Lo Stato Islamico si rafforza in Sinai

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dal nostro corrispondente da Tel Aviv

L’attacco di oggi al Monastero di Santa Caterina in Sinai e il doppio attentato che il 9 aprile si è ferocemente abbattuto sulle chiese copte di Tanta e di Alessandria ha causato la morte di 47 persone e ne ha ferite almeno 126. A pochi giorni dalla visita del Papa, questa ennesima strage ricorda al mondo che la guerra contro lo Stato Islamico non si combatte solo in Siria e in Iraq, ma anche in Egitto dove la lotta al Califfato stenta a dare risultati.

Nel 2011 quando la “primavera egiziana” emozionava la comunità internazionale, gli islamisti prendevano il controllo della penisola del Sinai, approfittando del momento di confusione. A niente sono servite le due operazioni militari che gli egiziani hanno lanciato a metà del 2012 per combattere i rivoltosi: nel 2013, mentre Mohammed Morsi veniva deposto, l’insurrezione nel Sinai riemergeva più organizzata e violenta, lanciando ripetuti attacchi contro le forze di sicurezza del Cairo.

A novembre 2014, Ansar Bait al-Maqdis, organizzazione jihadista egiziana, dichiarava la sua affiliazione al califfato islamico, trasformando la penisola del Sinai in una provincia dell’Isis, che da allora riceve ordini e supporto logistico e finanziario dalla Siria e dall’Iraq.

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Nonostante il presidente Abdel Fattah al-Sisi affermi di avere la situazione in pugno, la sua guerra al terrorismo iniziata a metà settembre del 2013 non solo non ha dato risultati, ma non è riuscita nemmeno ad arginare l’espansione del califfato che continua a conquistare territorio sia a nord che a sud della penisola. Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo i militanti hanno piantato la loro bandiera ad al-Arish, sulla costa del Mediterraneo. Tutti erano consapevoli che la città era il prossimo obiettivo nel mirino dello Stato Islamico: a gennaio scorso, 13 poliziotti egiziani avevano perso la vita in un attacco terroristico; nei giorni a seguire un anziano della comunità copta era stato bruciato vivo, e molti altri erano rimasti vittime di sparatorie.

Le violenze hanno convinto centinaia di famiglie copte ad abbandonare le loro case, prima che la situazione degenerasse completamente: da metà marzo al-Arish è in mano agli jihadisti che hanno conquistato tutti i principali checkpoint. La seconda armata dell’esercito egiziano non è riuscita a mantenere il controllo del nord della penisola, nonostante negli ultimi mesi abbia ottenuto carri armati ed elicotteri di rinforzo.

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E dopo il consolidamento a nord, l’attenzione degli affiliati al Califfato si sposta a sud: secondo fonti d’intelligence, una squadra di negoziatori dell’Isis, a capo di cui ci sarebbero militanti inviati dalla Siria e dall’Iraq via Giordania, starebbe contrattando con i capi della federazione tribale beduina Tiyaha per conquistare un’altra porzione di territorio.

L’obiettivo dello Stato Islamico sarebbe ottenere il permesso dai Tiyaha di utilizzare le loro terre per lanciare attacchi contro la terza armata dell’esercito egiziano, che è responsabile della sicurezza di tutta l’area centrale del Sinai, dal Golfo di Aqaba al Canale di Suez. A differenza della seconda armata che opera nel nord, la terza è sparpagliata in diversi punti su una vasta zona e quindi sarebbe più facilmente preda di attentati. Se i capi beduini dovessero consentire l’ingresso ai militanti dell’Isis, i terroristi potrebbero sabotare le principali vie di accesso alla penisola, che al momento sono sotto il controllo delle forze di sicurezza.

Secondo Mokhtar Awad, ricercatore del Centre for Cyber and Homeland Security della George Washinghton University, la provincia Isis del Sinai sarebbe stata trasformata nel nuovo comando operativo dello Stato Islamico. Il califfo avrebbe puntato sul Sinai sin dal principio: già nel 2014 l’intelligence egiziana confermava che vari militanti locali si erano recati in Siria e in Iraq per ricevere istruzioni dai vertici dell’Isis.

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Nel tempo, i contatti con l’epicentro del jihad sarebbero aumentati: alcuni foreign fighter egiziani hanno fatto ritorno in patria, probabilmente portando con sé messaggi e ordini dal comando operativo centrale. Inoltre, l’intelligence egiziana riferì l’anno scorso di un network di pescherecci e piccole barche che collegava la costa nord del Sinai a Sirte in Libia, utile per muovere denaro e armi da una provincia dello Stato Islamico all’altra. La Marina del Cairo non riesce a localizzare tutte le barche perché spesso sono talmente piccole da non apparire sui radar e possono essere individuate solo a occhio nudo.

