Unifil e la situazione nel Libano meridionale

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Naqoura –  La fine della “guerra dei 34 giorni”, fatta di azioni di rappresaglia e contro-rappresaglia, di bombardamenti israeliani, lanci di razzi katyusha da parte di Hezbollah, e dell’invasione israeliana del suolo libanese, aveva restituito un bilancio che supera le 1.500 vittime, per la maggior parte libanesi. Alla fine di quell’estate del 2006, precisamente alle prime ore del mattino del 2 settembre, una componente anfibia di circa 450 uomini tra fucilieri di Marina del Reggimento “San Marco” e lagunari del Reggimento “Serenissima”, appartenenti alla neocostituita forza nazionale di proiezione dal mare, iniziò le prime operazioni di sbarco sulle coste meridionali del Libano.

Parte della Joint Landing Force (JTF-L) effettuò l’elisbarco sulla spiaggia di Tiro con alcuni elicotteri Sikorsky SH-3D mentre una decina di chilometri più a sud, personale e mezzi militari sbarcavano dalla Nave classe San Giorgio nel piccolo porto di Naquora, eletta a quartier generale di UNIFIL dall’apertura della missione nel 1978. Fu proprio la Early Entry Force anfibia, integrata da militari del reparto genio e logistico, ad avviare l’operazione “Leonte” con cui, dalla fine del 2006 ad oggi, l’Italia contribuisce con un contingente di circa 1.100 uomini alla forza d’interposizione delle Nazioni Unite, dispiegata nel sud del Paese tra il fiume Litani e la Blue Line.

L’area di operazioni della missione ONU comprende le zone maggiormente colpite, dove gran parte delle infrastrutture andò completamente distrutta come la stessa Coastal road che si percorre per raggiungere la UNP 2-3, sede del quartier generale del Sector West a guida italiana.

Dallo scorso ottobre, a comandare l’intero settore su base Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli” e la Joint Task Force in Libano (JTF-L), è il generale Ugo Cillo che arrivò per la prima volta nel sud del Libano all’indomani della guerra del 2006, al comando dei Lagunari inquadrati nell’allora unità di manovra ITALBATT1.

La Pozzuolo del Friuli in Libano

A sei mesi dall’inizio di Leonte XXI che ha segnato il quinto mandato per la Pozzuolo e il decimo anniversario dell’operazione a guida italiana (la Pozzuolo fu l’apripista con Leonte I), il Comandante Cillo ha espresso la sua soddisfazione per l’operato dei militari italiani.

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“Il bilancio è positivo nel quadro generale di stabilità del Libano e nel contesto della presenza di UNIFIL che è una missione estremamente importante in un momento storico delicato come quello attuale, in cui la Siria non ha ancora trovato la stabilità e in una regione che grazie anche alla costante presenza e impegno dei nostri militari è relativamente stabile e in pace da quasi undici anni.”

I compiti operativi e non affidati al contingente italiano nell’ambito del loro mandato sono definiti da una risoluzione (1701 UNSC) che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò all’unanimità nell’agosto del 2006 disponendo un massiccio rafforzamento della forza di interposizione UNIFIL, portata da 2000 a 15.000 uomini (benché attualmente la Forza sia ridotta a 12.000), e tre principali ambiti di intervento: monitoraggio del cessate-il-fuoco, supporto alle Forze Armate libanesi (LAF – Libanese Armed Forces) e assistenza alla popolazione locale (attività CIMIC).

Il contingente italiano è dislocato in parte presso la base “Millevoi” di Shama che oltre al comando del Sector West ospita altre undici nazioni contributrici alla forza multinazionale, il comando della missione di training bilaterale italo-libanese MIBIL e una componente di circa 10 carabinieri che insieme al contingente tanzaniano esercita le funzioni di polizia militare.

L’unità di manovra ITALBATT, organizzata su base 4° Reggimento Genova cavalleria, è invece dislocata a pochi metri della costa presso la UNP 1-26 di Al-Mansouri e la base avanzata 1-31 che, integrata da un distaccamento d’osservazione OP LAB, permette di monitorare da vicino qualunque attività o movimento individuati nell’area o lungo la Blue Line, la linea di demarcazione artificialmente tracciata che divide i due Paesi.

