TERRORISMO ALL’ARMA BIANCA

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Dopo che l’aggressione alla pattuglia di “Strade Sicure” alla stazione Centrale di Milano è stata oscurata dalla strage di Manchester, i coltelli – e veicoli – sono tornati prepotentemente a far parlare di sé sul fronte del terrorismo. Sebbene le implicazioni con lo Stato Islamico debbano ancora esser effettivamente dimostrate sia per il caso nazionale che per quello londinese, – Daesh starebbe rivendicando anche attentati con i quali non ha reali connessioni per aumentare il suo prestigio – quello che risulta evidente è l’impiego crescente e preferenziale di armi bianche nell’attuale ondata terroristica. Per tutta una serie di vantaggi tattici e propagandistici, sia Hamas che Al-Qaeda ed ISIS hanno ripetutamente invitato i “lupi solitari” a ricorrere a questa tipologia di attacchi.

Il Dizionario Militare Zanichelli definisce “armi bianche” gli strumenti atti ad offendere che potenziano la forza del braccio ­­– o braccia – dell’utilizzatore. In base alle loro caratteristiche strutturali possono esser suddivise in armi bianche lunghe (spade, sciabole, fioretti) provocanti ferite per azioni di stocco o fendenti; armi bianche corte (pugnali, daghe, stiletti) utilizzate esclusivamente con effetti di stocco; armi da botta (mazze d’arme, martelli da guerra) usate per azioni fendenti ad effetto fratturante; armi da taglio (asce, accette, tomahawk, machete) simili alle armi da botta, ma con possibilità di azioni fendenti con effetti taglienti; armi in asta (alabarde, picche, ronconi, lance) che consentono azioni fendenti o di stocco con effetti  perforanti, taglienti, fratturanti o strappanti a seconda del tipo.

L’impiego di armi bianche è vecchio quanto il Mondo, tuttavia è solo in questa decade che si è trasformato in una precisa tattica terroristica: il knife/stabbing attack o accoltellamento. Sebbene tale denominazione derivi dal predominante utilizzo di coltelli, la casistica mostra un ampio impiego anche di asce e machete. Quest’ultimi tristemente noti per i genocidi africani ed i crimini (comuni) nel Regno Unito dove si registrano circa 350 aggressioni al mese, con un +24% rispetto al 2016.

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Il primo attacco terroristico all’arma bianca sarebbe rappresentato dall’assassinio di un Imam da parte del GIA (Gruppo Islamico Armato) in Francia nel 1995, seguito poi dall’uccisione del regista olandese Theo Van Gogh nel 2004: otto colpi di pistola ed il colpo di grazia inferto con un coltello. Da allora nessun attacco del genere fino al 2010, quando un somalo-danese ha cercato di uccidere il vignettista Kurt Westergaard con un’ascia.

Secondo uno studio dello spagnolo Javier Jordan pubblicato sulla Revista Española de Ciencia Política, tra il 2001 ed il 2010 sono stati compiuti – principalmente da “lupi solitari” – meno di 10 attacchi all’arma bianca in Europa occidentale. Solamente uno ha avuto successo: l’assassinio di Theo Van Gogh.

Il fenomeno pare poi essersi diffuso vertiginosamente ed a macchia d’olio a partire dal 22 maggio 2013, con l’investimento e decapitazione del soldato britannico Lee Rigby, a Londra. Dal Regno Unito si è passati a Francia, Israele, Stati Uniti, Germania ed altri Paesi d’Europa, creando una tanto letale, quanto efficace sinergia con altri sistemi Lo-Fi (di bassa fedeltà: low cost e poco articolati) come l’attacco veicolare  o gli IED fabbricati “nella cucina di mamma”.

Il primato più sanguinoso all’arma bianca è detenuto dalla Cina. Nel giugno 2013 un gruppo di uiguri ha assaltato una stazione di polizia a Lukqun (Xinjiang) con dei coltelli, uccidendo 9 poliziotti e 17 civili.

Il 1° marzo 2014 sei uomini e due donne, armati di coltelli ed asce, hanno ucciso  29 persone e ferito altre 143 nella stazione dei treni di Kunming.

Per quanto riguarda il nostro Paese, oltre al caso di Milano, nell’appartamento dei tre kosovari arrestati a Venezia sono stati ritrovati dei video su come compiere attentati con coltello. Un altro episodio è quello di Cosimo Carlino, marò imbarcato sulla nave “Stromboli” ed accoltellato a morte a Dubai, in quella che pare esser stata una rappresaglia per la partecipazione dell’Italia a Desert Storm.

