VERSO LA REGIONALIZZAZIONE DEL CONFLITTO YEMENITA?

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Negli ultimi mesi l’attenzione dei mass media si è focalizzata sul conflitto siriano e iracheno e sui fatti di sangue legati al terrorismo che hanno colpito il continente europeo e la penisola anatolica, quasi del tutto ignorando un altro conflitto che oppone sciti e sunniti e sta continuando a provocare un numero elevato di vittime.

Una guerra troppo spesso lontana dai riflettori dei grandi media e delle opinioni pubbliche occidentali ma che, in chiave regionale, vede coinvolti i due più influenti e potenti attori presenti nell’area mediorientale: quello yememita.

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Dal marzo 2015, data dell’intervento della coalizione a guida saudita, sono più di 10,000 i civili che sono stati uccisi o feriti (circa 4.000 i morti), mentre sono 7.6 milioni gli yemeniti affetti da malnutrizione e almeno 3 milioni quelli costretti ad  abbandonare le proprie abitazioni. Quella attuale è soltanto la più recente guerra civile che ha insanguinato lo Yemen, ma trae origine alcuni anni addietro, in particolare nel febbraio del 2011, quando una serie di manifestazioni popolari chiesero la deposizione e le dimissioni dell’uomo forte del Paese: il “presidentissimo” Ali Abdullah Saleh, alla guida dello Stato dal lontano 1990.

Sull’onda emotiva e speranzosa delle così dette primavere arabe, divenute ormai lunghi e gelidi inverni, la comunità internazionale con alla testa le Nazioni Unite iniziarono ad esercitare pressioni affinché nel Paese vi fosse un cambio di potere. Il cambio della guardia avvenne in maniera pacifica nel febbraio del 2012 a seguito delle elezioni politiche che sancirono l’ascesa del vice presidente Abdo Rabbo Mansour Hadi.

Il tentativo di mantenere la coesione sociale e politica del Paese, da sempre caratterizzata da tribalismi e da spinte centrifughe dei vari clan più influenti così come caratterizzato da gravi problemi di natura economica e di accesso a risorse naturali essenziali, scemò piano piano fino a crollare nell’agosto del 2014 quando un gruppo di insorti, gli Houthi (tribù sciita del Nord del Paese) iniziarono a manifestare nella capitale Sana’a a causa dell’aumento del prezzo degli idrocarburi.

Gli scontri degenerarono progressivamente e videro contrapposte le milizie appartenenti alla tribù sciita e le forze di sicurezza governative, che finirono con il dividersi tra unità fedeli all’ex presidente Saleh (tra cui anche i reparti meglio addestrati dello Yemen appartenenti alla Guardia Repubblicana) e quelle invece fedeli ad Hadi.

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Quest’ultimo con gli inizi del 2015 si ritrovò costretto a trasferire il proprio establishment nella città di Aden a causa dell’avanzata dei ribelli provenienti da Nord che riuscirono in poco tempo ad occupare la capitale Sana’a e, scendendo in direzione della costa occidentale, a impossessarsi di importanti città e snodi tra cui la grande base militare di Taiz. Vedendo l’aggravarsi e il precipitare della situazione, Hadi chiese l’aiuto della comunità internazionale e in particolare dei Paesi arabi del Gulf Cooperation Council (GCC).

I membri del GCC intervennero militarmente nel marzo 2015 lanciando una campagna aerea denominata “Decisive Storm”. Intervennero a vario titolo accanto all’Arabia Saudita altri 9 Paesi: Marocco, Egitto, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Giordania e Pakistan schierando in totale decine di velivoli da combattimento che iniziarono a martellare le posizioni dei ribelli sciiti e dei loro alleati. La situazione militare subì poi un ulteriore accelerazione con l’estate del 2015, quando ad agosto le forze terrestri del GCC sbarcarono ad Aden (operazione “Golden Arrow”) con l’intento poi di puntare verso Sana’a e di entrare in profondità nei territori degli Houthi.