Blue Line

A distanza di dieci anni dalla tregua tra Libano e Israele, la Blue Line è tuttora una delle aree più sensibili e foriere di tensioni tra le parti. Dal 2007, le Nazioni Unite hanno dato il via a un’intensa attività di posizionamento di pilastri (Blue Pillar) che marcano il confine tra i due Paesi. È la linea di ripiegamento delle truppe israeliane che nel 2000 si ritirarono dalla “Fascvia di Sicurezza” nel Libano del Sud e che separa i due Stati che di fatto sono ancora in guerra.

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Ogni singola coordinata geografica che identifica i Blue Pillar sinora posizionati è frutto di una complessa attività negoziale a tre (tripartite meeting) che avviene presso la base avanzata 1-32 A. Libano e Israele non hanno relazioni diplomatiche e comunicano solo attraverso la mediazione di funzionari e militari dell’ONU. E con molta probabilità lo faranno sino a stabilire, non senza fatica e lunghe discussioni, l’ultimo esatto punto per completare la demarcazione con 527 bidoni.

Il fatto che ci siano voluti dieci anni per arrivare a posizionare gli attuali 313 pilastri, denota non solo la difficoltà dei due Stati a raggiungere un mimino accordo ma è anche indicativo di quanto precario sia l’equilibrio su cui si reggono i loro rapporti. Infatti, il costante pattugliamento della Blue Line e dell’intera area di responsabilità di ITALBATT (che si estende su una superficie di circa 170 chilometri quadrati) è tuttora l’attività che richiede il maggiore sforzo operativo alla Task Force Genova.

La presenza delle truppe di UNIFIL sul territorio ha sinora permesso di evitare un accidentale attraversamento della Blue Line possa portare a incidenti significativi o addirittura a una ripresa delle ostilità. “Siamo come degli arbitri che fischiano i falli alle due squadre, che nel nostro caso sono Libano e Israele.

Ci limitiamo a guardarle giocare e segnaliamo, senza giudicare la modalità di gioco, i falli ovvero le loro violazioni alle Nazioni Unite” dice il Comandante Cillo, descrivendo nel complesso l’attività svolta dai caschi blu italiani.

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In questo senso, quando accade che qualche pastore o contadino libanese si avvicini troppo alla linea di demarcazione viene segnalato e fatto allontanare, proprio come movimenti, persone o attività sospette vengono comunicati alle sale operative (TOC) seguendo un ordine gerarchico e procedure specifiche. Così, per esempio, dalla 1-26 di Al Mansouri cui scorre una continua comunicazione con la base avanzata alle sue dipendenze, la comunicazione può essere trasmesse al TOC di Sector West e di conseguenza al quartier generale di Naqoura.

I pattugliamenti avvengono sia di giorno che di notte per garantire un costante controllo del territorio a supporto delle Forze Armate Libanesi (LAF) ed evitare che le controparti vengano a contatto tra di loro innescando incidenti. Gli assetti della Task Force sono dotati di VTLM Lince equipaggiata con torretta a controllo remoto Hitrole (che dopo l’esperienza afghana, è stato concepito per mettere in sicurezza il militare in ralla) utilizzati per le attività di pattugliamento, e dispongono di autoblindo Centauro che esprimono solo funzione difensiva e verrebbe eventualmente utilizzata nell’ipotesi di escalation del conflitto.

L’avamposto 1-3 ospita un plotone di 22 militari che effettua i pattugliamenti lungo la Blue Line con una cadenza di due o tre turni a settimana. Per la sua posizione strategica a ridosso di Israele e a poche decine di metri dalla Blue Line e insieme al punto d’osservazione OP LAB (preso in consegna dai ghanesi nel 2006) funge da vero e proprio “occhio di sorveglianza” che permette di monitorare in maniera continuativa i movimenti lungo la Blue Line. La torretta di osservazione della base (Altana A), presidiata a turni di quattro ore, permette di avere una visuale completa dell’area.

