Una guerra tutta americana

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da Il Mattino del 17 maggio 2017

Le questioni legate all’intelligence sono sempre per loro natura delicate ma nel caso delle rivelazioni del Washington Post (e delle sue gole profonde) tese a minare la credibilità e la legittimità di Donald Trump e della sua Amministrazione c’è molta, anzi troppa politica.

Lo scontro in atto, pur assumendo dimensioni globali legate al ruolo della superpotenza statunitense, è in realtà una lotta interna tra quella parte dell’establishment di Washington, per lo più legato al Partito Democratico ma che include anche un ampio fronte repubblicano, che non ha ancora digerito la vittoria elettorale di Trump e punta a sovvertire l’esito del voto con un “impeachment” a tutti i costi”.

Una “guerra civile” tutta americana con un fronte interno al Grand Old Party e alla stessa Amministrazione, che vede coinvolti anche ambienti legati all’intelligence che negli Usa si compone di ben 17 agenzie diverse, ma che ha inevitabilmente riflessi in tutto il mondo come dimostrano le prime reazioni in Germania e in ambito Ue.

Il parlamentare socialdemocratico tedesco Burkhard Lischka, presidente della commissione intelligence, ha dichiarato che le rivelazioni di Trump ai russi “qualora dovessero essere confermate sarebbero molto inquietanti”. Paventando che se Trump “passa informazioni ad altri paesi come gli pare, allora diventa un rischio per la sicurezza di tutto il mondo occidentale”.

Un funzionario europeo ha invece riferito all’Associated Press che il suo paese, che ha chiesto esplicitamente di non rivelare, potrebbe decidere di non condividere più informazioni di intelligence con gli USA “perché potrebbe essere pericoloso per le nostre fonti”.

Inutile nascondersi che né Berlino né Bruxelles hanno accolto con entusiasmo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca ma è paradossale che ci si indigni per qualche notizia riguardante azioni terroristiche dell’Isis passata da Trump a Mosca dopo che in Europa abbiamo rapidamente rimosso la vicenda del Datagate (e pima ancora, negli anni ’90, quella altrettanto imbarazzante della rete di spionaggio elettronico anglo-americana Echelon) che evidenziò come tutti i leader europei siano stati spiati dalla National Security Agency.

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Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, il generale Herbert Raymond McMaster, ha smentito che le informazioni fornite da Trump al ministri degli Esteri russo Serghei Lavrov contenessero dettagli segreti o fonti riservate o che abbiano causato danno alla sicurezza nazionale.

Il direttore della Cia, Mike Pompeo, ha riferito nella notte ai membri della commissione Intelligence del Senato sul contenuto dell’incontro tra il presidente e Lavrov, in cui, secondo il Washington Post, Trump avrebbe fornito particolari segreti, ricevuti dall’intelligence di un Paese alleato, sul piano dell’Isis di far saltare in aria aerei civili nascondendo ordigni nelle batterie di computer e tablet.

Al di là dei risvolti politici, che sembrano avere il sopravvento su ogni analisi razionale, è legittimo che il presidente USA riveli a un paese che pur senza essere un alleato è comunque esposto al terrorismo dell’Isis e lo combatte in prima linea l’entità di una minaccia terroristica che potrebbe provocare vittime innocenti ovunque.

Del resto il presidente americano, che è anche “Commander in Chief”, ha il potere di declassificare materiale ritenuto segreto e condividerlo con altri. Quello che per correttezza non avrebbe potuto fare è rivelare le fonti delle informazioni senza il via libera del Paese alleato (non precisato) che ha raccolto le informazioni sui piani dell’Isis.

In realtà però neppure il Washington Post, accusa il presidente di aver rivelato le fonti ma solo di aver fornito ai russi dettagli “altamente classificati” sui piani dei terroristi senza l’autorizzazione del Paese alleato che gli ha passato queste informazioni.

E’ evidente quindi che la vicenda rischia così di assumere i toni della farsa dal momento che informare anche i russi dei sofisticati piani dei terroristi islamici potrebbe aver salvato molte vite umane. Paradossale che questo aspetto non venga evidenziato proprio in Europa dove dopo ogni attacco terroristico ci si dilania sulla mancata “integrazione” dei servizi segreti e sulla necessità di condividere più rapidamente e meglio le informazioni d’intelligence.

I servizi segreti sono per loro stessa natura “assetti nazionali” che non a caso rispondono direttamente al capo dello Stato o al vertice governativo. In questo delicato settore i diversi Paesi possono cooperare, scambiarsi limitati flussi di informazioni ma mai integrarsi perché ogni Stato persegue un ampio spettro di interessi spesso contrapposti o non coincidenti con quelli di partner e alleati.

Persino nelle guerre in Iraq e Afghanistan gli anglo-americani gestivano direttamente il flusso maggiore di informazioni d’intelligence distribuendole ai contingenti alleati (italiani inclusi) in misura ridotta e solo rispondente al cosiddetto “need to know”, cioè alla necessità che gli alleati possedessero le informazioni utili a cooperare sul campo di battaglia al fianco delle forze americane.

Ciò nonostante uno dei settori in cui lo scambio tra i servizi tutte le Nazioni è maggiore è proprio quello del terrorismo islamico, minaccia percepita ormai da tutti come globale.

Foto: TGCom 24 e Ministero degli Esteri Russo via AP

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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