IL BOPE IN PRIMA LINEA ALLE OLIMPIADI DI RIO

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Ci siamo quasi. Le olimpiadi di Rio stanno per cominciare e saranno una vetrina mondiale per tutto il Brasile. Grande è l’attesa, tante le preoccupazioni. Il clima non è dei migliori, visti i timori di attentati e la crisi politica che si somma ad una grave recessione economica. Le forze armate sono state duramente decurtate, proprio in una fase decisiva di ammodernamento e di integrazione interforze.

Inutile nasconderne i malumori. Per i Giochi il dispositivo di sicurezza è comunque imponente. Mobilita 85.000 uomini delle forze di sicurezza, 67.000 dei quali nella sola Rio

Non meno di 3.300 uomini saranno dispiegati intorno allo stadio Maracanà per la cerimonia di apertura del 5 agosto.

Per le autorità d’intelligence brasiliane sono almeno dodici le minacce potenziali. Ma dopo Nizza, Monaco e Rouen, il terrorismo è il primo della lista. Una cellula che pianificava attentati è stata smantellata dalla polizia federale il 21 luglio, grazie a un’imbeccata dell’FBI.

Sebbene il paese registri un alto tasso di violenza e di narco-criminalità, non ha mai subito attacchi terroristici di matrice jihadista o religiosa. La comunità musulmana è una componente minoritaria della popolazione, non superiore allo 0,2% del totale, contro il 63% di osservanti cattolici e il 22% di protestanti. C’è però un fatto nuovo, non ancora stimato nei censimenti.

Molti evangelici stanno abiurando e convertendosi all’islam. Un fenomeno da non sottovalutare, perché potrebbe incidere su un tessuto sociale già turbolento, per i problemi mai risolti di criminalità urbana, narcotraffico, rapine e manifestazioni violente.

Il quartiere Maré, a Rio, raggruppa 16 favelas e 130.000 abitanti. Fino a due anni fa era il sancta sanctorum delle gang e dei cartelli della droga.

Vi circolavano armi e fucili d’assalto AK-47, dal grilletto molto facile. Oggi è sotto controllo, perché siamo a pochissimi chilometri dall’aeroporto internazionale della città, dove sbarcheranno almeno 500.000 visitatori. Le autorità brasiliane hanno adottato tutte le contromisure.

Hanno attivato un centro per lo scambio di informazioni e saranno affiancate da specialisti del controterrorismo di sette paesi americani ed europei (Argentina, Paraguay, USA, Belgio, Francia, Spagna e UK), precedute per tempo da stage all’estero, per documentarsi sulle procedure di sicurezza adottate dai colleghi stranieri al Tour de France, agli Europei di calcio, alla maratona di Boston e Berlino, e così via.

«Mi chiedete allora se siamo invulnerabili? No, nessuno lo è», chiosa prudente Raul Jungmann, ministro della Difesa, nell’ultima intervista televisiva.

La polizia militare dello stato di Rio è in massima allerta. Schiererà in prima linea la sua punta di diamante, le forze speciali del Batalhão de Operacões Policiais Especiais o, più semplicemente, BOPE. Il battaglione conta 550 uomini (e 14 donne), tutti altamente addestrati alla controguerriglia urbana, al controterrorismo e alla liberazione di ostaggi. Tanti gli scambi con i colleghi francesi del GIGN.

Dentro il BOPE

Il BOPE non opera sull’intero territorio brasiliano, ma solo nello Stato di Rio, uno dei 27 che compongono la federazione. I 15.000 uomini della polizia federale sono ‘semplici’ investigatori anticrimine e dipendono dal ministero della Giustizia. Vediamo di capire meglio. Nell’ordinamento brasiliano, le missioni tipiche di sicurezza nazionale sono delegate ai singoli stati. Ognuno dispone di due polizie, una civile e l’altra militare.

La seconda fa ordine pubblico e controguerriglia urbana, ha uno statuto ad hoc ed è una riserva dell’esercito. Una tradizione di lunga data, visto che la polizia militare esiste in Brasile dall’inizio del 1800 e, checché se ne dica, canoni e dottrina militare non nascono nel periodo della dittatura (1964-1985).

Fra i corpi della polizia militare c’è l’iper-mediatizzato BOPE. Il quartier generale dell’unità è in un ex casinò sequestrato ai narcotrafficanti. Sorge sulle colline meridionali della città di Rio, nel quartiere Laranjeiras, sul Morro do Pereirão. Ai suoi piedi c’è un’immensa favela, la prima ad essere stata bonificata dai commando. Per intenderci, molti esperti la considerano il luogo fra i più sicuri di tutta l’America Latina.

È la cosiddetta zona verde, dove non c’è più spazio per i criminali. Nel lessico del BOPE, la zona gialla è l’intera città di Rio, con un indice di pericolosità maggiore, che si fa massima nella zona rossa, nelle bidonville già note per la presenza di narcotrafficanti.

Con loro è guerra aperta, senza esclusione di colpi. Chi avesse visto il film Tropa de Elite si sarà già fatto un’idea. La pellicola è fin troppo realistica.

Ha ricevuto un “Orso d’oro” e una marea di critiche, accusata di essere un panegirico dei metodi d’intervento spesso brutali del BOPE, aduso a tecniche di interrogatorio durissime.