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Osservando dal lato libanese, a nord, al-Mashab (unica municipalità cristiana) e Tiro a circa 20 chilometri lungo la costa; dal lato israeliano, a sud, i campi coltivati di Haifa e l’Alta Galilea che durante la guerra divennero uno dei bersagli principali per i razzi di Hezbollah. Tra la Blue Line e la Technical Fence (dal lato israeliano) alta rete metallica fu costruita per impedire l’ingresso in territorio Israeliano, c’è una sottile striscia di terra dove le frasche e la vegetazione selvaggia ricoprono un suolo imbottito di mine anti-uomo e ordigni inesplosi. Ogni attraversamento potrebbe quindi risultare fatale al suo trasgressore che, nell’ipotesi fortunata, verrebbe comunque registrato dagli occhi delle numerose telecamere, dai sensori al movimento e dalle orme lasciate sul terreno sabbioso (soft soil) che corre lungo tutta la rete metallica e viene giornalmente ripulito e livellato dall’Esercito israeliano, proprio a questo scopo.

Unifil supporta le forze libanesi

Tra le attività previste in supporto alle LAF sono inclusi i pattugliamenti congiunti e una serie di attività addestrative e corsi effettuati dalla Task Force Genova grazie ai propri istruttori. Nello specifico, sono stati effettuati i corsi sul metodo di combattimento militare (MCM), sulle tecniche di combattimento in aree urbanizzate (organizzato presso il Training center della base libanese di As Samaya insegnando in principio le tecniche individuali e poi effettuando l’addestramento a livello plotone) e uno sulle tecniche antisommossa che servono ad incrementare e migliorare le capacità delle LAF perché possano progressivamente essere esercitare il controllo su tutto il territorio libanese.

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Le attività addestrative, il corso basico di osservazione o la recente donazione di una sala operativa con le attrezzature necessarie al comando e controllo, servono per incrementare per familiarizzare e migliorare l’interoperabilità con le il contingente italiano e di UNIFIL in generale.

Come spiega il portavoce del contingente italiano, capitano Biagio Liotti, nell’ambito del mandato semestrale le attività operative portate a termine superano le 37600. “Nello specifico, oltre 4.000 sono solo le attività svolte congiuntamente con le Forze Armate libanesi nell’adempimento di quanto stabilito dalla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, 58 i progetti CIMIC ovvero di cooperazione civile-militare e più di le 50 donazioni fatte alla popolazione”.

Un altro dei principali compiti che la 1701 affida a UNIFIL è quello di interdire nell’area di operazione della forza multinazionale, divisa tra Settore Ovest (a guida italiana) e Settore Est (a guida spagnola), l’accesso a uomini armati o armi non appartenenti alle LAF, unico organismo legittimato a portarle insieme a Unifil.

Questo implica che ogni violazione riscontrata dai militari italiani venga puntualmente segnalata o denunciata al DPKO (Dipartimento per le Operazioni di Peacekeeping dell’ONU), come accaduto di recente a un cacciatore libanese, ma che nell’ipotesi di arresto siano chiamate a intervenire esclusivamente le LAF.

Disarmare Hezbollah?

In proposito, tuttavia, sorgono alcuni interrogativi legati alla questione del disarmo delle milizie di Hezbollah che, nonostante siano state parte belligerante nel conflitto contro le Forze di difesa israeliane Tzahal, non risultino mai menzionate nel testo della lunga risoluzione ONU. Una simile disposizione che appare quantomeno controversa potrebbe essere interpretata come una scelta volutamente ambigua per accontentare sia quelli che allora sostenevano, e in qualche maniera legittimavano, Hezbollah in seno all’ONU e al Libano stesso sia i suoi avversari, proprio come avviene anche oggi che l’organizzazione paramilitare è diventata un partito con i suoi alleati in politica e i sostenitori tra la popolazione, da un lato, e un’opposizione, dall’altro.