Numeri precisi e statistiche sono difficili da ottenere vista la difficoltà nel distinguere tra terrorismo e crimine comune, così come le azioni di malati mentali, balordi, criminali comuni da quelle di lupi solitari o membri di gruppi terroristici istituzionalizzati. Gli stessi jihadisti insistono infatti affinché si lasci in loco una precisa ed univoca traccia o rivendicazione.

Possiamo comunque affermare che in Occidente siamo passati dai 4 attacchi all’arma bianca compiuti dai lupi solitari nel 2014 (oltre ai 6 con armi da fuoco, 3 veicolari e 1 con esplosivo) ai 9  del 2015 (oltre ai 12 con armi da fuoco, 4 con altri sistemi, 2 con esplosivo e  2 veicolari.

 

Tecniche e bersagli

Il 2016, anno in cui il terrorismo molecolare ha raggiunto un’incidenza senza precedenti (147 morti e oltre 500 feriti), gli attacchi all’arma bianca sono saliti a 17 (oltre ai 10 con esplosivo, 7 con armi da fuoco, 4 veicolari e 4 con altro).  Di questi: 6 in Francia, 4 negli Stati Uniti, 2 in Germania (quello in Centrale a Milano pare l’esatta fotocopia di quello di Hannover del 26/02/2016!) 2 in Belgio, 2 in Australia e 1 in Russia. Per il 2017, anno in cui Europa, Regno Unito e Russia hanno finora subito o sventato una media di un attacco terroristico ogni nove giorni (almeno 5 all’arma bianca), l’intelligence tedesca mette in guardia sul crescente rischio di attacchi col coltello sul territorio europeo.

Una situazione particolarmente drammatica è quella israeliana dove, dal 13 settembre 2015, ha preso il via la cosiddetta “Intifada dei coltelli”: assalti all’arma bianca perpetrati da arabi israeliani. Ad oggi sono stati compiuti più di 177 accoltellamenti e 117 tentativi (100 sventati solamente nel 2016) che, assieme a 144 sparatorie, 58 attacchi veicolari ed una bomba su di un bus hanno causato la morte di 50 persone ed il ferimento di 730.

Il tutto compiuto da persone comuni (molte le donne), influenzate dalla propaganda mediatica e dai social (#SlaughteringtheJews). Ad un bambino nato a Gaza è stato dato addirittura il nome di “Coltello di Gerusalemme” per celebrare questi attacchi.

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La campagna d’incitamento non si ferma a Gaza. Nel maggio del 2016 la rivista di Al-Qaeda, Inspire ha pubblicato un articolo intitolato O Knife Revolution, Head Toward America che esortava i musulmani ad uccidere “intellettuali, personalità economiche ed influenti d’America,” con gli accoltellamenti in quanto “semplici opzioni che non richiedono ampi sforzi o personale”, “un paio di dollari per comprare uno stiletto per uccidere un infedele”, ma il risultato è simile o addirittura superiore alle grandi operazioni.

Più completo lo speciale apparso ad ottobre 2016  su Rumiyah (Roma),  ultima rivista dell’ISIS, supportato anche da un tutorial video in lingua francese.

Esortando ad una campagna di attacchi col coltello, si fornisce una lunga lista di potenziali bersagli e luoghi d’azione: vittime casuali per strada, spiagge, parchi, boschi e fiumi. Colpire ragazzini che praticano sport dopo la scuola o venditori ambulanti, meglio ancora ubriachi che tornano da una serata in luoghi di “perdizione” come locali notturni, discoteche ecc. Il tutto cercando di ottenere un “ragionevole numero di vittime”; non è infatti consigliabile attaccare concentrazioni di gente o aree troppo affollate perché aumentano le probabilità di essere fermati.

Perciò, soprattutto se da soli, meglio singoli individui o in numero contenuto. Per compiere un attentato del genere non serve “esser un militare esperto o un maestro di arti marziali”, tuttavia è consigliabile imbevere le lame in sostanze tossiche e velenose, oppure avvalersi di un bastone o altro corpo contundente per tramortire le vittime e finirle in tutta tranquillità.

Pur riconoscendo la possibilità che molti possano esser “facilmente impressionabili all’idea di affondare un oggetto affilato nella carne di un’altra persona” a causa della debolezza e corruzione della modernità in cui viviamo, si è ribadito che ciò non può rappresentare una scusa per “abbandonare il jihad”. A chi proprio non riesce a perdere quel briciolo di umanità che gli resta, lo sceicco palestinese  Muhammad Salakh propone di “trattenere la vittima mentre gli altri l’attaccano con asce e coltelli da macellaio.”