Se da un lato i membri del GCC hanno supportato e tuttora supportano le unità militari yemenite fedeli ad Hadi, gli Houthi e il loro schieramento sono appoggiati dal competitor per antonomasia degli sceicchi del Golfo: l’Iran. Il regime degli ayatollah oltre a fornire un naturale appoggio di tipo politico ai ribelli li ha foraggiati anche di armi, infiltrandole via mare attraverso i porosi confini yemeniti (anche se l’Iran ha sempre negato forniture militari e coinvolgimenti nel conflitto) .

La strategia saudita

Con la fase di terra iniziata nel 2015, la coalizione sunnita degli Stati del Golfo ha impostato la propria avanzata partendo sia dai confini meridionali del Regno saudita che, appunto dalla città yemenita di Aden.

Si sono quindi venuti a creare due fronti: il primo localizzato nel centro dello Yemen che spingeva verso occidente in direzione della città di Marib; il secondo meridionale con direttrice lo stretto di Bab el-Mandeb. Una volta raggiunti questi iniziali obbiettivi le truppe del Golfo avrebbero dovuto poi puntare in direzione della capitale facendo capitolare i ribelli e spingendoli alla resa. In poche settimane, e incontrando una modesta resistenza, i sauditi e i loro alleati conquistarono le città di Marib (fronte centrale) e giunsero a mettere in sicurezza, almeno formalmente, il vitale stretto commerciale di Bab el-Mandeb.

Tale avanzata venne però dettata dalla scelta strategica dei ribelli di arroccare le proprie posizioni sulle zone montuose attorno alla capitale in modo da poter massimizzare l’efficacia della loro preparazione militare maggiormente atta a condurre attacchi di guerriglia mordi e fuggi così da imporre ai sauditi un alto rateo d’attrito.

Verso una “guerriglia marittima”?

I tentativi d’avanzata da parte della coalizione iniziarono effettivamente a trovare una ferrea resistenza ogni qualvolta tentarono di proseguire verso le roccaforti Houthi. Ecco quindi che dalla fine di ottobre 2015 la guerra esaurì la propria spinta in termini di visibilità mediatica e di dinamismo per quanto concerne i combattimenti terrestri, entrando invece in una fase statica e di erosione politico/morale del proprio avversario. Congelati i piani miranti ad una rapida avanzata verso Sana’a le forze a guida saudita consolidarono le proprie posizioni in particolare creando una grossa  base aerea e logistica ad al-Anad (nelle vicinanze di Aden) con lo scopo di avere un importante hub da destinare alle operazioni future e costituire l’embrione della futuro esercito yemenita filo Hadi.

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E’ quindi sostanzialmente dal 2015 che il conflitto sembra essersi “congelato” in quanto a dinamismo sul campo. Il conflitto è da allora rimasto ai margini delle cronache, creando di tanto in tanto eco e risonanza mediatica in occasione di qualche raid aereo trasformatosi in un bagno di sangue. Poco trapela però in merito ad un pericoloso trend che ha iniziato a farsi strada in maniera sempre più preponderante con il rischio che il conflitto si regionalizzi, in particolare nella sua componente marittima.

Un simile scenario costituirebbe una minaccia formidabile per i traffici marittimi che connettono il Mar Mediterraneo con l’Oceano Indiano. Scenario assai più rischioso della sempre latente pirateria che preoccupa le compagnie marittime internazionali e che tanto ha impegnato e costretto ad intervenire i governi di molti Paesi.

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Il primo ottobre 2016 la nave da trasporto Swift-2 (utilizzata precedentemente dallo US Military Sealift Command – MSC e poi ceduta agli Emirati Arabi Uniti), venne colpita e quasi affondata da un missile tipo C802 Noor, lanciato dagli Houthi ma con moltissima probabilità fornito dagli iraniani. A distanza di pochi giorni, il 9 e il 12 ottobre sotto il fuoco degli Houthi, i quali godono dell appoggio, soprattutto in termini di know how, dei militari fedeli all’ex Presidente Saleh, finirono due cacciatorpediniere americani classe Burke: la USS Mason e la USS Nitze insieme alla nave per operazioni anfibie (LPD) USS Ponce.

