Torna a infiammarsi la lunga guerra in Afghanistan

Afghan security forces arrive at the site of an attack in Kunduz province October 27, 2014. REUTERS/Stringer

A 27 mesi dal ritiro delle forze alleate da combattimento che ha lasciato sul terreno solo i 13.400 militari statunitensi e NATO della missione addestrativa e di consulenza e supporto (Resolute Support), l’Afghanistan sta subendo una escalation bellica estremamente dura confermata dall’attacco di venerdì sera alla munita base di Mazar-i-Sharf che ha provocato oltre 200 morti e feriti tra le truppe di Kabul.

Il 2016 è stato l’annus horribilis da quando il grosso delle forze statunitensi e della NATO, contributrici alle operazioni militari in supporto alle forze di sicurezza afgane, sono state ritirate. Tra gennaio e novembre sono morti 6.785 tra soldati e poliziotti afghani, i feriti sono stati oltre 11.777, rispetto ai circa 5.000 caduti del 2015, questi numeri significano il vertiginoso aumento del 35% delle perdite in combattimento. Così pure un anno di perdite record tra i civili: 11.418 (3.498 morti e 7.920 feriti) come pubblicato dalla missione dell’ONU (UNAMA) con un aumento del 3% rispetto al 2015.

Dal 2009 ad oggi sono morte 24.841 persone e 45.347 sono state ferite. L’area di Kabul, le province di Helmand, Kandahar, Nangarhar, Uruzgan, Kunduz e Faryab registrano gli scontri contro i Talebani più violenti. In misura minore anche il gruppo Isis, incuneatosi in tempi recenti in Afghanistan Orientale, nel 2016 ha reclamato il suo tributo di sangue contro gli sciiti con 209 morti e 690 feriti. Purtroppo è altissimo anche il numero di giovani colpiti, oltre 3.500 (di cui 923 morti), soprattutto a causa dello sterminato numero di ordigni inesplosi sparsi ovunque.

Gli attori interni

Complessità e contraddizioni sono i termini che forse meglio definiscono l’Afghanistan. Come scrive il reporter pakistano, uno dei massimi esperti in materia, Ahmed Rashid:” l’Afghanistan come gli stessi afgani sono un paese di contraddizioni che costantemente spiazzano qualsiasi giornalista.” E Valerio Pellizzari nel suo libro ‘In battaglia, quando l’uva è matura’ scrive:”quando si arriva all’aeroporto di Kabul si notano subito dei grandi cartelloni che in inglese danno il benvenuto ‘nella terra degli uomini coraggiosi’. […] Un viaggiatore di buon senso dovrebbe già capire che quello è un avvertimento più che una garanzia, che lì non abita gente docile.”

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Ne sanno parecchio i britannici che ben tre volte hanno fatto guerra al paese tra il 1840 e il 1920 e la vittoria non li ha mai premiati, anzi. E ovviamente anche i sovietici conoscono bene la resilienza e l’abilità tattica dei mujaheddin contro i quali combatterono molto aspramente. Come noto l’Afghanistan è un paese multietnico di cui i Pashtun costituiscono l’etnia maggioritaria, il 40% su oltre 33 milioni di abitanti, divisi in circa 60 tribù/clan i Pashtun fin dal 18° secolo hanno avuto il monopolio politico nel paese. Le altre etnie sono i Tagiki (27%), gli Uzbeki (9%), gli Hazara (9%), in misura minore troviamo gli Aimak, i Turkmeni, i Baluchi e i Nooristani.

Gran parte della popolazione è di osservanza musulmana, seguaci della scuola Hanafi storicamente molto tollerante. Tuttavia con il sorgere e il successivo prevalere del radicalismo estremista religioso le cose cambiano. Il movimento Talebano storicamente nasce alla fine del 1994 a Kandahar, il nome che prende spunto dal termine di studente religioso (Talib), da colui che studia nelle scuole coraniche (madrasse). Nel giro di appena due anni arrivano a Kabul instaurando l’emirato dell’Afghanistan (1996-2001), sfruttando la leva del fortissimo sentimento nazionale raccolgono un vasto consenso presso la maggior parte delle tribù pashtun.

In particolare per la sua espansione il movimento Talebano si è fatto forte di quattro fattori chiave: 1) il fattore nazionale: lo storico antico nazionalismo pashtun che ha dominato per oltre 300 anni il paese; 2) si sono mostrati come i soli capaci di porre fine al lunghissimo conflitto civile, scoppiato dopo il ritiro sovietico; 3) il fattore tribalismo: l’antica etica tribale, vecchia di centinaia di anni, è stata astutamente impiegata per la costruzione di questa identità di “rinnovatori e salvatori del paese” a fronte di uno governo centrale all’epoca inesistente a causa della lacerante e lunga guerra civile tra i “signori della guerra”.

Infine la religione, il quarto fattore chiave con il martellante richiamo alla jihad. Il movimento talebano è suddiviso tra afgani e pakistani e si appoggiano reciprocamente, rispetto alla guerriglia dei talebani afgani estesa per quasi tutto il paese, i gruppi talebani-pakistani sono autori di ricorrenti feroci attentati terroristici.

