Al-Sarraj allo sbando, Haftar riprende i terminal petroliferi

A fighter of Libya's Fajr Libya group (Libyan Dawn) fires his gun during clashes in the hill village of Kikla, southwest of Tripoli on October 21, 2014. The internationally recognised Libyan government called for a civil disobedience campaign in Tripoli until its forces retake the capital from militias who seized it. AFP PHOTO/MAHMUD TURKIA

A Tripoli e dintorni lo scontro tra le diverse milizie infuria da una settimana e Fayez al –Sarraj, l’uomo che Onu e Ue hanno posto alla testa dello pseudo governo libico, sembra ormai sul viale del tramonto. Persino la base navale di Abu Sittah, unico lembo di Libia in cui poteva sentirsi leader e al sicuro, è stata attaccata ieri e non è chiaro se il “premier” sia ancora in libertà o se sia stato catturato dalle milizie fedeli all’ex premier islamista della Tripolitania, Khalifa Ghwell, vicino ai Fratelli Musulmani che pare godere ancora del supporto di Turchia e Qatar.

L’improvvisa impennata della crisi tra al-Sarraj e Ghwell potrebbe essere legata anche all’escalation delle tensioni tra la Turchia e l’Unione Europea.  Ankara, vera artefice dell’insediamento di al-Sarraj in territorio libico un anno or sono, potrebbe ora dargli la spallata finale mettendo in difficoltà gli europei e soprattutto gli italiani.

Roma contava su al-Sarraj (certo un po’ ingenuamente considerato che non ha mai controllato neppure la capitale) per fermare o almeno “frenare” i flussi di immigrati illegali in base all’accordo sui respingimenti firmato dal ministro degli Interni, Marco Minniti, che oggi non sembra avere nessuna speranza di potersi concretizzare.

Traffici esplosi nei primi 60 giorni dell’anno con un più 74 per cento di clandestini sbarcati in Italia rispetto allo stesso periodo del 2016 e che hanno visto l’arrivo record di 3mila africani solo nelle ultime 24 ore.

Il collasso di al-Sarraj (oggi a Roma non si sa se per il vertice sull’immigrazione a cui aveva disdetto la sua partecipazione o perchè fuggito dalla Libia grazie ai nostri militari cone riferiscono indiscrezioni prive al momento di conferma), che comunque vadano le cose sembra aver perso ogni credibilità, coincide con i nuovi successi militari dell’Esercito Nazionale Libico del maresciallo Khalifa Haftar che ha completato (dopo due anni) la liberazione della regione di Bengasi dalle milizie jihadiste, minaccia di conquistare Tripoli e ha riconquistato la settimana i terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanuf.

Libya's UN-backed Prime Minister-designate, Fayez al-Sarraj, flanked by members of the presidential council, speaks during a press conference on March 30, 2016 in the capital Tripoli. Fayez al-Sarraj arrived in Tripoli following months of mounting international pressure for the country's warring sides to allow him to start work. / AFP PHOTO / STRINGER

I terminal erano stati espugnati il 3 marzo scorso con un blitz da milizie che raggruppano le forze qaediste e dei Fratelli Musulmani delle Brigate per la Difesa di Bengasi con combattenti di Misurata e delle Guardie petrolifere di Ibrahim Jadhran, entrambi fedeli al governo di Fayez al-Sarraj riconosciuto dall’Onu.

La battaglia ha visto le forze del governo di Tobruk guidate da Haftar sconfiggere gli avversari in meno di 48 ore grazie a un rilevante supporto aereo (elicotteri da attacco Mi-35 e cacciabombardieri Mig 21 e Mig 23), la mobilitazione di circa 7 mila uomini dotati di mezzi blindati e il probabile supporto di consiglieri militari russi.

Le numerose indiscrezioni che negli ultimi giorni hanno rivelato la presenza di forze speciali russe in territorio egiziano e al fianco dell’esercito di Haftar sono state smentite da Mosca ma è prassi comune che ogni Stato mantenga segreto o neghi l’impiego di forze speciali nei teatri bellici. Giusto per fare qualche esempio, la presenza di unità militari del genere in Libia è stata ad esempio negata da Italia, Francia e Gran Bretagna persino di fronte a rivelazioni giornalistiche circostanziate.

Roma, 6 giu. (askanews) - In Libia le truppe del generale Khalifah Haftar che fanno capo al parlamento di Tobruk "sono riuscite ad entrare nelle ultime due roccaforti" dei jihadisti dello Stato Islamico (Isis) a Bengasi, città ad est del Paese Nordafricano. A riferirlo è la tv satellitare al Arabiya che cita fonti militari secondo le quali "l'operazione di liberare completamente i due bastioni è questione di ore". Secondo le stesse fonti, nelle due zone attaccate dall'esercito, Souq al Hut ("Il Mercato del Pesce") e al Sabri "la maggior parte dei terroristi sono stati fatti prigionieri o uccisi mentre quelli rimasti in vita sono fuggiti via mare", hanno detto le fonti all'emittente panaraba.

