VENTOTENE E IL FACILE APPELLO ALLA MULTINAZIONALITÀ

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Come in qualsiasi gioco di prestigio che si rispetti, anche a Ventotene ci sono stati dei diversivi per confondere il pubblico al fine di non lasciar intravvedere quali erano (tra i tanti sbandierati) i reali obiettivi in gioco.

L’esigenza di battere un colpo per far vedere che l’Europa continua anche dopo la BREXIT era sicuramente un obiettivo comune ai tre Capi di Stato/Governo riuniti. Ognuno, poi, aveva i propri obiettivi personali e/o nazionali.

Ritengo che per l’Italia (e per il nostro Premier) quelli più importanti fossero di sancire l’ingresso in un ipotetico triumvirato europeo e ottenere dalla Germania una promessa di flessibilità in relazione al patto di stabilità (forse raggiunto il primo, non mi pare il secondo).

Questo il piatto forte, il resto mi sembra fosse solo contorno. Colorito, appetitoso, ma sempre contorno.

Lo era la problematica dei migranti (in merito alla quale il passaggio da dichiarazioni di principio a risultati concreti continua a non manifestarsi e dove ben poca comprensione ci si poteva aspettare, stante anche la nostra policy in materia, chiaramente non condivisa a nord delle Alpi) e lo era ancor più (a mio modesto avviso) la proposta italiana in termini di politica di difesa europea.

Concentriamoci, per un momento, soltanto su questa ultima proposta.  Si è sbandierata la proposta di costituire (per l’ennesima volta!) formazioni militari multinazionali. Ebbene, dov’è la novità? Ne esistono già di tutti i tipi:

–    Di contingenza (ovvero per far fronte a una specifica missione): sono tali tutte le formazioni schierate dall’ONU, dalla NATO o dall’EU nelle operazioni che tali organizzazioni conducono in giro per il mondo. Così come ci sono state quelle che facevano capo a una “coalition of the willing” (in quest’ultima categoria farei anche entrare la missione “Alba” a guida italiana nel 1997)

–    Pre-costituite (anche qui è difficile fare un elenco esaustivo, dai Corpi d’Armata di Reazione Rapida e relative unità livello divisione e brigata assegnate alla NATO, ai Battle Groups dell’UE, ecc.)

Personalmente (da soldato) ritengo che lo “strumento militare” sia, appunto, uno “strumento” che deve poter essere plasmato di volta in volta per conseguire gli obiettivi politico-strategici che ci si propone. Tali obiettivi devono essere chiari, possibili e condivisi tra chi li persegue.

Allora … si parla di una forza multinazionale a tre … Italia, Francia e Germania.  Come spot elettorale suona decisamente bene. L’Italietta entra “nella sala” dei bottoni dell’Europa! Bravi!
Peraltro, mi chiedo: per fare cosa? E i reparti opererebbero sulla base delle direttive emanate da chi?

Le formazioni multinazionali sotto comando NATO e/o UE, se impegnate, rispondono alle strutture di comando delle due organizzazioni (più articolata e strutturata quella della NATO, molto meno quella UE, che, infatti, si prefigge obiettivi militari ben più limitati).

Ora, ipotizziamo, di costituire tale nuove formazioni. Bene. Oddio, c’è qualche pedante che mi fa notare che, in realtà, si tratterebbe di chiedere ai Francesi ed ai Tedeschi di farci per favore entrare nelle LORO formazioni Franco-Tedesche che esistono da anni!

La Brigata Franco-Tedesca fu costituita già nel 1991, l’Eurocorpo (a guida Franco-Tedesca e di cui fanno parte anche Spagna, Belgio e Lussemburgo) fu costituito nel 1992 e partecipa a operazioni NATO dal 1998.

Negli anni novanta e inizio 2000 l’Italia ha sempre “snobbato” la partecipazione all’Eurocorpo preferendo investire sul rapporto biunivoco con il Regno Unito: l’Italia era la seconda nazione in ambito ARRC (a framework UK), in compenso UK forniva il secondo contingente a NRDC-ITALY (a framework italiano).

Oggi vogliamo costituire un’altra formazione policroma e multinazionale? Si può fare, ovviamente! Peraltro, occorre notare che Francia e Germania, prima di costituire formazioni multinazionali, hanno pensato alla “testa”.

Ben prima di costituire formazioni “miste” ancora nel 1987, il Presidente François Mitterrand e il Cancelliere Helmut Kohl decisero di intensificare la collaborazione militare tra i due Paesi, creando il Consiglio di Sicurezza e Difesa Franco-Tedesco.

Forse è a questo livello che ci si dovrebbe inserire prima di rendere disponibili forze militari senza sapere per che cosa debbano essere impiegate.

Mi rendo conto che si tratterebbe di un fondamentale cambiamento di approccio. Infatti è dall’inizio degli anni novanta del secolo scorso che l’Italia tenta di surrogare l’assenza di una “vision” nazionale in materia di politica estera con l’invio di consistenti contingenti militari sotto qualsiasi bandiera (ONU, NATO, UE, Coalition of the willing a guida USA, ecc).

È tanta la nostra abitudine a offrire contingenti militari per operazioni all’estero, indipendentemente dal ritorno in termini di “interessi nazionali”, che sembrerebbe essere l’unico modo in cui siamo in grado di esercitare una politica estera.

Forse, se la Repubblica di San Marino lanciasse una Forza Multinazionale nel Pacifico per proteggere i cetacei dai cacciatori di balene cinesi potrebbe anche essere che non gli negheremmo un paio di corvette!