I Talebani all’offensiva

Negli ultimi due anni del lungo conflitto afgano (dal 2001 a oggi) le offensive talebane sono proseguite intensamente, nonostante la strenua e tenace opposizione delle forze di sicurezza afgane che hanno pagato un altissimo tributo di perdite. Avendo da affrontare in sostanza solo l’esercito afgano le offensive e gli assalti sia di grande che di minore entità sono divenuti quotidiani. La strategia adottata dai talebani è stata di una semplicità micidiale: dopo il ritiro del grosso dei contingenti USA e NATO, i comandi militari talebani hanno via via testato le capacità reattive delle forze di sicurezza afgane, laddove la debolezza complessiva dello strumento militare e di sicurezza ha permesso ai talebani di martellare esercito e unità di polizia con un’assillante miriade di assalti ai presidi ed ai checkpoints. In particolare nella prima metà del 2016 il governo afgano ha perduto il controllo del 5% del paese, arrivando a controllare solo il 65,6%.

I talebani, come denunciato anche dal SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), sono giunti a controllare un territorio esteso come non mai in precedenza dopo il 2001 quando l’Operazione anglo-americana Enduring Freedom fece cadere il loro regime. Questo situazione così critica ha imposto a Barack Obama di rinunciare al piano di ritiro di altri 5mila soldati. Nella seconda metà del 2016 altro terreno è stato perso, con il governo afgano che arrivava a solo il 57% del paese, ma questa percentuale di controllo si è ridotta ulteriormente con la recentissima caduta del distretto di Sangin, nell’Helmand, una perdita simbolica per tutta la coalizione anti-talebani.

Helmand la provincia più a rischio

Come se il tempo e i sacrifici fossero trascorsi invano la provincia al centro degli eventi resta l’Helmand, la provincia più estesa del paese, teatro fino a pochi anni fa di durissimi scontri per il suo controllo da parte del contingente anglo-danese lì schierato. Qui i talebani anzi ampliano, quasi senza sosta, il territorio controllato per la loro gallina dalle uova d’oro: l’oppio. Difatti l’Helmand è il nexus della produzione di oppio, strategico e vitale per l’economia talebana. Soprattutto questa provincia resta il centro delle operazioni militari talebane come dimostra la caduta di Sangin il 12simo sui 14 complessivi finiti in mano talebane, questo distretto simbolo, debolmente difeso, è stato occupato il 23 marzo scorso, e si è aggiunto ai troppi distretti persi negli ultimi due anni. I comandi afgani si sono giustificati adducendo l’effettuazione di una “ritirata strategica” dal settore. La perdita di Sangin stringe la morsa sull’obiettivo numero uno rappresentato dalla capitale provinciale Lashkar Gah ma è un durissimo colpo di immagine ed una batosta dal punto di vista psicologico.

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Sangin infatti è una delle località simbolo di tutta la guerra ai talebani, teatro di asprissimi scontri che ha visto coinvolti prima i britannici e poi gli americani, le cui unità subirono perdite molto elevate; le perdite dei britannici furono le più alte in percentuale (il 25%) sul totale dei caduti, 104 soldati uccisi sui 455 caduti complessivi. Un tributo di perdite elevato pagato anche dagli americani che nel 2011 riuscirono a cacciare i talebani da Sangin.

Il battaglione dei Marines lì impegnato, come dichiarò l’allora segretario alla Difesa Robert Gates: “in soli 5 mesi subì le perdite più alte di qualsiasi altro battaglione durante il conflitto afgano”, ebbe difatti 29 morti e 179 feriti. Nel 2016 durante l’offensiva estiva, battezzata dai talebani Operazione Omari, era caduto il distretto di Nawa-i-Barakzayi, confinante con il distretto della capitale provinciale, rientrante nella strategia, fino ad ora fallita, di occupare anche Lashkar Gah, importante centro urbano e snodo logistico. Proprio dal distretto Nawa i talebani sono arrivati a minacciare la capitale provinciale. Gli scontri attorno Lashkar Gah sono stati durissimi, i combattimenti sono stati molto intensi, soprattutto quelli per il controllo delle rotabili, le forze afgane si sono battute strenuamente, specie per proteggere l’autostrada Lashkar Gah e Kabul.

Già ad inizio 2016 si era apprezzata correttamente la criticità della situazione da parte dei comandi americani ed in supporto del 215simo Maiwand Corps, incaricato della sicurezza nell’Helmand, era stato inviato anche un centinaio di soldati americani. Nel corso delle settimane precedenti l’assedio la capitale della provincia si è trovata in grosse difficoltà di approvvigionamento, poiché a causa dei duri scontri nel resto della provincia oltre 30mila persone in fuga l’avevano raggiunta con ogni mezzo. Eventi che hanno rischiato di trasformarla in una sorta di Aleppo afgana.

Questa battaglia per Lashkar Gah è durata diverse settimane ma senza l’intervento decisivo di 25 air-strikes dell’aviazione americana e NATO, la città sarebbe stata completamente circondata. Intervento cruciale ed essenziale della US Air Force, come in altre situazioni, al fine di ricacciare indietro i jihadisti, altrimenti avremmo assistito a una seconda Kunduz con conseguenze ben peggiori.

Nell’Helmand è stata segnalata, a quanto risulta, l’entrata in azione una sorta di unità di ‘commando’ talebano, detta la Brigata Rossa (Sara Khitta in lingua pashto), la quale secondo quanto dichiarato alla AFP da una fonte talebana:” sono ben armati e addestrati e dispongono anche degli speciali binocoli per la visione notturna”.

