Le forze irachene avanzano a Mosul, più truppe Usa in Siria

An image grab taken from AFPTV shows an Iraqi forces M1 Abrams tank and armoured vehicles holding a position on the edge of the Al-Karamah district of eastern Mosul on November 4, 2016, during a military operation to retake the main hub city from the Islamic State (IS) group jihadists.
Jihadist fighters unleashed a deluge of bombs and gunfire on Iraqi forces punching into the streets of Mosul for the first time, forcing some units into a partial pullback. / AFP PHOTO / AFPTV / Andrea BERNARDI

Le forze regolari irachene hanno strappato all’Isis un terzo della parte occidentale di Mosul. Lo riferisce il generale maggiore Maan al-Saadi. In queste ore i combattimenti infuriano nelle aree di al-Jadida e Al-Aghawat, ha riferito il generale Maan al-Saadi, mentre altre unità militari irachene insieme alla Polizia Federale attaccano l’area di Bab al-Toub, ai margini della Città Vecchia.

“La battaglia è ardua, il nemico ha piazzato mine e utilizza terroristi suicidi, e la nostra offensiva tende a risparmiare il massimo di vite di civili” ha spiegato il generale Yahya Rasool, portavoce del Comando operativo unitario. La resistenza dell’Isis, ha sottolineato, “ha cominciato ad affievolirsi in modo consistente”. Parallelamente al ritiro dei miliziani dello Stato Islamico si ritira, emergono gli scempi compiuti durante l’occupazione jihadista. Unità paramilitari delle milizie scite irachene filo-iraniane hanno scoperto una fossa comune che contiene i resti di almeno 500 cadaveri di prigionieri giustiziati dall’Isis. La fossa è stata trovata nell’area del carcere di Badush, vicino a Mosul.

Quest’ultimo prese Badush nel 2014 e si ritiene che i suoi miliziani vi abbiano ucciso centinaia di persone mentre tra i detenuti vi erano centinaia di donne della minoranza yazida. La stima dei cadaveri fornita dalle unità Hashed al-Shaabi è in linea con quanto tempo fa reso noto da Human Rights Watch, che in passato ha parlato di almeno 600 tra detenuti e detenute fatti inginocchiare davanti a un burrone e lì assassinati.

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Quella di Badush non è la prima fossa comune trovata durante la campagna di Mosul. Ad Hamam al-Alil, a sud della città, sono stati trovati 25 cadaveri mentre all’inizio di quest’anno le unità irachene hanno catturato Khasfa, dove si sospetta si trovi la più grande fossa comune dello Stato islamico.

L’offensiva all’interno di Mosul Ovest sembra proseguire da giorni in modo sorprendentemente più rapido del previsto. La battaglia più intensa è stata combattuta nei giorni scorsi per il controllo del ponte di al-Hurriya (Libertà) secondo sul fiume Tigri strappato ai jihadisti.

Tutti e cinque i ponti sul fiume Tigri, che collegano le due aree della città, sono stati danneggiati dai raid aerei della coalizione; tuttavia, la cattura del secondo ponte, meglio conosciuto come ponte al-Jamhuriya, fornirà un punto di appoggio per le forze governative che già controllano i quartieri a est del fiume, conquistati nella prime due fasi dell’offensiva tra ottobre e dicembre dell’anno scorso,

I successi maturati nell’ultima settimana sembrano poter consentire alle forze governative di dare il via alla penetrazione nella Città Vecchia che potrebbe risultare l’ultimo baluardo dell’Isis in città.

Il fronte siriano

Sul fronte siriano si registra l’arrivo di 400 soldati statunitensi tra Marines e Rangers con l’obiettivo di sostenere l’offensiva delle forze curde e arabe del Fronte Democratico Siriano (FDS) contro Raqqah, roccaforte dell’Isis. Le nuove forze vanno ad aggiungersi ai 500 militari Usa già presenti da tempo in Siria, rappresentano o sforzo ulteriore di Washington contro l’Isis promesso da Donald Trump ma non avranno ufficialmente compiti di combattimento ma solo di supporto e addestramento delle forze locali benché la CNN abbia rivelato che forze statunitensi dispongano anche di artiglieria (una batteria di obici da 155 millimrtri M777) ed elicotteri (convertiplani MV-22 osporey ed elicoteri da attacco Super Cobra e Viper.

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Le forze curdo-siriane nei giorni scorsi hanno interrotto la strada che collega Raqqah a Deir az Zor, altro bastione jihadista al confine con l’Iraq e si troverebbero a soli 8 chilometri dalla capitale dell’Isis.

Le milizie dello Stato islamico a Raqqah pare abbiano imposto agli uomini uno stile di abbigliamento simile quello “afgano”. È quanto affermano attivisti e abitanti della città, secondo cui dietro il provvedimento vi è il tentativo di mescolare i combattenti alla folla e proteggerli in caso di raid aerei.

Abu Mohamed del movimento dissidente “Raqqah is being slaughtered Silently (Raqqah è macellata nel silenzio)”, attivo in rete e sui social nel denunciare le violenze jihadiste in città, riferisce che “da oltre due settimane Daesh ha imposto vestiti in stile afgano” a tutti gli uomini.

