Aleppo Sirte e Mosul: battaglie decisive contro i jihadisti?

Roma, 3 giu. (askanews) - "Tutti a Raqqa". E' questo il nome di operazione militare che sta èper lanciare il regime del presidente siriano Bashar al Assad per la riconquista della capitale dello Stato Islamico (Isis). E' quanto riferisce oggi "Al Akhbar" un giornale libanese molto legato a Damasco che parla di un "potente ritono in campo" di Mosca "che appogerà dal cileo l'offensiva"; un evdiente segnale a Washington ed ai suoi alleati che non lascderà a loro "il trofeo" della caccia all'Isis.

Lo scorso 25 maggio, forze arabe-curde sostenute dagli Stati Uniti hanno lanciato un'offensiva su Raqqa. 

Secondo le fonti del giornale, "da giorni le truppe dell'esercito siriano e delle forze alleate (Hezbollah libanesi ed iraniani" si stanno ammassando nella zona di Atharia nella provincia di Hama in attesa dell'ora x per la battaglia di Raqqa".

Tre battaglie potrebbero cambiare il volto della guerra ai movimenti jihadisti in Medio Oriente e Nord Africa. In Libia e in Iraq lo Stato Islamico è sconfitto o sulla difensiva mentre in Siria la priorità di Damasco e Mosca di sconfiggere prima i movimenti ribelli appoggiati da Occidente e monarchie del Golfo rischia di consentire agli uomini di Abu Bakr al Baghdadi di prolungare la resistenza nella parte orientale del Paese
La panoramica della situazione militare sui tre fronti offre indicazioni utili a valutare la possibile conclusione dei conflitti in atto.

Sirte
La roccaforte dello Stato Islamico in Libia ha resistito oltre sette mesi alle milizie fedeli al governo di Fayez al-Sarraj sostenuto dalla comunità internazionale. Sul campo hanno combattuto soprattutto le milizie di Misurata che hanno registrato la maggiore parte delle perdite tra gli oltre 700 caduti e i più di 3mila feriti in parte curati nell’ospedale da campo delle forze italiane dell’Operazione Ippocrate a Misurata. Una battaglia combattuta dall’agosto scorso anche da droni, aerei ed elicotteri statunitensi che hanno effettuato oltre 400 incursioni sui capisaldi jihadisti in città.

Il Pentagono stimava in almeno 5/6 mila i miliziani dell’IS in Libia dei quali un migliaio erano posti a difesa della città: nei giorni scorsi il comando di Tripoli ha riferito però di averne uccisi “almeno 2.500”. Dato impossibile verificare ma se ora tutta la costa mediterranea è stata riconquistata sono molti i jihadisti che si sono dispersi nelle aree desertiche con l’intento di creare nuove roccaforti o di condurre azioni di guerriglia come dimostra anche l’annuncio del comando Usa per l’Africa (Africom) che ha confermato la continuazione dei raid aerei contro l’IS in Libia.

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A dare una mano all’IS potrebbero contribuire le tensioni tra le diverse milizie libiche. Tripoli continua paradossalmente a restare off-limits per al- Sarraj, barricato nella base navale di Abu Sittah da quando, nel marzo scorso, arrivò in Libia dalla Tunisia. Nella capitale sono ripresi gli scontri tra le diverse milizie in parte fedeli all’ex premier islamista Khalifa Ghwell che pretende di scalzare al-Sarraj. Altre milizie islamiste miste a forze che rispondono al ministro della Difesa del governo riconosciuto dall’Onu, al- Barghouti, stanno combattendo a Bin Jawad contro l’esercito della Cirenaica guidato dal generale Khalifa Haftar che risponde al governo laico di Tobruk. La posta in gioco sono i pozzi della “mezzaluna petrolifera” che Haftar aveva conquistato in settembre facendo riprendere l’export di greggio. Se a questo uniamo i nuovi scontri tribali in atto a Sebha e in altre aree del sud appare chiaro che in Libia il caos resta l’elemento dominante e la stabilizzazione una pura utopia.

Mosul
Nella seconda città irachena in mano all’Isis dall’estate del 2014 l’offensiva irachena sembra segnare il passo. L’esercito di Baghdad registra progressi nei quartieri settentrionali e orientali ma l’Isis risponde colpo su colpo, lancia contrattacchi ed è ben barricato su ottime posizioni difensive. Tra il 17 ottobre e il 9 dicembre l’Isis ha impiegato contro i governativi almeno 632 autobombe, come ha riferito una fonte militare al Washington Post, e anche se il loro numero è calato dopo il primo mese di battaglia resta comunque elevato.