Una provincia certamente paradigmatica della situazione attuale, dove altri sette distretti sono sotto minaccia dei jihadisti, fatto che ha obbligato il Pentagono ad inviare 300 Marines, che giungeranno entro aprile. Un ‘ritorno’ che certo vale più di ogni altra ammissione ufficiale e spia anticipatrice di una nuova postura americana, che dovremmo vedere con la nuova Amministrazione Trump.

Questa costante pressione delle milizie talebane non potrebbe attuarsi senza l’aiuto dell’attore regionale più cruciale, cioè il Pakistan, che rappresenta uno dei nodi fondamentali irrisolti.

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Da sempre definito come il padrino/protettore del movimento talebano, il Pakistan retroterra strategico gestito e garantito dai potenti servizi segreti pakistani dell’ISI (Inter-Service-Intelligence) è vitale per i gruppi terroristici che agiscono in Afghanistan: lo fu per i mujaeddin durante la guerra condotta contro l’Armata Rossa (1979-1989), lo è stato per Osama Bin Laden, lo è per i talebani. I’ISI ha permesso di far crescere innumerevoli santuari terroristici al di là del confine afgano, ha fatto da gestante per i gruppi del terrore più devastanti del nuovo secolo: oltre i talebani afgani, Al-Qaeda, Haqqani Network, Isis- Khorasan, i gruppi talebani pakistani Lashkar-e-Tayyiba, Tehrik-e-Taliban, e i TTPJA (Tehrik-e-Taliban-Pakistan-Jamaat-ul-Ahraar).

Contraddittorie le azioni di contrasto pakistane verso questi gruppi, che solo a corrente alternata li colpiscono. Il fattore Pakistan è dato basilare per capire dove fare gli sforzi decisivi al fine di concludere il conflitto congiuntamente ad un indispensabile – e non più differibile – rafforzamento in uomini e mezzi da parte degli USA e della Coalizione.

Questa enorme distorsione geopolitica vede il Pakistan alleato USA riceverne i ricchi aiuti militari e nel contempo alimentare e proteggere i talebani, poiché persegue una propria agenda geopolitica in cui il confinante Afghanistan è la necessaria ‘profondità strategica’ per difendersi dalla minaccia, percepita come ossessione, della vicina India e per trarre beneficio, tra l’altro, dalle intatte ricchissime risorse minerarie afgane. Le recenti azioni del governo pakistano sia sul campo militare che a livello politico con la prospettiva di inglobare nell’articolazione amministrativa statale la ‘zona franca’ – a ridosso del confine afgano – cioè le zone tribali delle FATA (Federally Administered Tribal Areas) fanno sperare in un (futuro) cambio di rotta.

L’oro dei talebani

Nei report del SIGAR del 2015 e del 2016 si legge che la ‘fabbrica’ talebana di oppiacei mantiene salda la prima posizione mondiale, infatti l’eroina afgana raggiunge quasi tutto il globo, citiamo due dati: copre il ‘fabbisogno’ del 90% del Canada e dell’85% circa delle richieste mondiali. La produzione e gestione del traffico di droga è la fonte principale di finanziamento dei Talebani. Un traffico enorme, fortemente consolidato nella sua catena di produzione-vendita-incasso di milioni di dollari di profitti. Il prodotto viaggia sfruttando tutti i mezzi di trasporto: le rotte aeree e marittime permettono all’eroina afgana di giungere ovunque (eccetto il Sud America, qui vi sono i cartelli narcos che hanno il ‘loro’ prodotto). Le vie terrestri coinvolgono pesantemente Iran e Pakistan, costretti ad impiegare sempre più risorse per contrastare questi flussi.

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E’ un fiorentissimo mercato nonostante le tante azioni di eradicamento delle coltivazioni lanciate dalle Agenzie ONU nel corso degli anni, azioni volte a eliminare il papavero da oppio e nel contempo fornire sementi per produzioni alternative. Gli sforzi in tal senso sono stati davvero rilevanti con grossi budget stanziati anno per anno. In particolare da parte statunitense, dal 2002, sono stati spesi, per i soli progetti di eradicazione del papavero da oppio, oltre 8,2 miliardi di dollari. Tutti sforzi quasi inutili. Le proposte di coltivazioni alternative non sono decollate in modo consistente. Il lancio delle operazioni di eradicazione è stata bloccata delle minacce costanti delle milizie talebane, da problemi logistici, in moltissimi casi non state valutate redditizie coltivazioni alternative.

Il 2016 è stato un anno fallimentare anche sotto questo punto di vista: per UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) la campagna di eradicazione ha avuto modesti risultati, è stata condotta in solo sette province, invece di dodici, con un saldo di 355 ettari estirpati, contro i 3760 ettari nel 2015. Nel corso delle operazioni di eradicazione nel 2016 sono state uccise 8 persone e 7 ferite; nel 2015 gli uccisi sono stati 5 e 18 i feriti.

Sul rapporto si commenta che: “la resistenza dei contadini alle operazioni di eradicazione è talvolta stata violenta. Le province che coltivano papavero sono anche le uniche che possono fare a meno dell’assistenza internazionale.”