L’unità è nel mirino di Amnesty International per le operazioni nelle favelas svoltesi dal 2009 in poi. L’ONG che porta il nome di Osservatorio delle favelas ha organizzato decine di manifestazioni di protesta contro il suo modus operandi.

Facile a dirsi quando non si fronteggiano in prima persona fuorilegge come gli uomini del Comando Vermhelo, la più grande organizzazione criminale di Rio. Assassini spietati. Restituire alla legge una favela fuori controllo è un compito arduo, che si svolge generalmente in quattro fasi: riconquista militare, stabilizzazione, occupazione e post-occupazione.

Le prime due sono appannaggio del BOPE, unità che risponde direttamente al capo di stato maggiore della polizia militare. Una compagnia è in allerta 24 ore su 24 e nel caso di prese di ostaggi c’è sempre disponibile l’unità d’intervento tattico (TIU), con mediatori, sniper e un gruppo di salvataggio combat.

Entrare nel BOPE non è facile. Bisogna avere un’esperienza minimo decennale in uno degli altri corpi della polizia militare e, ovvio, una condizione fisica, medica e psicologica eccellente. Poi si devono superare due stage durissimi.

Il primo è il Curso de Operações Especiais, che dura da tre a sei mesi e forma il candidato agli interventi in zone di conflitto e al salvataggio di ostaggi. Il secondo è il Curso de Ações Tàticas che dura quattro settimane.

Pochissimi i candidati che li superano. Chi integri l’unità può essere chiamato in qualsiasi istante a supportare gli altri battaglioni militari dello Stato di Rio, in un terreno ostile, che varia dalla giungla alla montagna, passando per il mare e i fiumi, con aree fortemente urbanizzate e degradate.

L’addestramento è continuo e si fatto incessante proprio in vista dei Giochi. Bisogna esser pronti a qualsiasi evenienza. Ecco perché ci sono state manovre quasi quotidiane nella favela ai piedi del quartier generale.

I membri del battaglione conoscono a menadito le difficoltà operative. Hanno familiarità con la topografia della città e il terreno molto compartimentato, che offre più di un vantaggio ai malintenzionati.

Gli spazi sono angusti, con vicoli larghi talvolta un metro. Bisogna saper sfruttare ogni appiglio tattico, perché i ripari sono scarsi e il pericolo onnipresente. La dimestichezza nell’uso dei fucili d’assalto FAL  e AR-10 A4  è un imperativo categorico, così come il savoir faire nelle arti marziali (il jujitsu), nel combattimento corpo a corpo e nella guerriglia urbana. Tutte arti affinate nel tempo dagli uomini del BOPE, che sono considerati un paradigma mondiale di riferimento nella gestione dei problemi delle bidonville.

In missione, il loro equipaggiamento supera in genere i 30 kg. Ogni commando indossa un elmetto in kevlar e protezioni balistiche individuali.

In genere è armato con un fucile automatico e lanciagranate, una pistola Taurus PT92, la variante brasiliana della Beretta 92FS, e un pugnale della linea da combattimento Wotan/Corneta.

Quest’ultimo appare anche nell’araldica del battaglione. L’emblema del BOPE è sinonimo stesso della sua hybris, come gli inni e le canzoni che si imparano nelle tappe dell’addestramento .

Il primo raffigura un teschio trapassato da un pugnale, dall’alto in basso. Ai lati si incrociano due pistole. Serve ad incutere timore e a fugare ogni dubbio sulla determinazione nell’agire.

Campeggia su tutti i blindati 4×4 Maverick dell’unità, i famigerati caveirão, nella variante con armamento pesante e torretta orientabile a 360° stigmatizzati a più riprese dalle ONG che si occupano di difesa dei diritti umani.

Le operazioni del BOPE hanno una trama comune e un binomio ricorrente: colpire repentinamente e forte.

Usualmente, gli interventi scattano all’alba. Vengono sigillate le strade d’accesso all’area da bonificare, lo spazio aereo è chiuso.

i veicoli bli dati Caveirão da 8 tonnellate forzano gli ingressi. A bordo di ogni mezzo ci sono dodici commando equipaggiati di tutto punto. Quasi tutte le azioni sono filmate e i passaggi più eloquenti diffusi sulle tv nazionali, talvolta commentati in diretta.

Un modo per dissuadere e persuadere. Quando occorre ci sono gli altri corpi della polizia militare in appoggio, con carri, blindati ed elicotteri. Scene già viste nella favela del Complexo Alemão e nella bidonville Rochina fra il 2010 e il 2011.

Foto: BOPE e Forze d’élite

Francesco PalmasVedi tutti gli articoli

Nato a Cagliari, dove ha seguito gli studi classici e universitari, si è trasferito a Roma per frequentare come civile il 6° Corso Superiore di Stato Maggiore Interforze. Analista militare indipendente, scrive attualmente per Panorama Difesa, Informazioni della Difesa e il quotidiano Avvenire. Ha collaborato con Rivista Militare, Rivista Marittima, Rivista Aeronautica, Rivista della Guardia di Finanza, Storia Militare, Storia&Battaglie, Tecnologia&Difesa, Raid, Affari Esteri e Rivista di Studi Politici Internazionali. Ha pubblicato un saggio sugli avvenimenti della politica estera francese fra il settembre del 1944 e il maggio del 1945 e curato un volume sul Poligono di Nettuno, edito dal Segretariato della Difesa.

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