La risposta statunitense avvenne poco più tardi con il lancio di tre missili da crociera Tomahawk contro le presunte postazioni radar delle batterie missilistiche utilizzate negli attacchi. Più recentemente poi, è stata la volta di una fregata saudita, la al-Madinah, colpita il 30 gennaio 2017 mentre incrociava nelle acque dello Yemen occidentale (circa all’altezza della cittadina di al-Hudayda). Le dichiarazioni ufficiali parlarono di una o più imbarcazioni suicide (fino a un massimo di tre), tutte pilotate da miliziani ma poi emerse l’ipoitesi che a colpire la al-Madinah, sia stata un’unità di tipo unmanned.

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Una simile azione costituirebbe un enorme balzo tecnologico nel conflitto yemenita, un “progresso” che non farebbe altro che confermare la presenza degli aiuti iraniani sul campo, già peraltro dimostrata dal continuo miglioramento delle capacità balistiche in termini di gittata e di precisione dei missili balistici Houthi che arrivano a colpire sempre più in profondità il territorio saudita. Inoltre non è dato sapere con certezza quante siano le unità militari della coalizione saudita rimaste vittima di attacchi da parte dei ribelli nell’area dello stretto di Bab el-Mandeb, da quando le marine del GCC hanno istituito un blocco navale ai danni dello Yemen.

Gli Houthi riferiscono di più di 10 unità nemiche colpite mentre i Paesi del Golfo negano di aver subito altri danni sul mare oltre ai casi citati.  L’episodio della fregata saudita però, fa pensare a un’altra misteriosa incursione, subita questa volta dalla nave gasiera Galicia Spirit, che il 25 ottobre 2016 venne attaccata al largo delle coste yemenite da un motoscafo suicida carico di esplosivo.

In questo caso l’unità non venne colpita ne tantomeno abbordata da pirati, dato che l’imbarcazione degli attaccanti esplose a meno di 30 metri dalla nave battente bandiera spagnola. Il fatto non ottenne eco mediatico, pur trattandosi di qualcosa di molto preoccupante: i due precedenti nell’area con barchini esplosivi sono infatti la superpetroliera Limburg e il cacciatorpediniere USS Cole, colpiti nel 2002 da cellule di al-Qaeda.

Ripercussioni

Fino ad oggi, la contrapposizione Sunniti-Sciiti ha avuto pochissime, anzi quasi nulle, ripercussioni in ambito marittimo. I conflitti siriano e iracheno hanno una connotazione esclusivamente terrestre. E’ da tenere presente però che al-Qaeda prima, e lo Stato Islamico poi, hanno sempre manifestato un “interesse” per la dimensione marittima, soprattutto in termini di ritorno di immagine e di impatto psicologico qualora vi fossero attacchi di tipo terroristico ai danni di navi da crociera o infrastrutture critiche/tankers.

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La guerra civile yemenita è sempre stata caratterizzata dalla dimensione terrestre, almeno fino al 2015. Con lo stallo ed il rallentamento delle operazioni militari il conflitto yemenita sta cercando nuovi sbocchi e nuove dimensioni per imprimere una svolta mentre i due rivali regionali, le monarchie del Golfo e l’Iran, si affrontano senza esclusione di colpi anche nello stretto di Bab el-Mandeb.

Il serio rischio è quello di un aumento nell’intensità degli scontri in ambito marittimo, caratterizzato da un sempre maggior affinamento di tecniche e di letalità dei mezzi impiegati, con la conseguente regionalizzazione in ambito blue water della proxy war combattuta dall’Iran e a discapito della cornice di sicurezza necessaria per gli scambi marittimi globali, con il rischio di coinvolgimento da parte di Stati Uniti o altri membri della NATO.

Uno spillover tecnologico di sempre maggiore letalità che, se inserito in un contesto tribale e politico come quello yemenita, aumenta il rischio che gruppi irregolari/terroristici possano mettere le mani su nuove capacità militari e impiegarle in azioni ai danni del traffico navale civile.

Foto: AFP, US Navy, FARS, al-Masirah TV, Iran Review e Trade Arabia

Michele TauferVedi tutti gli articoli

Trentino, laureato in Politica Internazionale e Diplomazia all'Università di Padova, ha successivamente conseguito il Master di II Livello in Geopolitica e Sicurezza Globale presso l'Università La Sapienza a Roma. Collabora con Think Tank e riviste specializzate nel settore degli affari militari. Durante la sua carriera ha ricoperto anche la posizione di analista militare preso il Ce.S.I. di Roma.

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