Il responsabile dell’agenzia ONU anti-droga a Kabul, Andrey Avetisyan, realisticamente ammette: “il papavero fornisce sostentamento da tre a quattro milioni di afgani”, ovvero oltre il 10% la popolazione del paese. Purtroppo l’uso delle droghe si è via via diffuso anche tra la popolazione afgana, con una incidenza media del circa 6%. UNDOC evidenzia che nel 2016 la produzione di oppio è aumentata del 43%, difatti nel 2015 la produzione totale era di 3300 tonnellate di oppio, mentre nel 2016 si è arrivati ad oltre 4800 tonnellate; ecco quindi un dato nuovo che emerge: questo incremento della produzione di oppio è collegata ad una maggiore resa per ettaro.

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Questo dato fa supporre che degli specialisti in materia (come fanno i cartelli messicani) siano stati assoldati per incrementare la produzione per ettaro coltivato. Nelle regioni occidentali e meridionali del paese – che producono l’84% dell’oppio afgano – i rendimenti sono aumentati da 16 a 22 chilogrammi per ettaro, con un davvero vistoso incremento del 46%.

Al primo posto la regione dell’Helmand, il nocciolo principale della produzione di papaveri da oppio, la ‘cassaforte’ talebana ed area strategica nella logistica dei traffici: snodo di transito dello smercio delle droghe sulla direttrice sud essendo confinante con il Balochistan pakistano e con il Sistan iraniano.

Helmand produce il 40% di oppio sul totale, seguito dalle province di Badghis, Kandahar, Uruzgan, Nangarhar, Farah, Badakhshan e Nimroz. Dalle vivide parole di Gian Micalessin, nel suo libro Afghanistan solo andata, che sorvolando su un elicottero statunitense il grosso villaggio Bakwa, gli parse quasi privo di vita ma gli viene detto dal pilota: “non farti ingannare sono nelle loro tane, solo qualche mese fa qui sotto era rosso come un tappo di Coca-Cola, tutto coltivato a papaveri. Hanno raccolto a maggio e ora si godono i soldi”.

Micalessin prosegue: “Voliamo a 50 metri e i vortici di aria tirano su le stoppie di papaveri che sono i resti del grande raccolto. Il raccolto di oppio che anche questo anno ha seminato linfa vitale nel cuore di Bakwa regalando ai contadini cibo e sementi per prossimo anno. Lo stesso raccolto garantisce a commercianti e trafficanti lucrosi affari e ai talebani esazioni e riscossioni indispensabili per pagare i combattenti, rifornirsi di armi, infarcire i campi di trappole esplosive.”

Il Khorasan: la base dell’ISIS in Afghanistan

La presenza di un nucleo di affiliati al cosidetto Daesh/Stato Islamico viene segnalata dal 2015, le prime cellule hanno preso incistarsi nel Khorasan nella provincia del Nangarhar ed recentemente nella provincia meridionale di Zabul, due province entrambe al confine con il Pakistan. Viene indicato anche con la sigla ISIL-KP (Islamic State of Iraq and the Levant – Khorasan Province) ed è formato, da quanto risulta, principalmente da elementi dissidenti talebani, dei fuoriusciti dagli altri gruppi che hanno deciso di alzare la bandiera nera del ‘califfato’, aderendo a questa sorta di franchising del terrore.

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I jihadisti hanno condotto azioni vistose e micidiali, per mezzo di kamikaze, più volte a Kabul, tra cui ricordiamo quelli contro l’Università Americana, in agosto e contro la sede del ministero della difesa in settembre. ISIL-KP sta allungando i suoi tentacoli, accrescendo la frequenza degli attentati, come nel recentissimo micidiale assalto all’ospedale militare di Kabul, del 8 marzo scorso, che ha causato 40 morti e una cinquantina di feriti.

Una presenza questa dello Stato Islamico comunque ‘osteggiata’ dai Talebani, che non vedono certo di buon occhio la presenza di una formazione estremista rivale; è un dato politico oggettivo che i Talebani non vogliano certo lasciare mano libera agli affiliati (e rivali) dello Stato Islamico, né tantomeno pensano di farlo nel futuro prossimo. L’ideologia radicale talebana resta quella da battere sul versante sia militare che della politica.

Nell’ambito dell’ultima offensiva delle forze governative battezzata Operazione Hamza sostenuta dalle forze aeree americane, un MC-130 Combat Talon delle comando forze speciali statunitense ha colpito con “super-bomba” da 10 tonnellate GBU-43B MOAB (Massive Ordnance Air Blast Bomb) un complesso di tunnel dello Stato Islamico nel distretto di Achin (provincia di Nangarhar) uccidendo a quanto sembra 96 insorti tra i quali 13 comandanti .

Il logoramento delle forze di sicurezza afgane 

Le forze di sicurezza afgane (ANSF) tra esercito (ANA) e polizia ammontano a 321mila uomini. Secondo il rapporto del SIGAR al novembre 2016; l’ANA è composto di circa 175mila uomini ed è articolato in una Divisione stanziata a protezione di Kabul e sette Corpi schierati a presidio delle 34 province (wilayat), a loro volta amministrativamente suddivise in 407 distretti. L’Afghan National Army (ANA) nel 2016 ha subito perdite elevate, molto più alte rispetto al 2015. Una delle azioni più logoranti è stata il contrasto alla tradizionale offensiva estiva, dai talebani (da questi chiamata operazione Omari), con la quale hanno tentato di occupare altri distretti nel Helmand, ottenendo il controllo dl quello di Nawa. Nei mesi di luglio-agosto e poi di nuovo ottobre, i talebani hanno effettuato dei nuovi tentativi per isolare Kunduz.