Il successo di Haftar oltre che rapido sembra essere stato quasi “indolore”: Tobruk ammette la perdita di 10 militari più 18 feriti mentre non vi sono informazioni circa i caduti tra le milizie islamiste e i loro alleati di Misurata e fedeli al premier al-Sarraj, che cautamente aveva negato ogni coinvolgimento nell’attacco che il 3 marzo aveva riportato i terminal sotto il controllo del suo governo.

La vittoria nella Mezzaluna petrolifera sembra inoltre sgombrare il campo dalle voci diffuse anche in Italia che evidenziavano la “debolezza” di Haftar, abbandonato dagli egiziani per aver rifiutato i negoziati con al-Sarraj, che diversi osservatori davano in netto “rafforzamento” solo una settimana or sono. Valutazioni che dovranno subire più di qualche rettifica alla luce della riconquista dei terminal e dei fatti di Tripoli e Abu Sittah.

I russi potrebbero aver offerto un supporto in termini di intelligence e di consulenza alle truppe di Haftar impiegando anche i contractors della società militare privata russa RSB Group, la cui presenza a Bengasi (ufficialmente con compiti di sminamento e bonifica ordigni inesplosi) era stata rivelata nei giorni scorsi dall’agenzia Reuters.

Non sarebbe la prima volta che Mosca impiega (come fanno frequentemente britannici e statunitensi) compagnie militari private per tutelare i propri interessi senza coinvolgere forze regolari: lo ha fatto nel Donbass e in Crimea durante la crisi ucraina nel 2014 e lo ha fatto in Siria prima di inviarvi un contingente aereo e terrestre nel settembre 2015.

Roma, 13 gen. (askanews) - Il generale libico Khalifah Belqasim Haftar "ha firmato un accordo" con Mosca per l'installazione di una base militare in Libia. A scriverlo oggi è al Quds al Arabi, quotidiano panarabo di proprietà del Qatar, Paese che sostiene l'ex governo islamista di Salvezza nazionale di Tripoli. Non solo ma la stessa testata, in un editoriale pubblicato oggi sul suo sito on-line, parla di "prossime manovre della marina militare russa" nelle acque del mediterraneo davanti alle coste libiche che avrebbe l'obbiettivo di "testare eventuali reazioni dei Paesi occidentali, troppo preoccupati di non impantanarsi" nel caos del Paese Nordafricano. Mercoledì scorso, il generale Haftar ha visitato l'incrociatore russo Kuznetsov. Il comandante del sedicente esercito nazionale libico è stato accolto a bordo dal Vice Ammiraglio V. N. Sokolov e una volta sul vascello si è collegato in videoconferenza con il Ministro della Difesa della Federazione Russa Sergei Shoigu, come ha fatto sapere in un comunicato il ministero della Difesa russo. (segue)

Del resto Mosca è legata a doppio filo al governo di Tobruk e all’esercito di Haftar in base a due accordi. Il primo, di cooperazione militare, è stato firmati da Haftar a bordo della portaerei russa Kuznetsov che transitava davanti alle coste libiche rientrando in Russia dalle acque siriane. L’intesa, i cui dettagli restano segreti, sembra preveda che e forze della Cirenaica ricevano addestramento e forniture militari da Mosca in base a un accordo del valore di due miliardi di dollari firmato nel 2008 da Muammar Gheddafi ma mai concretizzatosi.

Il presidente del parlamento libico di Tobruk, Aguila Saleh Issa, ha ammesso in un’intervista a Ria Novosti che il governo della Cirenaica ha ottenuto il supporto russo per “addestrare i militari, riparare mezzi e aiuti nella lotta al terrorismo” mentre “saranno create commissioni per controllare e osservare l’esecuzione dei contratti nella sfera della Difesa firmati con la Russia durante l’epoca di Gheddafi”.

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha detto nei giorni scorsi che la Russia potrebbe prendere in considerazione la possibilità’ di addestrare le truppe libiche nel caso in cui dovesse ricevere una proposta ufficiale. “Al momento – ha spiegato Zakharova – interagiamo con diverse forze politiche in Libia per aiutare a risolvere la situazione in questo paese. Nel caso di alcune richieste specifiche – ha proseguito la diplomatica – queste di certo saranno prese in considerazione, ma lo ripeto: tali questioni richiedono un’approvazione interdipartimentale nel nostro paese”.

Il secondo accordo russo-libico, di carattere economico ma non meno strategico, è stato firmato il mese scorso e vedrà la compagnia petrolifera russa Rosneft (50 per cento proprietà dello Stato) cooperare con la compagnia petrolifera nazionale libica NOC con investimenti per potenziare l’estrazione di greggio e ammodernare gli impianti.