“Per quanti non rispettano la norma – ha aggiunto l’attivista – sono previsti una multa e il carcere”. Secondo Mohamed, nella città vige lo “stato di allerta massimo”,  ogni giorno spuntano nuovi posti di controllo e i jihadisti arrestano chiunque descriva la situazione come disastrosa.

“I prezzi sono schizzati alle stelle – conclude – e mancano sia l’elettricità che l’acqua potabile”.  Rami Abdel Rahman, direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, aggiunge che in questi ultimi giorni diversi civili e familiari dei miliziani dello SI stanno cercando di fuggire dalla provincia di Aleppo verso quella di Raqqah. A est di Aleppo è in corso un’offensiva delle forze governative siriane che hanno riconquistato una stazione di pompaggio dell’acqua di importanza strategica nell’area di al-Khafsa”.

I miliziani del Califfato sarebbero fuggiti di fronte all’avanzata dei militari siriani sostenuti dai raid aerei dei caccia russi e l’agenzia ufficiale di Stato Sana, citando una fonte militare, ha affermato che “decine” di jihadisti sarebbero stati uccisi nell’operazione.

Il prossimo obiettivo delle forze di Damasco è la riconquista dell’aeroporto militare di Jarrah; occupato dallo Stato islamico dal gennaio 2014 ad altre milizie ribelli che lo avevano a loro volta strappato ai governativi nel febbraio 2013.

Tutti contro tutti in Siria

Il più massiccio intervento militare di Washington sembra tuttavia legato a tenere sotto controllo gli “alleati” turchi più che le milizie jihadiste. Già nei giorni scorsi l’amministrazione Trump ha dovuto inviare forze speciali nella città di Manbij, per proteggere gli alleati curdi e arabi delle FDS, dall’attacco delle milizie dell’esercito Siriano Libero sostenute dai turchi che schierano migliaia di uomini in territorio siriano nell’ambito dell’Operazione Scudo dell’Eufrate tesa a cacciare l’Isis e i curdi dell’YPG (movimento siriano legato al PKK curdo-turco).

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Sebbene nelle scorse settimane gli Stati Uniti avessero già mediato tra fazioni rivali curde nell’area di Snune, in Iraq, l’intervento a Manbij è il primo in cui le forze speciali USA vengono coinvolte direttamente sul campo nella pacificazione tra fazioni rivali. E’ la strategia che il Pentagono definisce “reassure and deter”: rassicura e scoraggia (le fazioni rivali dall’attaccarsi l’una l’altra).

Secondo Robert Ford, fino al 2014 ambasciatore statunitense in Siria, l’invio di truppe in Siria con l’obiettivo di dividere fazioni rivali e mantenere il cessate il fuoco tra di esse costituisce un grande cambiamento nella strategia americana, sebbene ad ora non sembra ci sia l’intenzione di stravolgere l’approccio dell’amministrazione Obama, basato sul sostegno prioritario ai curdi per combattere l’Isis.

La liberazione di Manbij dall’Isis, avvenuta lo scorso agosto, è in un certo senso paradigmatica: da una parte, essa ha determinato l’interruzione del collegamento tra Raqqah e il confine turco, permettendo così l’inizio dell’offensiva curda per isolare la capitale dell’Isis dai villaggi circostanti; dall’altra Manbij si trova adesso sotto il controllo delle Ypg, in contrasto con le rassicurazioni fatte alla Turchia, alla quale era stato garantito che i curdi avrebbero lasciato la città una volta liberata.

Ankara è preoccupata per i legami tra Ypg e Pkk, visto che Manbij è in una posizione strategica per gli stessi curdi, funzionale alla possibilità di “saldare” il territorio controllato in vista di un eventuale Stato curdo nell’area. Ipotesi che la Turchia è pronta a scongiurare ad ogni costo ed è anche per questo che i turchi hanno mandato a Manbij le proprie truppe a sostegno dell’ESL per combattere i curdi.

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Un video postato sui social media mercoledì scorso mostra alcune fazioni arabe sostenute dagli Stati Uniti e alleate dei curdi (FDS) mentre abbattono un veicolo militare di fazioni arabe sostenute dalla Turchia (ESL) con un missile anti carro fornito dagli americani.

In questo contesto di accentuata conflittualità tra milizie anti-Isis esiste poi un problema legato alla liberazione di RaqqaH: esistono forti perplessità circa la possibilità che la città siriana – quasi totalmente araba – venga liberata dai curdi. Per questo motivo, tra le FDS vu sono anche milizie arabe sunnite addestrate dalle Forze speciali americane. La componente curda(maggioritaria) delle FDS  ha negoziato recentemente un accordo coi russi per far stazionare sul fronte di Manbij le truppe del regime siriano, col rischio che l’area possa tornare sotto il controllo di Damasco, opzione non poi così negativa per i curdi poiché la presenza di truppe di Damasco scongiurerebbe attacchi turchi. “Questa guerra è un caos”, sintetizza con preoccupazione l’analista Aaron Stein dell’Atlantic Council, intervistato dal Washington Post. “Se andiamo in Siria e combattiamo lo Stato islamico, contribuiremo alla creazione di cumuli di macerie. Ci siamo intromessi in una guerra multilaterale”.

(con fonti AGI, Ansa e Asianews)

Foto AFP, Reuters e AP

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