La città del nord-est venne per un breve tempo occupata dai talebani nel 2015. Per diversi mesi (aprile-ottobre) le forze di sicurezza e i talebani si sono scontrati poi il 28 settembre questi ultimi fecero irruzione città, un evento clamoroso poiché l’ultima occupazione talebana di un rilevante centro urbano risaliva al 2001. Tuttavia tre giorni dopo i governativi hanno contrattaccato e ripreso la città. Le perdite tra i soldati sono state molto alte, con oltre un centinaio di caduti.

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Va evidenziato che l’azione di Kunduz ha avuto il vantaggio collaterale di avviare il processo di ripensamento sull’ulteriore ritiro delle già ridotte forze americane. E’ stata quindi sviluppata dai comandi militari talebani una continua pressione bellica, una pressione diretta su più distretti mirante al logoramento dell’avversario. Una parte delle perdite è da ascrivere alla tattica di assaltare i presidi fissi nei distretti e i checkpoints gestiti dall’esercito, questi ultimi tipicamente sparsi e isolati che sono stati recentemente attaccati anche con l’uso di tunnel.

E chi subisce di più l’attrito bellico sono le truppe migliori dell’Afghan National Army (ANA), il fortissimo impegno delle Afghan Special Security Forces (ASSF), anche in molti casi dove non sarebbero necessarie, sta logorando questi reparti di èlite, compromettendone le capacità operative complessive.

Più di tutto vale quanto dichiarato dal generale Nicholson, comando dell’Operazione statunitense Freedom Sentinel e di Resolute Support: nel corso del 2016 i 17mila membri delle forze speciali afgane sono stati impegnati nel 70% delle operazioni condotte sul campo e nella maggior parte delle operazioni hanno agito in totale autonomia”. Quindi un forte elogio ma anche un’ammissione indiretta sul loro impiego come ‘truppa-ovunque’, da inviare laddove ci sia una crisi militare da fronteggiare.

Nonostante l’impegno profuso, l’ANA ha una capacità offensiva molto limitata, tenendo presente tra l’altro che oltre 53mila soldati sono impiegati solo in funzione di presidio.

Fino ad oggi si è evitato che si verificassero larghi successi strategici dei talebani ma le forze afgane restano pienamente dipendente dal supporto USA e della coalizione. Vi è la necessità di crescere nella pianificazione delle operazioni, nell’impiego delle armi combinate, nella logistica, nell’aviazione. Molti miglioramenti sono stati fatti nell’impiego tattico dei mortai, degli obici pesanti D-30 e dell’appoggio aereo-tattico.

In questo ultimo settore l’AAF (Afghan Air Force), ex Afghan Army Air Corps,  ha per ora modeste capacità, quasi tutte in ambito trasporti e MEDEVAC. L’addestramento dei piloti è curato dalla US Air Force, che rappresenta indispensabile e decisiva arma in questo lungo conflitto. La componente aerea è notoriamente uno degli strumenti più difficili da potenziare e serviranno molti anni affinchè la nascente aviazione afgana raggiunga livelli quantomeno accettabili.

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Passi avanti si stanno facendo nella componente degli elicotteri con l’arrivo di 4 MD-530 Cayuse Warrior che aggiunti ai precedenti portano a 27 gli MD-530 disponibili. I Cayuse Warrior sono armati con razzi e mitragliatrici da 12,7mm. Nell’ambito degli aerei per l’attacco ravvicinato al suolo sono operativi, dall’aprile 2016, gli A-29 Super Tucano.

Entro il 2018 sono previsti 20 Super Tucano al costo complessivo di 427 milioni di dollari, una spesa anche questa tutta finanziata dagli Stati Uniti. Gli A-29 Super Tucano a livello di industria aereonautica stanno ottenendo un successo di ordinativi in molti paesi. Questi velivoli a turboelica, concepiti per il close air support, sono armati con un cannone da 20mm, due mitragliatrici da 12,7mm e con attacchi per razzi da 70mm e bombe di precisione.

Nel corso della Operazione Shafaq i Cayuse e i Super Tucano hanno dato una buona prova e si sta lavorando per prevederne l’integrazione all’impiego nelle nuove operazioni offensive. Delle forze di sicurezza l’organizzazione più debole è quella delle forze di polizia. Il suo impiego quasi prevalente è in funzione anti-talebana, con le unità disperse sui tantissimi checkpoints, uno dei bersagli preferiti dai talebani.

L’Afghan National Police (ANP), conta ad oggi circa 147mila uomini, è stata articolata in cinque strutture la Afghan Uniform Police, Afghan Highway Police, la Afghan Border Police, il Criminal Investigation Department e la Afghan Local Police (ALP), inglobata nella ANP. Le forze di polizia vengono addestrate dai vari contingenti alleati tra cui i nostri Carabinieri. Tantissimi problemi affliggono l’efficienza complessiva di questi reparti di polizia: sono quelli meno preparati culturalmente, i meno retribuiti, i più esposti alle minacce e infiltrazioni dei jihadisti.

