turco (si vede in un video) che pur efficacemente ha steso un attentatore all’ Aeroporto Ataturk sparandogli alle gambe; ma l’esitazione successiva ha permesso l’attivazione del giubbotto esplosivo da parte dello stesso suicida, con gli effetti che si possono immaginare.

In guerra il contendente si chiama poi nemico e, nel quadro giuridico che comunque esiste anche per i conflitti, lo si tratta come tale. Banale? Mica tanto! E’ una constatazione scomoda per tanti Italiani ed Europei. Forse troppi.

Infine c’ è da tener conto del contesto dei fiancheggiatori e delle quinte colonne. Per i primi la stima quantitativa varia a seconda dell’impostazione ideologica di chi esamina l’argomento.

Nella realtà si tratta di un’entità molto consistente se non enorme, per lo più situata in un guardingo (soprattutto verso di noi) attendismo. Le seconde sono forse altrettanto numerose e di vario ceppo culturale. Sono ancor più deleterie, perché demoliscono dall’ interno ogni capacità di reazione.

Quanto ai criteri innovativi con cui condurre questa guerra, è ormai evidente che gli attacchi sono diretti a colpire laddove si possa massimizzare il numero delle vittime ed a valorizzare il moltiplicatore motivazionale della risonanza mediatica.

Posto che è impossibile e lesivo di un diritto fondamentale chiudere giornali e televisioni o, quanto meno, controllarli (solo un despota come Erdogan può permetterselo), bisogna mirare al secondo obiettivo: far fallire un attentato significa evitare che l’azione causi perdite umane.

Pur in varie circostanze numerose, le vittime sono di entità correlata ai mezzi di offesa utilizzati, spesso di rango modesto. Si abbia tuttavia ben presente che i terroristi hanno anche distrutto lo World Trade Center di New York, uccidendo nell’ attacco 3.000 persone circa.

Occorre pertanto in primo luogo scongiurare che gli attentatori possano disporre di strumenti in qualunque modo distruttivi.

Questa è oggi la massima responsabilità delle autorità di governo di ogni Stato, possibile obiettivo di attacchi. Non vogliamo dubitare, neanche un attimo, che esse sentano questa responsabilità e che la sappiano onorare.

Inoltre. Vari organi di stampa elencano i teatri degli ultimi attacchi.

Non ne indichiamo altri di ipotizzabili: i terroristi hanno già abbastanza fantasia nello sceglierne di nuovi ed è bene non dar loro il più minimo spunto.

Ma se è vero che è impossibile per uno Stato difendere ogni luogo di aggregazione, visto con quale facilità veniamo aggrediti cominciamo a chiederci se le nostre autorità nazionali ed europee hanno dei piani per rendere inefficaci gli attacchi terroristici, minimizzando ed auspicabilmente azzerando il numero delle vittime.

In caso di attacco la gente come si deve comportare? Quali misure è previsto che si debbano assumere in termini di autodifesa, soccorso, trasporto, viabilità, servizi pubblici essenziali, ecc.? Quando le città venivano bombardate i civili venivano istruiti su come non essere bersaglio del nemico e come raggiungere i rifugi.

Quali indicazioni concrete si debbono fornire ai cittadini per proteggersi in caso di attacchi? I silenzi in proposito confermano che siamo ancora lontani da un’ipotesi di assetti che possano, anche in minima parte, ispirarsi alla situazione israeliana.

Occorrerebbe invece non nascondersi più di fronte alla impietosa realtà dei fatti e smettere di solo recitare riconoscendo una volta per tutte che ai nostri popoli viene mossa una guerra ed assumendo le ineludibili iniziative per la nostra difesa. Per ora si continua con il mantra, invero sempre più vacuo, secondo cui il terrorismo non deve sconvolgere il nostro stile di vita. Ma intanto le strade dell’Europa, e pure dell’America, si riempiono di morti. E dalle parti dell’Isis si esulta.

Carlo CorbinelliVedi tutti gli articoli

Nato a Tavarnelle Val di Pesa (FI) nel 1955, è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà "Cesare Alfieri" dell'Università di Firenze ed in Scienze della Sicurezza presso l'Ateneo di Tor Vergata. Ha conseguito vari diplomi post-universitari nel campo delle relazioni internazionali e della tecnica legislativa. Ha prestato per 36 anni servizio quale ufficiale dei Carabinieri, con incarichi in Italia e all'estero in tutti i settori di competenza dell'Arma. Da Colonnello ha retto la Segreteria del Sottosegretario alla Difesa, Il Comando Provinciale di Perugia ed il 2° Reggimento Allievi Marescialli di Firenze. Nella riserva dal marzo 2015, svolge attività di consulente in qualità di esperto di "Security". Collabora con il Centro di Studi Strategici Internazionali ed Imprenditoriali dell'Università di Firenze.

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