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Non bisogna dimenticare che, in particolare, qui nel sud del Libano dove la maggioranza della popolazione è musulmana sciita, Hezbollah è in grado di esercitare una forte presa anche a livello amministrativo, riuscendo a controllare un cospicuo numero di municipalità e villaggi. Dal 2008 la milizia di Hezbollah, che gli Stati Uniti individuano quale organizzazione terroristica, ha partecipato per la prima volta alle elezioni legittimandosi a pieno titolo come una formazione politica con una rappresentanza al Governo. Oltretutto, i programmi sociali messi in piedi nell’ambito delle cure ospedaliere o della gestione delle scuole, gli hanno guadagnato un ampio consenso da parte della popolazione consentendogli di trasformarsi in un punto di riferimento nella politica locale e non solo.

In questo senso giova anche ricordare che, dallo scoppio del conflitto siriano, nel controllo del territorio libanese i miliziani di Hezbollah hanno tentato di porsi come struttura di sicurezza parallela alle LAF, e in certi casi addirittura sovrapponendosi ad esse grazie a equipaggiamenti e capacità superiori di quelle delle Forze di sicurezza regolari, nella protezione e nella sorveglianza del confine tra Siria e Libano che, essendo estremamente poroso, consentirebbe l’infiltrazione di elementi jihadisti e costituisce una delle principali vie di rifornimento per le armi di Hezbollah stesso.

Di fatto, alle milizie sciite della “Resistenza” che ha imbracciato le armi contro Israele, non furono mai completamente tolte le armi a partire degli accordi di Ta’if del 1989 (che ponevano fine a una guerra civile durata 15 anni). Al contrario, il diretto coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto siriano al fianco del Governo Assad dal 2013 non solo ha permesso ai miliziani di crescere a livello tattico e strategico grazie all’esperienza oltreconfine e a un costante addestramento sul campo, ma ha anche consentito di rafforzare le sue capacità operative e il suo equipaggiamento grazie al sostegno iraniano.

Alla luce di queste considerazioni, è possibile comprendere quanto il compito di bonifica dell’area di operazione UNIFIL dalla presenza di armi o personale armato risulti particolarmente delicato e complesso.

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Mentre le LAF in certe occasioni hanno saputo approfittare dell’operatività stessa di Hezbollah accettando di fatto una collaborazione non ufficiale alla difesa dei confini (a livello ufficiale questo significherebbe legittimare in uno Stato sovrano una formazione alternativa alle Forze di difesa dello Stato), i militari di UNIFIL hanno al contrario implementato alla lettera le disposizioni contenute nella risoluzione.

In questo senso, non si può escludere che alcune azioni ostili nei confronti di UNIFIL che si sono verificate, seppur sporadicamente, negli ultimi anni possano essere connesse proprio alla neutralizzazione dell’area di operazione benché sia tuttora difficile risalire ai gruppi coinvolti. Solo a novembre del 2015 alcuni blindati italiani impegnati nelle regolari operazioni di pattugliamento sono stati circondati e aggrediti da uomini armati in tre diverse occasioni, senza provocare feriti. E in proposito, il 6 aprile scorso durante un incontro con la stampa locale a Naqoura il Comandante di UNIFIL Generale Michael Beary ha sottolineato come la libertà di movimento (freedom of movement) e un ambiente sicuro (safe and secure environment) sanciti nella risoluzione siano due elementi imprescindibili per portare a termine i compiti operativi.

L’impatto del conflitto siriano

Attraversando la periferia di Tiro ci sono ancora i segni indelebili del conflitto. Alcune minuscole botteghe sono rimaste ferme al 2006. In certi punti sembrano quasi sgretolarsi sotto il peso del cemento divelto, mentre su qualche edificio più alto le finestre smembrate e le decine di fori sulle pareti ricordano ancora i colpi di mortaio o d’artiglieria che lo hanno raggiunto. In alcune botteghe abbandonate il bucato appena steso fa capire che un gruppo di rifugiati siriani ne abbia fatto delle abitazioni di fortuna.