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Per esempio nel solo mese di agosto a fronte di 650 nuove immissioni vi sono state circa 1.300 poliziotti tra caduti in combattimento, arresti e diserzioni. In particolare è la Afghan Local Police, una sorta di ‘polizia rurale’, è quella più di tutte soggetta ad infiltrazioni e corruzione, per questi motivi è stata incorporata nella Polizia Nazionale tentando in tal modo contrastare questi fenomeni.

Pur avendo dei numeri piccoli è importante segnalare la presenza nelle forze di sicurezza, del personale femminile che si trova ad affrontare difficoltà notevoli per poter intraprendere questo mestiere. Una componente del 1,2% in crescita, pari a circa 4000 donne, tra cui vi sono 1219 ufficiali; il dato per etnie evidenzia le differenze culturali e di mentalità che permettono o meno maggiore facilità di accesso: 1246 donne sono di etnia tagika, 856 hazara, 480 pashtun, 131 uzbeka. Da notare che gli arruolamenti sono nelle forze armate, proprio quelle che hanno più appeal e reputazione anche tra la gioventù afgana.

La corruzione del clan Karzai ha favorito i talebani

Sul versante non-bellico ma con pesantissime ricadute su di esso vi è un virus micidiale, paragonabile come pericolosità al movimento talebano: la corruzione che pervade tutti i gangli decisionali, diffusa a tutti i livelli, un fenomeno presente fin dai vertici politici, da cui poi ‘discende’ dappertutto. Gli anni della lunga guerra civile hanno seminato frutti avvelenati, anni di malversazioni e ruberie che hanno devastato la popolazione. Con l’avvio della ricostruzione del paese la legittimità del nuovo governo nazionale è stata rapidamente erosa dal virus della corruzione: la guerra ai talebani iniziata nel 2001 ne è stata danneggiata moltissimo, in particolare la pervasività della corruzione del clan Karzai ha favorito il movimento talebano e indebolito gli sforzi USA e della Coalizione.

In questo senso ne ha scritto anche il noto settimanale The Economist. Con il brillante titolo Karzai Inc il settimanale inglese ha recensito il recente scritto di J.Partlow (A Kingdom of Their Own: The Family Karzai and the Afghan Disaster). Libro che traccia ha tracciato un quadro impietoso e puntuale delle vicende del clan Karzai. Questa pubblicazione è solo l’ultima di una lunga serie che ci descrive il modus operandi, nei 13 anni di potere, sia dell’ex presidente Ahmed Wali Karzai sia del suo potente e soprattutto vorace gruppo familiare che si era insediato in tutti i gangli decisionali.

Un clan paragonato, più volte nel corso degli anni, ad una tipica organizzazione di stampo mafioso per come si è comportato, non a caso etichettati come “i Corleone di Kabul”. A suo tempo il primo presidente del paese Ahmed Karzai, venne scelto per la sua etnia pashtun, proveniva dalla tribù dei Popalzai, che avevano una fedina pulita per quanto riguardava i rapporti con i talebani, e fu quindi valutato che fosse il candidato giusto per i complessi equilibri tra le varie tribù ed etnie afgane. Inoltre era legato alla antica dinastia Durrani che avevano governato l’Afghanistan dal 1747 al 1842.

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“Karzai fu un candidato di compromesso per stipulare compromessi” ha scritto Partlow. Karzai prima fu presidente ad interim dal 2001 e poi venne eletto nel 2004, ottenne un secondo mandato nel 2009. Gli attriti per la sua pessima gestione divennero sempre più accesi. Dopo il 2010 venne avviata una campagna anti-corruzione che svelò anche la presenza, nella fitta rete di mazzette, di molti afgani che avevano vissuto negli States. Uno degli snodi primari della corruzione venne individuato nella Kabul Bank: si scoprì che erogava milioni di dollari in prestiti letteralmente a tasso zero e tra i tantissimi uomini di affari e capi-tribù beneficiari di queste regalie, saltò fuori subito il fratello maggiore del presidente, Mahmood Karzai.

Al fallimento della banca Mahmood possedeva ben 22 milioni di dollari. Il fondatore della banca e il suo amministratore vennero condannati a 5 anni di prigione poiché venne dimostrato che erano stati gli autori del colossale buco di 810 milioni di dollari sui 935 complessivi a cui ammontarono le perdite della Kabul Bank.

Karzai comunque fece degli sforzi per arginare questa fame insaziabile del suo clan familiare, ma impedì interventi drastici che avrebbero fatto crollare questa sua politica basata sulla gestione ‘familiare’ dei fondi erogati dal suo governo. In tempi recenti più volte il vice di Obama, Joe Biden, aveva definito “Karzai un padrino che con il suo comportamento ha agevolato l’insorgenza talebana”. Tuttavia durante il surge la Casa Bianca si tappò il naso e gli occhi poiché ritenne ancora utile mantenere la Karzai Inc. al potere. Non solo il clan Karzai è stato al centro del vortice corruttivo ma anche molti altri warlords come Gul Agha Shirzai, Abdul Raziq, Ismail Khan, Atta Muhammad.

