Trump riarma ma per combattere chi?

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Donald Trump manda in soffitta il  “soft power” obamiano e sembra voler mantenere molte delle promesse espresse in campagna elettorale confermando la volontà di rendere l’America più forte sul piano militare e a farne le spese, in termini di riduzione di budget, saranno gli aiuti internazionali e in generale i ministeri non legati al settore difesa e sicurezza.

L’annunciato programma di rilancio della spesa per il Pentagono è senza precedenti negli ultimi anni con un incremento del 9 per cento rispetto ai 622 miliardi di dollari dedicati alla Difesa nell’ultimo anno dell’Amministrazione Obama che aveva peraltro già ipotizzato un incremento di spesa di 33 miliardi nel 2017 e di 100 miliardi in cinque anni.

Trump vuole fare di più e, a ben guardare, l’incremento di 54 miliardi di dollari (più altri 30 annunciati ieri) al budget militare di quest’anno rappresenta il minimo richiesto per dare vita ai programmi di riarmo annunciati dallo stesso presidente e quantificati in numeri davvero imponenti e probabilmente non conseguibili in soli quattro anni di mandato.

Fin dalla campagna elettorale Trump ha infatti messo nero su bianco la volontà di potenziare le forze armate portando la flotta da 274 a 350 navi, le forze aeree a 1.200 velivoli da combattimento di prima linea (100 in più del previsto), arruolando 80 mila militari in più e portando l’Esercito a un incremento da 475 mila unità a 500/540 mila.

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Numeri tutti da confermare ma nel Partito Repubblicano il senatore John McCain, presidente della commissione difesa, risulta ancora più “riarmista” del presidente: vorrebbe una flotta con 355 navi e 400 aerei in più nell’Aeronautica, 200 mila marines invece degli attuali 180mila e un Esercito stabilmente oltre il mezzo milione di effettivi.

“Per mantenere l’America sicura dobbiamo fornire agli uomini e alle donne del nostro esercito tutti i mezzi necessari per prevenire le guerre e, se necessario, per combattere e vincere” ha detto Trump nel suo primo discorso al Congresso riunito in sessione plenaria ma è evidente che quelli enunciati sono programmi mastodontici che richiederanno anni e molti miliardi di dollari per costruire nuovi mezzi, addestrare un numero così elevato di reclute e costituire nuove unità combattenti.

Trump, che ha in più occasioni ammonito le grandi società produttrici di armamenti (Lockheed Martin e Boeing in testa) per i loro elevati profitti, pretende di acquistare a prezzi più bassi ma garantisce un volume produttivo molto più nutrito, ingigantito poi dalle commesse degli alleati europei e asiatici da cui la Casa Bianca pretende maggiori spese militari in buona parte destinate a comprare armi “made in Usa”.

“Sosteniamo con forza la Nato” ma “i nostri partner devono rispettare i loro  obblighi finanziari” ha ribadito Trump nel suo intervento al Congresso, sottolineando come “dopo una discussione franca molti alleati Nato abbiano cominciato a pagare. I soldi stanno cominciando ad arrivare” ha dichiarato riferendosi all’impegno degli europei a raggiungere il 2% del Pil rnelle spese militari richiesto dagli Usa. Un tetto che, se rispettato da tutti i partner Nato, costerà agli europei quasi 100 miliardi di dollari all’anno.

Sul piano politico Trump sta ricompattando il Partito Repubblicano (la cui dirigenza non lo aveva sostenuto nella campagna elettorale) e la maggioranza del Congresso proprio intorno ai massicci piani di riarmo e al rapido raffreddamento dei progetti di “intesa cordiale” con la Russia di Vladimir Putin.

Una distensione anticipata durante la campagna elettorale ma invisa a tutto il Congresso e ai militari inclusi molti dei generali che Trump ha voluto nella sua Amministrazione.

Le ragioni sono evidenti e vanno ben al di là delle valutazioni sulle capacità militari dei “rivali” degli USA. Il riarmo propugnato da Trump e McCain può infatti trovare un valido sostegno all’enormità delle spese richieste solo se si mantiene ad alta visibilità la “minaccia” russa e cinese.

