FOREIGN FIGHTERS ITALIANI: POCHI MA PERICOLOSI

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AdnKronos – Sono pochi, “qualche decina al massimo” ma molto pericolosi i “jihadisti italiani nella guerra civile siriana”.

Molti meno, in rapporto alla popolazione, di Paesi come il Belgio o la Francia, ma “particolarmente difficili da individuare e fermare”, specialmente gli italiani convertiti all’Islam.

A tracciare un ritratto dei nostri connazionali ‘votati alla Jihad’ in Siria, in uno dei primi studi su un argomento ancora relativamente poco indagato, è Francesco Marone, ricercatore dell’Università di Pavia, dove insegna Relazioni Internazionali.

Lo studio, pubblicato dall’International Centre for Counter-Terrorism dell’Aja, nei Paesi Bassi, esamina il caso Italia, atipico nel panorama europeo anche per il numero “relativamente basso” di foreign fighters partiti per Siria e Iraq rispetto ad altri Paesi europei (circa un centinaio, dei quali solo una minoranza con passaporto italiano, sui 3.900-4.300 arrivati da tutta l’Ue).

Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, dove la pressione di amici o parenti o altre dinamiche di gruppo hanno giocato e giocano un ruolo nella decisione di dedicare la propria vita al Jihad, in Italia “prevalgono percorsi individuali di radicalizzazione”.

Ma trascurare il problema potrebbe essere pericoloso, perché l’Italia è un ‘latecomer’ (cioè arriva dopo) rispetto a varie condizioni “direttamente o indirettamente collegate al rischio del jihadismo interno e dei foregin fighters”, come ad esempio il numero, ancora basso, di immigrati di seconda generazione in età a rischio.

Il nostro Paese, spiega Marone, presenta “peculiarità interessanti”, anche perché, pur producendo relativamente pochi foreign fighters (uno per milione di abitanti, contro i 41 per milione del Belgio), “rappresenta un importante Paese di transito per i combattenti stranieri diretti verso Siria e Iraq”.

E “vale la pena di ricordare che il Paese è considerato un’importante base logistica per i militanti islamisti fin dai primi anni Novanta”.

Il panorama jihadista italiano, tuttavia, “è emerso solo di recente e ha ancora dimensioni relativamente ridotte, specie se paragonato a quello di altri Paesi”. In Italia non esiste un movimento come Sharia4Belgium, organizzazione radicale salafita che mirava a fare del Belgio uno Stato islamista, sciolta nel 2012.

 

Nel microcosmo islamista radicale italiano, “eterogeneo e destrutturato”, la percentuale di convertiti all’Islam “appare sovra rappresentata, in rapporto alla più vasta comunità musulmana”.

E per quanto riguarda gli immigrati di seconda generazione, che tanto danno da pensare alle autorità francesi, belghe e britanniche, “la portata relativamente limitata della minaccia” in Italia “è il risultato di un semplice fattore demografico: a differenza di altri Paesi occidentali, l’immigrazione musulmana su larga scala verso l’Italia è iniziata solo nei tardi anni Ottanta-primi anni Novanta e, pertanto, la prima ondata dei musulmani di seconda generazione ha raggiunto l’età adulta solo di recente”.

I jihadisti “rappresentano solo una piccola minoranza della presenza islamica” in Italia: la comunità musulmana nella Penisola, secondo alcune stime, conta circa 1,6 mln di persone su 61 mln di residenti, il 2,6%, ed è cresciuta sensibilmente negli ultimi anni.

L’Islam “è la seconda religione più diffusa dopo il Cattolicesimo romano”; la stragrande maggioranza dei musulmani italiani sono sunniti.

I convertiti all’Islam sarebbero circa 70mila, il 4% circa della comunità. Comunità che è “eterogenea, sparsa nel territorio (cosa che ha evitato finora, anche grazie alla struttura policentrica del tessuto urbano italiano, la formazione di località-ghetto come Molenbeek, nota altrove l’autore, ndr) e stratificata lungo linee etnico-nazionali e culturali, a differenza di quanto accade in altri Paesi europei”.

L’Islam italiano non ha una leadership unitaria, ma “tutte le sue associazioni hanno condannato ufficialmente la violenza jihadista”.

Ciò nonostante, “l’Italia non è immune dalle attitudini islamofobiche che hanno pervaso le società europee negli ultimi 15 anni”.

Inoltre, “oggi la paura dell’immigrazione, del terrorismo e dell’Islam corrono il serio rischio di sovrapporsi e confondersi nella popolazione, specie dopo la forte crescita dei flussi migratori dalla Libia via mare e la sequenza di attacchi terroristici portati a termine da militanti jihadisti in Europa e altrove”.