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E non è che la corruzione sia improvvisamente cessata da quando i Karzai sono usciti dalla stanza dei bottoni (e della cassaforte) di Kabul. Tuttavia anche altri gravi fenomeni inceppano i meccanismi del nation building afghano. A gennaio in un incontro presso il Center for Strategic and International Studies di Washington, il capo del SIGAR, John Sopko, ha denunciato che il governo USA sta pagando gli stipendi ad almeno 30mila soldati afgani fantasma. Le forze armate non sono le sole colpite da questo fenomeno, per Sopko vi sono pure poliziotti, medici e insegnanti fantasma. Fenomeno non certo nuovo sia chiaro e ricorrente in tutte le latitudini praticamente, tuttavia il fatto che fa più notizia sono i numeri, visto che si parla cifre colossali fino al 2016, sottratte dai budget annuali che gli Stati Uniti hanno erogato a Kabul. Un conteggio da capogiro, da cui sono esclusi gli importi stanziati per il 2017 pari a 43,7 miliardi di dollari.

Un Sopko sconfortato ha dichiarato che afgani non sono per nulla in grado di gestire tali ingenti somme” ed ha ricordato ai presenti che l’Afghanistan ha il triste primato di essere il terzo paese più corrotto al mondo. Una situazione che si riflette giorno per giorno sul campo, dove sono innumerevoli gli episodi di checkpoints presidiati dalla metà o meno dei soldati previsti in organico.

Il contributo delle forze alleate

Il ruolo ufficiale dell’operazione statunitense Freedom Sentinel (e dell’operazione NATO Resolute Support) è quello di consigliare e assistere e fornire addestramento, ma la realtà del campo di battaglia richiede sforzi sempre maggiori a fianco dei soldati afgani, pertanto Il ridotto contingente americano, meno di 9mila uomini, viene impiegato a seconda delle necessità operative. Le Forze Speciali statunitensi (SOF) sono le più coinvolte nel fornire supporto alle forze afghane, con livelli di impiego molto elevati.

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Nel febbraio 2016 sono stati inviati 500 uomini della Decima Divisione da Montagna in appoggio delle unità SOF impegnate a Helmand. Nei combattimenti degli ultimi due anni si assiste ad un impiego costante dell’aeronautica americana e NATO: dall’impiego dei B-52 fino ad arrivare agli attacchi ravvicinati aria-terra per colpire, per esempio i tunnel costruiti dai talebani. Infatti nello scorso febbraio, nel distretto di Sangin, l’Usaf è entrata in azione per contrastare la nuova tattica dei tunnel usati per aggredire i checkpoints, tunnel che vengono scavati sfruttando la copertura delle abitazioni circostanti. Fonti ufficiali statunitensi hanno dichiarato che contro questi tunnel i velivoli americani hanno condotto 15 raid in appena 48 ore.

 Questa combinazione tra appoggio aereo e forze afgane sul campo è il binomio che è stato più sfruttato ed ha evitato fino ad oggi tracolli pericolosi, tuttavia non è sufficiente rispetto all’impegno bellico sfibrante richiesto giorno per giorno. L’ultimo rapporto del SIGAR continua a lamentare i molti problemi che affliggono la struttura militare afgana: il fenomeno costante ed in crescita della corruzione, una ‘poor leadership’ nella guida dei reparti, una inattesa riduzione degli uomini impegnati sul campo, specie nelle forze di polizia.

La prassi della rimozione degli ufficiali e soldati corrotti è una misura che non viene giudicata sufficiente. Un ulteriore indebolimento viene evidenziato nel cambio di strategia adottato dai comandi afgani: checkpoints, presidi e basi vengono abbandonate per dirottare le forze nelle zone più minacciate. Nell’ambito NATO l’Italia partecipa alla missione Resolute Support, con il contingente più grande assieme a quello tedesco e turco. Prosegue così la nostra partecipazione in terra afgana, una presenza molto richiesta e apprezzatissima dagli afgani e dai nostri alleati.

Resolute Support è operativa dal 1 gennaio 2015, con oltre 13mila uomini di 39 nazioni, per fornire assistenza e addestramento alle forze di sicurezza afgane. In risposta alle accresciute minacce anche il settore tenuto dai nostri soldati con 950 uomini a Herat sta vivendo un cambio operativo, per appoggiare più da vicino le forze afgane.

La componente principale delle forze nazionali è attualmente costituita da reparti della Brigata bersaglieri “Garibaldi”, più personale e mezzi dell’Aeronautica Militare e dell’Arma dei Carabinieri. Fin dallo scorso dicembre è stato deciso il ritorno in diverse delle basi avanzate, che a suo tempo erano state consegnate agli afgani. Nella zona di Farah già da ottobre le nostre forze erano intervenute, più volte in prima linea, per dare manforte ai reparti del 207° Corpo nel ricacciare le milizie talebane.

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Nuovi rinforzi sono stati inviati a gennaio, laddove un raggruppamento composto da 70 bersaglieri e 130 soldati americani è stato rischierato a Farah. Il Train Advise Assist Command West (ex-Regional Command West) si occupa (ma i media non ne parlano mai) anche dei carichi di armi che filtrano dal confinante Iran.