Una più intensa campagna militare contro guerriglieri dello Stato Islamico e altre milizie jihadiste (i piani a tal proposito sono stati appena inoltrati dal Pentagono alla Casa Bianca) non può certo giustificare un bilancio militare vicino ai 700 miliardi all’anno, cifra raggiunta solo durante l’amministrazione di George W. Bush quando una parte considerevole dei fondi era assorbita dai conflitti in Iraq e Afghanistan.

Per giustificare il suo riarmo l’America di Trump ha quindi bisogno di mantenere elevata la tensione con le due potenze nucleari anche se la spesa militare di Mosca (48 miliardi di dollari nel 2016) e di Pechino (192 miliardi) pur sommate non raggiungono neppure la metà di quella statunitense.

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Per farlo Trump non ha esitato a rilanciare la corsa al riarmo anche sul fronte nucleare dopo decenni di trattati tesi a ridurre il numero di ordigni atomici di Usa e Russia fino a 1.550 testate e 800 vettori (100 in riserva) previsti dal Trattato New Start del 2010.

Armi in numero comunque più che sufficiente a cancellare la vita sulla terra più e più volte e ad assicurare la “Distruzione Reciproca Assicurata” (cioè l’equilibrio basato sulla deterrenza che finora ha impedito un conflitto atomico su vasta scala) la cui riduzione è vantaggiosa poer tutti perchè consente di smantellare migliaia di vecchie testate risparmiando gli onerosi costi di gestione e conservazione.

Del resto proprio per prontezza degli arsenali e ragioni finanziarie gli Stati Uniti hanno già oggi una capacità operativa nucleare ben maggiore di russi e cinesi così come sul piano convenzionale il divario tra le capacità americane e quelle dei suoi due rivali resta abissale: basti pensare che Russia e Cina dispongono entrambe di una portaerei di medie dimensioni mentre gli Usa ne schierano 10 di grandi dimensioni e altrettante più piccole, portaelicotteri da assalto anfibio ma dotate di cacciabombardieri AV-8B/F-35B.

Considerato quindi che non vi sono oggi reali minacce alla supremazia militare globale statunitense né vi sono indizi di un’imminente invasione aliena la corsa al “riarmo totale” voluta da Trump può avere un solo obiettivo: sconfiggere i rivali dell’America con le stesse armi usate da Ronald Reagan per piegare l’Urss.

La buona salute dell’economia statunitense può consentire una corsa al riarmo che risulterà ingestibile per una Russia provata dalle sanzioni economiche (che Trump non sembra più aver fretta di abrogare) e in prospettiva anche per la Cina la cui crescita economica è relativa, probabilmente gonfiata artificiosamente da molti anni e vulnerabile da uno stop alle esportazioni negli Usa.

Un crollo nell’economia di Pechino determinerebbe centinaia di milioni di disoccupati e forse l’implosione del regime comunista che controlla il colosso asiatico incapace, come lo fu l’Urss negli anni ’80, di gareggiare in tempi di crisi con gli Usa nel produrre “cannoni” garantendo al tempo stesso “burro” ai suoi cittadini.

Sul “fronte europeo” la Casa Bianca punta a impedire che l’Europa si affranchi dalla Nato a guida anglo-americana per rafforzare lo strumento militare Ue sotto l’egemonia strategica continentale della Germania o di un asse franco-tedesco.

Quella che sembra emergere dalle iniziative da Trump è quindi una strategia complessa e non priva di rischi, che smantella il “soft power” di Obama per inseguire il modello di Ronald Reagan.

Una strategia che risulta in ogni caso molto lontana dagli interessi dell’Italia e dell’Europa. Di questo dovremmo discutere subit0 da questo lato dell’Atlantico, dove invece continuiamo a dividerci, come allo stadio, tra tifosi e avversari di Trump senza accorgerci che il nuovo presidente, come i suoi predecessori, curerà gli interessi degli Stati Uniti (anche a discapito dell’Europa) e non certo i nostri.

Foto AP e Reuters

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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