Diverse migliaia di rifugiati in arrivo dalla Siria sono stati distribuiti tra i 12 campi profughi palestinesi dislocati su tutto il territorio libanese, mentre famiglie relativamente più benestanti vivono all’interno delle città benché, come racconta il sindaco di Tiro Hassan Dbouk, in quest’area molte delle spese di utenza per elettricità, acqua e rifiuti sono sostenute dalle municipalità di Tiro.

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Il conflitto siriano e l’enorme flusso di rifugiati, la cui presenza sul territorio libanese sarebbe vicina ai 2 milioni, hanno costituito una seria minaccia per il fragile equilibrio del Libano colpendo in maniera trasversale anche i settori sociale ed economico. Basti pensare alle tensioni create dall’innesto di lavoratori a basso costo (siriani) in una regione come quella del Libano meridionale dove l’economia è principalmente fondata sulla coltivazione di frutta o tabacco da esportazione e dove il tasso di disoccupazione giovanile continua a restare alto.

“La minaccia alla sicurezza del Libano ha una portata importante ma è stata percepita in maniera diversa da una regione all’altra del Paese. Il maggior impatto si è avuto nel nord del Paese, a Tripoli” continua Dbouk, una città che risulta spaccata in due tra il quartiere sunnita di Bab al Tabbaneh e quello sciita di Jabal Mohsen, e che oltre a vivere in condizioni di relativa povertà ha registrato numerosi scontri tra fazioni alawite, a sostegno del Governo siriano di Bashar al-Assad e sunnite, a sostegno dell’opposizione, alcune delle quali integrate da gruppi salafiti. “E ancora nella valle della Bekaa, e nelle zone al confine con la Siria”, dove a seguito dell’intervento delle milizie di Hezbollah nel conflitto siriano si sono verificati scontri, lanci di razzi e rappresaglie che hanno coinvolto miliziani legati all’ISIS con lo scopo di colpire le roccaforti e tagliare le principali vie di rifornimento per le armi del partito sciita.

I campi palestinesi

Le 19 municipalità di Tiro, che nell’ambito di UNIFIL ricadono sotto l’area di responsabilità di ITALBATT, contano una popolazione di 180.000 libanesi ai quali si aggiungono circa 65.000 palestinesi distribuiti nei tre campi profughi di Al-Bas, Rashidiyeh e Burj al-Shamalj, e tra i 28.000 e i 50.000 siriani (secondo i dati forniti dai sindaci a fronte del dato di 14.000 elaborato nel 2014 dall’UNHCR). Nel timore di modificare gli equilibri demografico-confessionali e (a causa della massiccia presenza di rifugiati siriani e palestinesi sunniti) del Libano, il governo non ha voluto l’apertura di nuovi campi profughi siriani per evitare che, come nel caso di quelli palestinesi, si possano trasformare in focolai di tensioni che minaccino la sicurezza del Paese. “Perché soffi sullo yogurt? Perché mi sono bruciato con il latte” dice il sindaco Dbouk per spiegare tramite un detto libanese come il Libano non sia pronto a correre lo stesso rischio.

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Ad ogni modo, le tensioni nate a seguito dell’arrivo dei primi siriani qui nel sud del Libano sono state limitate grazie alla presenza delle truppe di UNIFIL che oltre a monitorare costantemente l’area sono riuscite a incrementare negli anni il livello di accettazione da parte della popolazione (attraverso le attività CIMIC e agli stessi “market walks” che garantiscono una presenza nel cuore delle municipalità), cosa che contribuisce al buon esito della missione potendo operare in un ambiente sicuro.

Al momento, infatti, questa regione non suscita preoccupazioni a Beirut. Basti pensare che nel 2006 a sud erano dispiegate tre brigate delle LAF a fronte delle due attuali dopo che una è stata trasferita al nord per rispondere alle esigenze di controllo dei confini. Parimenti, dei 15.000 soldati libanesi che, stando alla risoluzione ONU, Beirut avrebbe dovuto dispiegare al sud ve ne sono  attualmente solo 2000 divisi tra settore italiano e spagnolo.

A preoccupare maggiormente è il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel maggiore campo profughi palestinese di Ain al-Hilweh, nei pressi di Sidone, che dallo scoppio della crisi costituisce una costante minaccia alla stabilità e alla sicurezza del Paese.