Come ha scritto nel 2008 Gianandrea Gaiani, nel suo libro Iraq-Afghanistan guerre di pace italiane,:”[…] il traffico di armi riguarda direttamente il contingente italiano poiché segue piste che attraversano da nord a sud tutto il settore a noi assegnato, rifornendo i jihadisti di armi sofisticate come gli ordigni stradali a carica cava, missili anticarro e forse antiaerei. Materiali provenienti dagli arsenali dei pasdaran […]. Le informazioni dell’intelligence afgano confermano che i canali utilizzati sono gli stessi del traffico di oppio: i trafficanti portano droga in Iran e rientrano in Afghanistan con le armi.[…]. Una questione molto delicata sulla quale le fonti ufficiali glissano evitando di tirare in ballo Teheran.” Prosegue Gaiani:”[…] il vice comandante del reparto NATO anti-IED ha evidenziato che sono state ritrovate bombe stradali a penetrazione. Le stesse usate da Hezbollah contro gli israeliani e dai miliziani sciiti in Iraq, dove nel 2006 causarono la morte anche di cinque soldati italiani a Nassiryah.”

Si è ancora in tempo per evitare la creazione di un Talibanistan?

L’obiettivo di Kabul e degli alleati è quello di togliere la carta ‘fattore tempo’ dalle mani dei capi talebani e nel contempo ottenere una collaborazione forte da parte degli attori regionali, in primis del Pakistan. Le forze di sicurezza afgane sono una forza militare con capacità prettamente difensive, occorrerà tempo per avere una forza con buona mobilità sul campo, che sappia operare con l’impiego di armi combinate e con un valido supporto dall’aria ravvicinato.

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Queste lacune debbono essere colmate da un maggiore intervento occidentale con un rafforzamento in mezzi e uomini delle TAAC dislocate sul campo, al fine di davvero alzare i livelli di sicurezza e ridurre i margini di manovra dei talebani, degli affiliati di Al-Qaeda e dell’Isis. Occorre una svolta sul piano militare con una scelta oculata sia di qualità sia di dimensionamento delle forze e del materiale da impiegare.

Un’ipotesi percorribile è stata indicata, a gennaio, proprio da Analisidifesa.it :”[…] il modo migliore per contrastare i talebani e assistere con efficacia le forze di Kabul è riposto nella capacità di schierare in ogni regione militare (Kabul, Nord, Est, Sud, Ovest e Sud-Ovest) un dispositivo da combattimento a livello reggimento interarma da affiancare ai consiglieri militari che appoggiano le truppe afghane.

Un reparto composto da un battaglione di fanteria leggera (meglio se con una compagnia meccanizzata), una batteria di artiglieria più una componente elicotteri e velivoli teleguidati (droni) e altri supporti. Sei reparti di questo tipo basati presso gli aeroporti nelle diverse aeree afghane potrebbero contrastare efficacemente la minaccia con il supporto di aerei da combattimento dispiegati in almeno quattro basi (per esempio a Bagram, Herat, Jalalabad, Kandahar). In tutto circa 10/12 mila uomini, cioè quanti ne sono presenti oggi con compiti di supporto e consulenza. […]”.

Invece sul fronte delle trattative di pace in corso da anni solo scarsi risultati Dopo l’accordo di pacificazione con Kabul del settembre 2016 con il gruppo di Gulbuddin Hekmatyar, leader della fazione Hezb-i-Islami, le Nazioni Unite hanno tolto le sanzioni all’ex signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, inviando anche loro un segnale positivo ma modesto visto il contesto e il peso specifico di questo gruppo.

Resta il successo simbolico al tavolo negoziale, avendo ‘rotto’ il muro del fronte talebano. Il condonato Hekmatyar è comunque personaggio molto controverso la cui indubbia ferocia gli fece ‘guadagnare’ il soprannome di ‘macellaio di Kabul’. Sarà questo il viatico per gli ulteriori accordi con i talebani? Si vedrà.

In questo contesto Mosca sta mettendo tutto il suo peso, non avendo mai cessato di guardare all’Afghanistan sia con occhio geopolitico, cioè riaffermare il suo ruolo nell’area, sia considerandolo da pacificare per evitare che il jihadismo si faccia largo nelle repubbliche asiatiche ex-sovietiche e da lì si propaghi nella stessa Russia. In questo senso Mosca si è mossa convocando una conferenza tra i rappresentanti di Afghanistan, Pakistan, Russia, China, Iran e India, incontro al quale gli Stati Uniti non sono stati invitati.

Nel frattempo i tentativi di dialogo con vari elementi talebani ‘volenterosi’, non hanno dato risultati tangibili. Anche i cambi di leadership al vertice dei talebani non ha portato certo nulla di nuovo. Inifatti nella sua prima esternazione, nel luglio scorso, il nuovo leader Haibatullah Akhundzada, dopo che un drone nella provincia pakistana del Baluchistan aveva eliminato il precedente leader Akhtar Mansoor, si è espresso così:” sono per la riconciliazione, a patto che le forze straniere lascino subito il paese”. In pratica le stesse cose che gli “studenti coranici” chiedono dalla caduta del loro regime.

Foto: Isaf, Resolute Support, Reuters, US DoD,  Tolo News e AP

Marco LeofrigioVedi tutti gli articoli

Nato a Roma nel 1963, laurea in Scienze Politiche, si occupa da oltre dieci anni di geopolitica, strategia, guerre e conflitti, forze armate straniere, storia navale, storia contemporanea, criminalità organizzata, geo-economia. Ha scritto decine di articoli, analisi e saggi su questi argomenti. E' membro attivo della Società Italiana di Storia Militare. Dal 2011 è co-autore, con Lorenzo Striuli, di diversi articoli di storia navale sulla Rivista Marittima della Marina Militare. Collabora fin dal 2003 con Analisi Difesa.

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