La Ue riparte (a parole) dalla sicurezza delle frontiere

In a handout picture released by the British Ministry of Defence (MOD) via their Defence News Imagery website on May 28, 2015 hundreds of migrants in a wooden-hulled ship are seen wearing lifejackets provided by Royal Navy personnel from British Royal Navy Albion-class assault ship HMS Bulwark (background) during a rescue mission in the Mediterranean Sea just north of the coast of Libya on May 28, 2015. Royal Navy personnel from HMS Bulwark were involved in an international rescue of hundreds of migrants from their stricken craft in the Central Mediterranean. 369 migrants crammed into a heavily overcrowded boat just north of Libya were led to safety from their stricken boat to landing craft from HMS Bulwark that have been converted into rescue boats loaded with lifejackets, medical facilities and emergency supplies. RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT  " AFP PHOTO / ROYAL NAVY / MOD / CROWN COPYRIGHT 2015 / ET WE(CIS) LOUISE GEORGE "  -  NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS   -   DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS  -  NO ARCHIVE - TO BE USED WITHIN 2 DAYS (48 HOURS) FROM MAY 28, 2015, EXCEPT FOR MAGAZINES WHICH CAN PRINT THE PICTURE WHEN FIRST REPORTING ON THE EVENT

da Il Mattino del 26 marzo (titolo origunale “Frontiere, il rischio viene dalla Turchia”)

L’Unione europea tenta il rilancio con la “Dichiarazione di Roma” ed è significativo che il primo dei quattro punti programmatici enunciati sia dedicato alla sicurezza e all’immigrazione. Una rilevanza che sembra confermare la consapevolezza che la crisi di consensi della Ue è stata determinata negli ultimi anni anche dalla sua palese incapacità di affrontare la minaccia dei flussi migratori illegali su vasta scala, dalla rotta libica come da quella balcanica.

Un’emergenza che ha avuto un impatto consistente, aumentandone il numero, anche sui voti raccolti dal Brexit che ha determinato, dopo le tante nuove adesioni, il primo caso di uno Stato membro che decide di lasciare la Ue.

Il testo del primo punto della Dichiarazione di Roma definisce gli obiettivi per un ‘Europa sicura.

“Un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un’Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata”.

La Ue sembra quindi ribadire il valore degli accordi di Schengen sulla libertà di movimento all’interno dell’Unione, messo a repentaglio proprio dai flussi migratori illegali che hanno indotto molti Stati membri a “barricare” le proprie frontiere o anche solo a ripristinarvi ferrei controlli.

Un obiettivo perseguibile però solo se le frontiere esterne verranno protette: l’impegno assunto in tal senso dai leader dei 27 Stati membri e dal Consiglio europeo, dal Parlamento e dalla Commissione europei, avrà quindi un senso solo se verrà varato un giro di vite nei confronti di migranti illegali e trafficanti.

Proteggere le frontiere esterne dell’Europa significa concretamente fermare i flussi illeciti con respingimenti in Libia e Turchia (dove nonostante gli accordi raggiunti il presidente Recep Tayyp Erdogan minaccia di riaprire i confini a tre milioni di migranti) ed espulsioni nei Paesi d’origine di coloro che sono già arrivati in Europa ma non hanno titolo per ottenere nessuna forma di asilo.

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Più sibillino il richiamo a “una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali”.

Pare evidente infatti che un’immigrazione siffatta può essere solo quella legale, scelta invece che subita dagli Stati europei, non certo indotta dagli umori di Ankara o dal business dei trafficanti libici legati alle organizzazioni terroristiche islamiche.

Del resto le “norme internazionali” a cui si richiama la Dichiarazione di Roma sono rappresentate dalla Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951, in base alla quale nessuno di coloro che ha raggiunto l’Europa via Libia e Turchia avrebbe diritto all’asilo.

Neppure chi fugge dalla guerra (categoria quasi inesistente tra i migranti che arrivano in Italia dalle coste libiche) ha infatti il diritto di rivolgersi a organizzazioni criminali per attraversare numerose frontiere e raggiungere il Paese europeo prescelto. La Convenzione precisa infatti che vanno accolti colori che fuggono direttamente dal Paese in cui la loro vita è in pericolo. USA, Gran Bretagna, Canada e altri Stati accolgono i rifugiati siriani che hanno fatto domanda di asilo dai campi profughi siti nei confinanti Libano, Turchia e Giordania; solo l’Europa accoglie chi si rivolge al crimine organizzato.

Per mantenere l’impegno assunto con la Dichiarazione di Roma del 25 marzo la Ue dovrà quindi cambiare radicalmente atteggiamento cessando di accogliere chiunque paghi i trafficanti verificando solo successivamente (e quando possibile) chi ha fatto entrare. Ne sarà capace?

Il documento sottolinea la volontà di combattere “il terrorismo e la criminalità organizzata” ma per farlo concretamente sul fronte dell’immigrazione occorre impedire che le flotte militari europee e le navi delle organizzazioni non governative continuino ad arricchire i trafficanti imbarcando migranti illegali appena fuori dalle acque libiche (e spesso anche al oro interno) per poi sbarcarli in Italia.

Mantenere l’impegno assunto ieri sarà fondamentale per consentire alla Ue di riguadagnare un minimo di consensi e credibilità richiederà determinazione politica e militare, specie ora che gli accordi stipulati con la Turchia e quello bilaterale tra Libia e Italia vengono messi in discussione.

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Mentre Erdogan utilizza i migranti come arma di ricatto nel suo braccio di ferro con l’Europa, la Corte di Appello di Tripoli ha annullato l’intesa firmata il 2 febbraio a Roma da Paolo Gentiloni e dal premier Fayez al Serraj.

L’accordo prevedeva che da giugno la Guardia costiera libica, addestrata ed equipaggiata dall’Italia, fermasse barconi e gommoni di migranti per riportarli in campi di raccolti libici assistiti dalla comunità internazionale in vista del loro rimpatrio.

L’intesa aveva già poche speranze di concretizzarsi per il fatto che il governo di al-Sarraj non controlla neppure un lembo di territorio o di costa libica ma ora il suo annullamento lascia l’Italia e la Ue di fronte alla prospettiva di non avere interlocutori affidabili in Libia.

Foto: AP e Marina Militare Italiana

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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