Indicazioni inerenti la tipologia di coltelli sconsigliano quelli da cucina perché non progettati per azioni come aggressioni o assassini e che, a causa della scarsa qualità, potrebbero causare danni agli utilizzatori stessi. No ai coltelli senza guardia che potrebbero far scivolare la mano dell’aggressore sulla lama, no ai coltelli a serramanico e a scatto il cui collasso della lama per il vigore della presa o del colpo assestato potrebbero portare al ferimento dell’aggressore o al non ferimento della vittima.

Preferibili le lame seghettate in grado d’infliggere ferite più gravi. Altre caratteristiche importanti: la robustezza della lama, dell’impugnatura, una buona presa per evitare di esser disarmati e dimensioni ragionevoli al fine di consentirne l’occultamento. I coltelli più affidabili sono quindi quelli a lama fissa, dove impugnatura e lama sono realizzati su di un unico pezzo di metallo.

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Si passa poi ad enumerare i punti vitali come cuore, polmoni ed arterie raggiungibili colpendo l’interno coscia, l’inguine, le ascelle ed il collo. Il cranio, che per la sua durezza potrebbe trattenere o spezzare la lama, è da evitare.  Per lo stesso motivo si dovrebbe far attenzione agli indumenti in pelle o jeans indossati dalla vittima, la cui consistenza può invalidare l’attacco.

Per evitare che l’operazione venga confusa con uno dei tanti atti criminali che accadono in Occidente, si raccomanda di lasciare qualche traccia o simbolo che ne palesi la paternità.

Oltre al numero di vittime, l’obiettivo è quello di terrorizzare i crociati, perciò, più l’attacco è macabro e raccapricciante e meglio è. Si sconsiglia tuttavia la decapitazione qualora non particolarmente avvezzi perché, senza una precisa tecnica, potrebbe richiedere troppo tempo.

Solo alcune ore prima dell’attacco al Borough Market, con un messaggio inviato tramite Telegram, si esortavano attacchi all’arma bianca e veicolari per “ottenere  maggiori ricompense durante il Ramadan”uccidendo civili e crociati.

La scelta di un coltello – o di un’arma bianca – nella strategia terroristica è dovuta ad una serie di vantaggi ed opportunità più o meno evidenti. Innanzitutto, chiunque, pur senza un addestramento specifico, sa utilizzare un coltello ed essere letale. Inoltre, il possesso, anche di uno di dimensioni considerevoli è legale praticamente ovunque. L’acquisto non attira l’attenzione delle forze di sicurezza giacché non è possibile determinare a priori l’utilizzo che se ne faccia. L’estrema reperibilità ed accessibilità consente anche a chi decida di intraprendere attacchi seriali di potersi liberare immediatamente dell’arma utilizzata, potendola facilmente rimpiazzare per l’attacco successivo.

Un’arma da taglio non è soggetta ad inceppamenti, malfunzionamenti e non esaurisce le munizioni. E’ sempre letale e, tendenzialmente, facilmente occultabile. E’ oltretutto silenziosa permettendo di uccidere o ferire numerose persone prima che si capisca cosa stia succedendo.

L’uso di un’arma affilata è molto più interpersonale, intimo e conferisce all’aggressore un maggiore livello di soddisfazione nell’utilizzo a favore della propria causa. Essa ingenera anche nelle vittime un maggior livello di terrore, specialmente quando termina con una decapitazione. Non a caso molti fondamentalisti attraverso Twitter hanno esortato gli aggressori a fissare una action camera al coltello per riprendere gli attentati.

Agli occhi di un integralista i coltelli assumono anche un simbolismo mistico fino a tramutarsi nella vera e propria “spada di Allah”. Il coltello era un’arma che i Sahabah (Compagni del Profeta) utilizzavano frequentemente: Lo studioso islamico Abdur-Razzaq as-San’ani racconta che Muhammad Ibn Maslamah (compagno del Profeta), usò una daga per uccidere il poeta e capotribù Ka’b Ibn al-Ashraf dopo la battaglia di Badr (624 dc.), su ordine di Maometto. Lo sgozzamento appare anche in numerose altre occasioni come castigo per gli infedeli. Pertanto, nell’indottrinamento radicale, l’idea di utilizzare questo tipo di armi nella jihad penetra profondamente nell’inconscio.

