MISSIONI: NON SOLO PERCHÈ CE LO CHIEDONO GLI ALLEATI

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Ho letto una bella intervista al Ministro della Difesa, On. Roberta Pinotti, su “Vita Cattolica”, che la definisce “Ministra della Pace”.

Bella perché l’On. Pinotti con grande abilità comunicativa è riuscita a spiegare a una testata decisamente “pacifista” il motto romano “si vis pacem para bellum” (che è in estrema sintesi anche il motivo per cui ci si dota di strumenti militari).

Lo ha spiegato in “politichese”’? Neanche tanto, ma non avrebbe avuto altra alternativa.
Da militare in congedo sarò di parte, ma mi sembra che dall’intervista l’immagine delle nostre Forze Armate e del loro impegno all’estero ne esca positivamente rinforzata.

Le perplessità che mi sono sorte, leggendo la bella intervista, sono state altre e riguardano il contesto politico-diplomatico in cui l’Italia decide di inviare all’estero missioni militari (“di pace” o “di guerra” che siano, non importa) e il motivo per cui lo fa.

Mi spiego. Alla domanda sugli obiettivi politico-strategici della missione “Ippocrate” (ovvero l’invio di 300 militari italiani a Misurata), il ministro Pinotti avrebbe risposto: “Ci hanno chiesto di andare a curare delle persone che stanno per morire” (presumo  che il richiedente sia il Governo libico guidato da Fayez al-Sarraj).

In merito ai motivi della missione “Presidium” (lo schieramento di circa 500 militari  a protezione della diga di Mosul), la risposta sarebbe stata ”è una missione che ci è stata chiesta dalla Coalizione”.

Passando al Kosovo, dove forniamo il contingente più importante, anche perché dopo 17 anni dall’avvio dell’intervento gli altri se ne sono quasi tutti andati, alla domanda sul perché restiamo, la risposta sarebbe stata: “noi ci siamo ancora perché ce lo chiedono la Serbia, il Kosovo e l’Albania”.

Sia ben chiaro. E’ ovvio che questo tipo di interventi presupponga il “consenso” del “padrone di casa”.

Peraltro, non può essere che i nostri soldati vengano inviati in giro per il mondo, talvolta a rischiare la vita, solo perché “qualcuno ce lo chiede”.

Mi auguro (ma ne sono certo) che tali missioni rispondano “principalmente” alla “salvaguardia degli interessi nazionali”.

Forse non suonerà molto “pacifista” e “cattolico” dirlo, ma ritengo rassicurerebbe quei soldati sapere che rischiano la vita per un interesse strategico nazionale e non perché qualcuno ce lo ha chiesto e non sappiamo come altrimenti esprimere una politica estera e di sicurezza.

Foto: Difesa.it

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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