La necessità di ridurre le perdite tra i civili impedisce alle forze irachene e della Coalizione di impiegare in modo indiscriminato artiglieria e bombardamenti aerei. Baghdad ha annunciato di aver ucciso un migliaio dei 5mila combattenti del Califfato che secondo le stime difenderebbero Mosul ma finché non verrà espugnata la cittadella universitaria a nord e l’aeroporto a sud sarà difficile ipotizzare una rapida conclusione della battaglia.

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A pesare sulle capacità offensive irachene sono almeno tre fattori. Innanzitutto le perdite elevate: secondo i dati della missione Onu in Iraq i militari iracheni uccisi tra ottobre e novembre sono quasi 2.700 (oltre 800 i feriti) mentre in settembre, prima dell’offensiva su Mosul erano stati meno di 400 (208 feriti). Dati contraddittori, soprattutto perché i feriti sono molti meno dei morti. Generalmente accade il contrario ma la carenza di ospedali da campi specializzati a ridosso della prima linea potrebbe contribuire alla morte di molti feriti, con un effetto negativo sul morale delle truppe.

Nel mese di settembre, cioè prima della grande offensiva su Mosul, i civili iracheni uccisi erano stati 609 (con 951 feriti); in ottobre sono diventati 1.120 (con 1.005 feriti) e in novembre 926 (930 feriti). Per quanto invece riguarda militari e miliziani sciti le cifre sono queste: in settembre 394 uccisi (208 feriti), in ottobre 672 uccisi (353 feriti), in novembre 1.959 uccisi (e 450 feriti). Numeri che l’Onu definisce inoltre approssimativi per difetto.

Le forze speciali dell’ICTS (Iraqi Counter Terrorism Service), hanno lamentato perdite tra il 20 e il 25 per cento tra morti e feriti secondo una fonte attendibile citata dal quotidiano francese Le Figaro. Un tasso di perdite che ha logorato i reparti impiegati nello sfondamento delle linee dell’Isis alla periferia di Mosul, circa un migliaio dei 2.600 che compongono il reparto.

Pesa del resto il numero limitato di forze in grado di affrontare efficacemente gli esperti e disciplinati combattenti dell’Isis: i reparti iracheni più preparati combattono da un mese e mezzo ma sono pochi quelli in grado di rimpiazzarli tenuto conto che Baghdad non vuole schierare in città le milizie scite già macchiatesi di violenze sui civili sunniti. Infine non va dimenticato che almeno una parte della popolazione di Mosul, sunnita, sostiene lo Stato Islamico preferendolo alle forze scite di Baghdad, come sembra dimostrare il numero limitato di civili fuggiti verso le aree in mano ai governativi.

Aleppo
La battaglia nella seconda città siriana è ormai alle fasi conclusive. Gli 8/15 mila miliziani che a seconda delle stime sono ancora barricati in alcuni quartieri orientali possono decidere se arrendersi o venire spazzati via dalle forze siriane appoggiate da russi e iraniani.

L’opportunità di conseguire una vittoria decisiva rende improbabile che Mosca e Damasco accettino la tregua prolungata proposta da Usa ed Europa che avrebbe il solo scopo di consentire ai ribelli (per lo più Salafiti, ex qaedisti e Fratelli Musulmani) di trincerarsi e prolungare la resistenza.

artiglieria-siriana-aleppo-ap La vittoria ad Aleppo costituisce un colpo mortale per i ribelli sostenuti dalle monarchie sunnite del Golfo e dall’Occidente ma, come ha ammesso lo stesso Bashar Assad, non significherà la fine della guerra siriana ma solo un passo avanti verso la sua conclusione.

Per combattere questa battaglia decisiva sono state concentrate forze imponenti sacrificando altri fonti bellici , specie quelli contro lo Stato Islamico tra Palmyra e Deir az Zor che infatti vedono il Califfato riprendere le azioni offensive. La sconfitta dei ribelli ad Aleppo consentirà di trasferire truppe siriane e alleate su questi fronti e nella sacca di Idlib dove sono trincerati gli ultimi ribelli jihadisti dell’Esercito della Conquista, l’armata islamista nemica di Assad ma rivale anche dall’Isis, schiacciata dai governativi anche intorno a Damasco e lungo i confini giordani.

L’intervento di Mosca ha dimostrato che la guerra siriana ha una soluzione militare a differenza di quanto hanno sempre sostenuto Usa ed Europa favorevoli a una soluzione politica che imponga l’estromissione di Bashar Assad. Oggi l’obiettivo russo è chiudere i conti con i ribelli nell’ovest del Paese entro la fine di gennaio, quando alla Casa Bianca si insedierà Donald Trump che, a differenza di Barack Obama, considera i movimenti jihadisti e non Assad il nemico da sconfiggere.

@GianandreaGaian

(da Il Mattino del 10 dicembre 2016)

Foto: Reuters, AFP/Askanews e Stato Islamico

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Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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