Questa rotta sarebbe utilizzata anche per trasportare i leader del califfato in Sinai dalla Libia, dove nonostante la caduta di Sirte persiste un’elevata concentrazione di miliziani legati direttamente ai vertici dell’organizzazione jihadista. E sarebbe proprio attraverso questo canale che i leader dell’Isis in Sinai, neutralizzati dalle forze di sicurezza egiziane nell’estate del 2016, sarebbero stati rapidamente sostituiti da nuovi capi provenienti da Raqqa, in Siria.

Il risultato della rinnovata leadership è un’impennata della violenza nell’area: le vessazioni contro i copti sono aumentate dopo la pubblicazione di un video di propaganda che annuncia che il Cairo sarà presto liberato dai cristiani; solo nel mese di aprile, almeno 45 soldati e poliziotti egiziani sono rimasti uccisi; da febbraio a oggi 7 razzi sono stati lanciati dal Sinai in Israele, l’ultimo dei quali il 10 aprile. Le forze di sicurezza israeliane, che cooperano con gli egiziani, hanno deciso di chiudere il confine, impedendo ai turisti di trascorrere, come da tradizione, le vacanze della Pasqua ebraica nel Sinai.

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Dopo il duplice attacco del 9 aprile, al-Sisi ha allargato lo stato di emergenza, che nel Sinai è in vigore dal 2014, a tutto il territorio nazionale. Tuttavia questo non sembra poter essere un elemento di svolta nella guerra egiziana allo Stato Islamico, le cui falle sono molteplici. Basti pensare che, secondo il quotidiano kuwaitiano Al-Qabas, Abu Ishaq Al Masry, autore della strage di Alessandria, era stato consegnato dalle autorità del Kuwait a quelle egiziane per verificati legami con l’Isis, e poi rilasciato dalle ultime. Ma non si tratta solo di questo: l’intero approccio strategico egiziano nella lotta contro lo Stato Islamico appare fallimentare.

Nonostante l’insorgenza dell’Isis in Sinai sia stata classificata come rivolta, l’esercito continua ad adottare una strategia militare convenzionale anziché optare per operazioni antiterrorismo più leggere e più mirate. Quindi, piuttosto che garantire la sicurezza dei civili e poi mobilitarsi per combattere i terroristi, i soldati conducono azioni repressive che inimicano la popolazione locale e favoriscono la radicalizzazione dei capi tribù. Infatti, molte famiglie beduine di spicco si sono rifiutate di collaborare con le forze di sicurezza fino a quando i loro familiari non saranno rilasciati.

La principale ragione per cui l’esercito egiziano non abbandona la strategia militare convenzionale è che su questa si basa l’unità delle forze di difesa del paese. Nonostante l’ultima guerra su vasta scala combattuta dall’Egitto sia stata quella dello Yom Kippur nel 1973 (oltre al breve scontro in Cirenaica del luglio 1977 nella guerra-lampo con la Libia di Gheddafi) e l’ultima in cui ha partecipato con forze di terra sia stata la Guerra del Golfo nel 1991, questa dottrina consente al governo di dotarsi di armamenti pesanti e di ricevere sostanziosi aiuti economici dall’estero.

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L’acquisizione e il mantenimento di sottomarini, portaelicotteri e jet da combattimento servono a giustificare le spese militari e la continua assunzione di personale. Inoltre, la dottrina militare convenzionale fa sì che i generali possano presentare il proprio esercito come il più importante della regione, e abbandonarla significherebbe minare interessi chiave dell’istituzione stessa e causare malcontento e scontri interni.

Secondo alcuni funzionari del governo americano, l’Egitto ha sacrificato 2.000 soldati nella lotta allo Stato Islamico, e ogni settimana nuove vittime si aggiungono alla lista. Finora, i risultati di questa guerra interna sono disastrosi. Gli unici elementi che fanno ben sperare sono la cooperazione con le forze israeliane e statunitensi che potrebbero spingere per un cambio di strategia.

Washington potrebbe far valere gli aiuti militari per 1,3 miliardi di dollari che ogni anno fornisce al governo del Cairo, ma la pressione non deve essere troppo esplicita per non rischiare di indispettire o indebolire l’apparato militare egiziano, unica forza che impedisce al paese di scivolare nel caos.

Foto Isis e Reuters

Valentina CominettiVedi tutti gli articoli

Nata a Roma nel 1989, si laurea con Lode in Scienze Politiche e della Comunicazione alla Luiss Guido Carli. Ha frequentato diversi master di giornalismo e collaborato con diverse testate e con Radio Vaticana. Si occupa di sicurezza e geopolitica, ha seguito sul campo il conflitto ucraino e ha realizzato reportage nell'area balcanica. Attualmente vive in Israele dove è ricercatrice presso l'International Institute for Counterterrorism.

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