Solo nel mese di aprile si sono verificati due episodi di violenza (il 7 e il 19 aprile) che hanno provocato tra le 8 e le 13 vittime. Gli scontri a fuoco si sono prolungati per diversi giorni opponendo le Forze di sicurezza palestinesi congiunte e un gruppo di miliziani jihadisti affiliati a Bilal Badr, a capo dell’alleanza al-Shabab al-Muslim, costituita dalle formazioni islamiste radicali Fatah al-Sham e Jund al-Sham, che hanno più volte ingaggiato vere e proprie guerre o scontri armati con le LAF nel nord del Libano e a Sidone.

Inoltre, diversi seguaci di Bilal Badr affiliati a Hayat Tahrir al-Sham (ex Jabhat al-Nusra) e allo Stato Islamico (ISIS), avrebbero raggiunto la Siria e l’Iraq per andare a combattere nelle fila dei miliziani jihadisti. In questa prospettiva, il corpo di sicurezza palestinese (costituito da 17 fazioni armate tra cui uomini appartenenti a formazioni come Al Fatah, OLP, Partito popolare, Hamas, Fronte popolare per la liberazione della Palestina o Osbat al-Ansar) è stato costituito nel tentativo di superare attraverso una coalizione di forze le continue lotte che oppongono le fazioni per il controllo e la gestione del campo stesso.

Tuttavia, la presenza di questo microcosmo di formazioni politiche dotate di veri bracci armati, da un lato, e le infiltrazioni di cellule jihadiste, dall’altro, frenano la possibilità di trovare qualunque accordo tra le parti e arginare le violenze. D’altra parte le pessime condizioni di vita, la povertà, la disoccupazione e la stessa legge libanese che impedisce ai palestinesi di svolgere determinati tipi di lavoro, costringendoli nei campi, ha da sempre costituito terreno fertile per la proliferazione di gruppi radicali.

Benché le LAF siano legittimate a garantire unicamente la sicurezza esterna dei campi, con il costante presidio dei check-point posti all’ingresso delle strutture, si evidenzia tuttora la sua incapacità a fare totalmente fronte alle minacce alla sicurezza interna.

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In questa prospettiva, appare difficile ipotizzare il futuro ritiro delle truppe ONU che, sebbene previsto dalla risoluzione 1701, resta condizionato dalla capacità dell’Esercito libanese di garantire il pieno controllo del territorio operando senza il supporto dei peacekeeper dell’ONU.

La missione UNIFIL rappresenta comunque una delle operazioni di maggior successo delle Nazioni Unite, se guardiamo all’ampia ed effettiva implementazione della risoluzione. È utile ricordare che la tregua tra Libano e Israele si è progressivamente consolidata grazie alla presenza ininterrotta della forza multinazionale che ne ha costantemente garantito il rispetto contribuendo a incrementare la sicurezza e una relativa stabilità nel Libano del sud. In questo contesto, il contingente italiano si è distinto in particolare per il maggior numero di progetti a favore della popolazione locale e per gli ottimi rapporti instaurati con le autorità civili, religiose e militari.

Programmi che, oltre a creare un forte legame tra le due nazioni confermato anche dalla missione bilaterale di addestramento italo-libanese (MIBIL) contribuisce a mettere in luce la “Italian way of lead”.

Foto: G. Gaiani e Brigata Pozzuolo del Frilui

Nata a Kazanlak (Bulgaria), si è laureata con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia. Ha frequentato il Master in Peacekeeping and Security Studies a Roma Tre e ha conseguito il titolo di Consigliere qualificato per il diritto internazionale umanitario. Ha fatto parte del direttivo del Club Atlantico Giovanile del Friuli VG e nel 2013 è stata in Libano come giornalista embedded. Si occupa di analisi geopolitica e strategica dei Paesi della regione del "Grande Mar Nero" e dell'Europa Orientale e ha trattato gli aspetti politico-giuridici delle minoranze etniche e dei partiti etnici.

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