Il coltello ben si presta a creare un effetto emulazione, accattivando “lupi solitari” e terroristi molecolari attraverso la diffusione mediatica delle decapitazioni dell’ISIS.

Studi e statistiche hanno dimostrato che in un combattimento ravvicinato il coltello risulta più pericoloso e letale di una pistola. Come indicato da “La Regola dei 21 Piedi (The 21-Foot Rule)”, elaborata informalmente dai poliziotti americani, un assalitore armato di coltello percorrerà 21 piedi ( 6,4 m) nel tempo in cui la vittima riuscirà ad estrarre la pistola ed aprire il fuoco. Secondo un recente studio dell’Università del Minnesota il tempo di percorrenza sarebbe addirittura inferiore.

Perdipiù, raramente si riesce ad invalidare un attacco col coltello aprendo il fuoco: la distanza ridotta, un colpo di striscio, l’inerzia e l’adrenalina dell’aggressore che gli consentono di “ignorare” temporaneamente i colpi subiti gli permettono di portare a termine l’attacco.

Durante la campagna nelle Filippine (1899-1935), gli Stati Uniti hanno adottato la pistola semiautomatica Colt .45 Modello 1911 dopo che la calibro .38 si era dimostrata insufficiente a fermare i feroci guerriglieri Moro: nonostante colpiti da diversi proiettili di pistola calibro .38 e fucili calibro .30, continuavano a sterminare i soldati americani con i loro barongs e kris (coltelli). Per fermarli è stata dunque necessaria un’arma corta, maneggevole e con un maggior “stopping power” (potere d’arresto).

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Generalmente, una coltellata risulta più letale di un proiettile. Le statistiche del FBI indicano che solo un 10% di agenti colpiti da un proiettile muoiono per le ferite riportate contro un 30% di chi viene accoltellato. Un proiettile, infatti per essere letale deve colpire il bersaglio direttamente in linea, mentre i coltelli possono esser letali in qualunque angolazione. I giubbotti antiproiettile non sono concepiti per fermare lame o punte che, liberando energia su di una superficie estremamente ristretta, possono oltrepassarli più o meno facilmente.

Pertanto, un agente armato, prima di estrarre la pistola e far fuoco, deve rendersi conto della distanza della minaccia: reagire prima di essersi allontanato sufficientemente da essa, può essergli fatale. Gli esperti poi consigliano di addestrarsi a velocizzare l’estrazione, al tiro istintivo, a breve distanza e con una sola mano (anche quella debole), nonché portarsi armi leggere o poco ingombranti (ovviamente per chi ne ha la facoltà!).

 

Come difendersi

Per fronteggiare un attacco con coltello, scrive Giampiero Spinelli nel suo Che Cosa fare in Caso di Attacco Terroristico il metodo più adatto per un comune cittadino – come extrema ratio  –  è di assumere una posizione laterale in modo da fornire una sagoma ridotta, con mani e braccia a protezione di punti vitali quali torace, gola e viso ed utilizzare qualsiasi cosa (borse, zaini, ombrelli, giubbini e giacche) per farsi scudo.

Non stare mai fermi, muoversi in continuazione per non dare riferimenti all’aggressore e se impossibilitati ad allontanarsi, cercare di colpirlo negli arti inferiori, genitali ecc. con parti dure del proprio corpo come gomiti, ginocchia o scarpe. Più che tentare di afferrargli la mano per disarmarlo, colpirla con un colpo deciso affinché si alleggerisca la presa per il tempo sufficiente a far cadere il coltello o permettere la fuga. John Geedes, ex operatore del SAS consiglia anche di armarsi con qualunque oggetto che si possa trovare al momento dell’aggressione.

Se la fuga non può esser contemplata, la cosa peggiore da fare è stendersi al suolo ed attendere: bisogna combattere! Nei pub di Londra che abbiamo visto nei video dell’ultimo attentato non scarseggiano certamente delle 24 ore che possono essere utilizzate come corpi contundenti, così come zaini e borse per pc portatili che possono funzionare anche come scudo per ripararsi dai fendenti. L’ombrellone del pub può esser utilizzato come una lancia, sgabelli e sedie, coltelli e forchette, bicchieri e bottiglie, liquidi caldi come zuppe o caffè possono essere scagliati con forza contro gli aggressori:

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“Tutti sappiamo i danni che qualche idiota può arrecare (in questo modo) in un pub; per un momento dovete diventare un gruppo di hooligans”: Fare squadra e prenderli alle spalle.  Bisogna adottare una decisione razionale, non emozionale…fosse facile!