Il crescente ruolo russo in Libia è quindi un dato di fatto confermato dal frequente traffico di navi russe nel porto egiziano di Sudi el-Barrani (a pochi chilometri dal confine libico) e nella base aerea di Marsa Matruh (dove fonti egiziane segnalano la presenza di droni, velivoli cargo e Spetsnaz russi) e sul piano militare sembra aver avuto un certo rilievo nel successo di Haftar che ora è verosimile (dall’entità delle forze concentrate) intenda continuare l’offensiva consolidando le sue posizioni verso ovest e verso sud.

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Un’avanzata che porterebbe allo scontro diretto con le milizie di Misurata sostenute anche dagli italiani che nella città costiera libica mantengono 300 militari e un ospedale da campo che ha curato molti feriti della battaglia di Sirte combattuta contro lo Stato Islamico e conclusasi nel dicembre scorso. L’Operazione Ippocrate è stata rinnovata quest’anno da Roma anche se l’esigenza per cui era nata si è esaurita ed esiste il rischio che i medici italiani curino i feriti di Misurata nelle operazioni belliche contro l’esercito di Haftar alleato di Mosca e del Cairo.

Per “bilanciare” la sua posizione il governo italiano ha inviato il 16 marzo un aereo cargo C-130J sulla base aerea di Benina, a Bengasi, per imbarcare 22 feriti delle truppe di Haftar da curare all’ospedale militare romano del Celio.

“L’impegno della Difesa in Libia, a sostegno delle forze che si oppongono al Daesh – ha detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti -, è connotato da una forte valenza umanitaria”.

Per il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano “la nostra azione non si ferma qui. I nostri sforzi sono mirati ad aiutare i feriti libici in tutta la Libia. Assicureremo assistenza anche attraverso la fornitura di kit medicali di emergenza alle varie strutture ospedaliere sparse nelle diverse aree del Paese.

La Libia sta inoltre diventando l’ennesimo terreno di confronto nella “nuova guerra fredda” tra Nato e Russia come confermano anche le valutazioni del generale Thomas D. Waldhauser, capo dell’Africa Command statunitense, che ha rilevato in un’audizione al Senato di Washington il tentativo russo di “condizionare l’esito della crisi libica”.

Del resto in Libia le presenze straniere tese a condizionare gli eventi non si contano. A fianco di Haftar si muovono sul piano militare Egitto, Russia, Emirati Arabi Uniti e (ora più blandamente che in passato) Francia mentre con le milizie islamiste di diversa ideologia e con il governo di al-Sarraj vi sono europei, americani e soprattutto Turchia e Qatar che avrebbero sul campo anche consiglieri militari.

epa04486669 Libyan Army soldiers parade during a graduation ceremony of the first batch of the Tripoli air base security and protection batallion of the Presidency of the General Staff of the Libyan army, in Tripoli, Libya, 12 November 2014. EPA/STR

“Stanno tentando di fare in Libia quello che hanno fatto in Siria” ha detto dei russi il generale Waldhauser e del resto Vladimir Putin si è in più occasioni rammaricato di non essere intervenuto nel 2011 per impedire alla Nato di far cadere Gheddafi e destabilizzare la Libia.

A chiarire la posizione russa cura il futuro della Libia ha provveduto il 1° marzo il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov affermando che “la Russia vorrebbe che la Libia tornasse ad essere un vero e proprio Stato dopo l’interferenza straniera barbara che ha portato a conseguenze disastrose. Per questo ci interessa il ritorno di un potere forte in Libia in modo che il processo di ripristino dello stato possa iniziare”.

Pare evidente quindi che Mosca veda nel maresciallo Haftar l’uomo in grado di ripristinare un “potere forte” mentre a Tripoli continuano gli scontri tra le milizie fedeli ad al-Sarraj e quelle legate all’ex premier della Tripolitania Khalifa Ghwell che il 16 marzo sarebbe rimasto ferito in modo non grave durante gli scontri che imperversano da quattro giorni nel centro di Tripoli.

A quasi sei anni dalla morte di Gheddafi, l’Occidente non ha avuto la capacità o la volontà di stabilizzare l’ex colonia italiana divenuta (come aveva predetto durante la guerra l’Unione Africana) una “nuova Somalia sulle rive del Mediterraneo”.

La Russia, forte del successo conseguito in Siria e dell’asse con l’Egitto (che non può consentire che in Libia sui instauri un regime islamista) ha l’opportunità di ritagliarsi un nuovo “posto al sole” consolidando la sua presenza nel Mediterraneo. A favorire i piani di Mosca contribuisce anche la netta posizione nei confronti dei “terroristi”, termine utilizzato per definire tutte le milizie di ispirazione islamista: da al-Qaeda all’IS, dai salafiti ai fratelli musulmani.

Un aspetto circa il quale le ambiguità dell’Occidente, in Siria come in Libia, si sprecano col risultato che oggi gli arbitri della crisi nella nostra ex colonia sembrano essere la Russia e la Turchia con i loro alleati.

Foto: EPA, Askanews, AP e AFP

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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