Tra i jihadisti partiti per Siria e Iraq legati all’Italia, 98 secondo una stima del capo della Polizia Alessandro Pansa di fine aprile, solo qualche decina ha passaporto italiano, ma “sono particolarmente difficili da individuare e fermare.

Nei fatti, i cittadini italiani, e specialmente i convertiti nati in Italia, possono destare meno sospetti, dato che l’estremismo islamico nel Paese è spesso ancora associato con gli immigrati. In più, i cittadini italiani non possono essere espulsi”.

 

E l’Italia “ha fatto largo uso delle espulsioni amministrative di sospetti stranieri per ragioni di sicurezza nazionale, senza processo”.

Una politica questa che “secondo molti osservatori si è rivelata efficace contro la minaccia jihadista”. In ogni caso, “è un fatto che l’Italia, finora, ha evitato attacchi di grande portata sul suo territorio”.

Marone ricostruisce poi nel dettaglio la storia di quattro persone che hanno lasciato l’Italia per andare in Siria, foreign fighters e muhajirin (emigranti in arabo; il termine si usa specialmente per le donne, che nello Stato Islamico non combattono, in genere, ma svolgono altri compiti).

Il genovese Giuliano Delnevo, il primo foreign fighter italiano, morto vicino ad Aleppo nel 2013.
Anas el Abboubi, che si è unito all’Is nel settembre 2013, Maria Giulia Sergio, la convertita che da Inzago, nel Milanese, si è trasferita nel territorio dell’Is e Meriam Rehaily, una giovane immigrata di seconda generazione che è partita per la Siria nel luglio 2015. Nelle loro storie, diverse per tempi, modalità e percorsi, Marone individua alcuni tratti comuni.

La percezione di una ‘doppia identità’ per gli immigrati di seconda generazione, in alcuni casi, può aver giocato un ruolo, come è successo in altri Paesi: El Abboubi, in un documentario di Mtv sui giovani rapper italiani registrato prima della sua radicalizzazione, spiegava che quando si recava in Marocco lo consideravano italiano, mentre “quando sono in Italia mi chiamano marocchino”.

E’ chiaro, osserva Marone, che in questo caso “la sensazione di discriminazione può originare frustrazione, risentimento e rabbia.

In più, le leggi italiane sulla naturalizzazione, molto rigide, basate sullo jus sanguinis, potrebbero avere l’effetto di esacerbare questi sentimenti in alcuni individui di origine immigrata.

Una caratteristica interessante del caso italiano – scrive ancora Marone – è la prevalenza di percorsi individuali di radicalizzazione rispetto alle dinamiche di gruppo, almeno finora.

A differenza di altri Paesi occidentali, la pressione dei compagni o altre dinamiche di gruppo tra ragazzi non hanno giocato un ruolo cruciale”.

Le storie dei quattro jihadisti italiani mostrano che “i loro percorsi di radicalizzazione non hanno avuto in ambienti ‘tradizionali’, come moschee radicali o prigioni”.

Un ruolo importante, come accade spesso, lo ha avuto il Web: Maria Giulia Sergio ha raccontato che alla sua conversione hanno contribuito in modo decisivo i video postati su YouTube da Yusuf Estes, un predicatore del Texas che si è convertito all’Islam negli anni Novanta.

I ‘jihadisti’ italiani hanno seguito percorsi individuali, spesso inizialmente solitari: la Sergio ha raccontato di aver dichiarato la Shahada (la professione di fede islamica) mentre era sola nella sua stanza, nel 2007.

In definitiva, rispetto ad altri Paesi l’Italia gode ancora di una situazione relativamente favorevole, anche se non c’è garanzia che duri per sempre, poiché gli anni passano gli anni e le persone crescono.

E, malgrado la comunità musulmana in Italia non sia più piccolissima, “il Paese non ha adottato un chiaro modello di pluralismo e di integrazione”.

Comunque sia, ad oggi “si può affermare che in Italia complessivamente il radicamento locale di organizzazioni estremiste che sono in grado di connettere domanda e offerta di volontari diretti in Siria è attualmente più debole che in altri Paesi”.

In particolare, nota il ricercatore, in diversi casi si è osservato il ruolo di reti estere, e non italiane, di reclutatori, specie albanesi. I

n ogni caso, i quattro ‘case studies’ presentano “interessanti somiglianze, ma anche importanti differenze, e non permettono di identificare un profilo comune del foreign fighter italiano.

Ciò conferma l’assunzione, largamente condivisa – conclude – che il processo di radicalizzazione è basato su percorsi individuali che differiscono da una persona all’altra”.

Foto Stato Islamico

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