Tornando al punto chiave: quale direzione “politica” impiegherebbe (per il perseguimento dei propri obiettivi strategici) il complesso mix di strumenti economici, diplomatici e militari indispensabili per la soluzione di crisi in cui andrebbero ad inserirsi le novelle forze tri-nazionali?

Chi definirebbe gli obiettivi politico-strategici, le missioni operative, le regole d’ingaggio e le relative conseguenze in termini di perdite nostre e di potenziali vittime dei talvolta inevitabili effetti collaterali connessi con  l’uso di quella che gli anglosassoni chiamano “deadly force”?

Occorrerebbe creare un direttorio politico-strategico-militare a tre, che si aggiungerebbe a quelli che rappresentano i tre paesi in questione in ambito UE e NATO.

Poco probabile, ma soprattutto poco verosimile. Se, invece, tali forze fossero rese disponibili per operazioni a guida UE (o NATO) si tratterebbe dell’ennesimo “doppione”.

Senza una percezione della sicurezza condivisa e senza una comune politica estera e di difesa, i battle-groups o qualsiasi altra formazione avrebbe una grande valenza addestrativa per i quadri e per i soldati che ne fanno parte, ma una valenza operativa limitata.

Altro punto è l’efficacia delle formazioni multinazionali. Le formazioni multinazionali rispondono a un’esigenza politica prima ancora che militare.

È vero che la “campagna di coalizione” consente il “burden sharing” di quell’impegno operativo che, nei teatri di oggi, poche nazioni possono affrontare da sole.

Peraltro, la grande valenza della multi-nazionalità è essenzialmente di natura politica: dimostrare la coesione politica del maggior numero di paesi possibile per il conseguimento di un particolare obiettivo politico-militare. ISAF in Afghanistan al momento della sua massima espansione ha annoverato quasi cinquanta nazioni contributrici: quasi il doppio rispetto ai 28 membri dell’Alleanza Atlantica.

Dalla Mongolia alla Colombia, dagli Emirati Arabi alla Georgia, contingenti piccoli e talvolta neanche autosufficienti, ma significativi per dimostrare che non c’era solo la NATO a portare avanti quella missione.

Tali contingenti potevano spesso rappresentare un handicap sotto il profilo prettamente militare, ma la loro grande valenza era politica. Però, la NATO (nel bene o nel male) ha delle strutture politico-militari decisionali di fusione e di amalgama delle istanze nazionali, capaci di tradurre in missioni militari abbastanza coerenti input politici nazionali talvolta (se non spesso) sconnessi.

Da quello che ho letto della proposta italiana, mi pare si parte ancora una volta da ciò che può apparire visibile (formazioni multinazionali con pittoresche uniformi diverse) ma si sorvola sull’essenziale: i centri di comando (politico, prima ancora che militare) e, soprattutto, l’elaborazione di politiche estere comuni (al cui perseguimento dovrebbero essere destinati i costituendi strumenti militari multinazionali).

Lo so: si tratta di obiettivi più difficili da perseguire, che più difficilmente avrebbero l’approvazione di Parigi e Berlino (salvo che ci si limiti al perseguimento degli obiettivi di interesse francese e tedesco) e sono più difficili e meno pittoreschi da sbandierare.

Intendiamoci, in relazione alla mia personale esperienza di vita militare, sono un convinto assertore della multi-nazionalità in ambito militare.

Peraltro, sono dolorosamente conscio che in assenza di una politica estera e di sicurezza condivisa tra i partecipanti, la multi-nazionalità dei contingenti anziché essere elemento di moltiplicazione di potenza delle sole capacità nazionali, diventa un limite in cui l’efficienza operativa complessiva esprimibile è, nel migliore dei casi, il massimo comun denominatore tra quelle dei contingenti delle nazioni partecipanti.

Ovviamente, la politica può adottare le scelte militari che ritiene più opportune, ma è necessario che di tali scelte e delle loro conseguenze i “political masters” siano pienamente consapevoli.

Ritengo che l’esempio più riuscito di forza multi-nazionale che si può annoverare dopo la seconda guerra mondiale sia stata l’AMF(L), ovvero l’Allied Command Europe Mobile Force (Land Component). Si trattava di una Brigata rinforzata  di pronto intervento della NATO sotto comando diretto del SACEUR, costituita nel 1960 e sciolta nel 2002, composta da gruppi tattici a livello battaglione delle principali nazioni NATO (USA, UK, Canada, Italia, Germania), ma anche unità di Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo.

Le opzioni d’impiego più probabile (per cui si facevano esercitazioni ogni sei mesi) erano d’intervento agli estremi Nord e Sud dell’Alleanza (Norvegia, Danimarca, Grecia, Turchia) in caso di attacco sovietico. Nessuno poteva pensare che quelle poche migliaia di uomini avrebbero potuto ritardare anche di poco la macchina bellica sovietica.

Ma il loro compito era di dimostrare visibilmente la coesione dell’intera Alleanza anche a favore di una nazione periferica e poco significante (missione politica più che militare!).

In caso di attacco sovietico la loro morte avrebbe “forzato” le opinioni pubbliche dei loro paesi a supportare la risposta coesa dell’Alleanza.

Mi auguro (ma credo di sì) che i politici dell’epoca dei paesi che aderirono all’AMF(L) sapessero cosa volevano dalle loro Forze Armate, quali risposte potevano essere fornite dallo strumento militare e quali dalla politica. Quelli di oggi, lo sanno?

Foto: Ansa, Grip, Deutsche Welle, EPA, EUTM Somalia, Eunavfor Med ed Eurocorp

Vignetta di Alberto Scafella

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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