Prima ancora di dover combattere, quelli del Centre de Recherche de l’École des Officers de la Gendarmerie Nationale consigliano banali accorgimenti, ma in grado di conferire un’adeguata prontezza e possibilità di sopravvivenza. La maggior parte di chi gira oggi per strada lo fa distrattamente, indossando cuffie ed ascoltando musica o guardando gli smartphones; ciò non fa che abbassare i livelli di allerta e consapevolezza, regalando all’aggressore un effetto sorpresa fondamentale. Per qualcuno sarebbe difficile addirittura udire uno sparo, figuriamoci chi dissemina terrore e morte con un’arma affilata.

Molti israeliani vengono pugnalati alle spalle e gli attacchi con armi da taglio sono così rapidi che molti poliziotti colpiti dicono di non essersi nemmeno resi conto, di aver avvertito una sensazione simile ad un pugno finché non hanno notato vistose perdite di sangue. E’ fondamentale esser sempre consapevoli e vigili su ciò che ci circonda e su chi entra nel nostro “cilindro difensivo”.

 

Arma perfetta per i terroristi islamici

Analizzando la casistica di attacchi avvenuti in Occidente nel 2016, Beatriz Fernández Romero, Carmen Pedruelo Alonso e Clara Puig de Torres-Solanot nel report Ataques terroristas con arma blanca: ¿Nuevo modus operandi de la yihad en Europa? hanno tratto delle conclusioni interessanti su questa tipologia terroristica. Innanzitutto, la maggior parte degli episodi ha una connessione diretta con lo Stato Islamico o altri gruppi jihadisti. L’attentatore tipo è maschio, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, musulmano, discendente di immigrati. La motivazione principale è riconducibile agli attacchi della coalizione internazionale in Siria o Iraq contro lo Stato Islamico; una rappresaglia che viene eseguita solitamente dopo una recrudescenza di bombardamenti su questi territori.

In altre occasioni gli attacchi sono – copycat attacks – frutto della volontà emulativa, motivazionale o ispirazionale ingenerata da attentati precedenti di maggior portata: l’uccisione di una coppia di poliziotti con coltello, a Magnanville il 14 giugno 2016 è avvenuta due giorni dopo la strage di Orlando (50 morti).

L’attentato di Kunming ha dimostrato che, anche solo armato di coltelli, un gruppo determinato di aggressori può causare un elevato numero di vittime. In quel caso, ognuno degli 8 attentatori ha ucciso una media di tre persone e ferito altre 18 prima di esser fermato.

In Cina, così come in Europa le armi sono molto più difficili da reperire rispetto agli Stati Uniti o altri Paesi del continente americano. Perciò, attacchi con coltelli, machete, asce ecc. sono molto più frequenti. Lo UNODC ha rilevato nel suo rapporto del 2013 che le armi da fuoco sono responsabili del 66% dei morti in America (36 Paesi), mentre i coltelli solo il 17%. In Europa (42 Paesi), le armi contano per un 13% mentre i coltelli per il 33%.

Il vantaggio fndamentale di questi attacchi è rappresentato dalla loro imprevedibilità quanto mai evidente in Israele. Superati i check-points ed i controlli rigorosissimi per entrare nel Paese, chiunque può acquistare un coltello, senza che nessuno – o quasi – possa intervenire con sufficiente anticipo o prontezza. Gli israeliani sono sempre stati in grado di fronteggiare le minacce: gli attentatori suicidi ha contrapposto un muro di separazione che ha effettivamente ridotto gli attacchi, per i razzi di Hamas hanno schierato Iron Dome, mentre per i tunnel di Gaza stanno sviluppando un sistema di rilevazione – e qualcuno dice anche di demolizione. Ma paiono non poter nulla – o quasi – contro uomini armati di coltello.

Il terrorismo all’arma bianca, insieme agli altri metodi lo-fi, rappresenta la faccia più versatile del jihadismo, una differenziazione della tattica terroristica in Occidente ed un adattamento alla campagna di counter-terrorism (infiltrazioni ed arresti, espulsioni, giri di vite su armi ed esplosivi ecc. ecc.) La fantasia e l’innovazione dei terroristi paiono talmente illimitate da richiedere sempre continue e formidabili capacità di adattamento delle agenzie di intelligence e sicurezza.

La partita a scacchi continua…

Foto: Reuters, web, Twitter e Facebook

Nato nel 1983 a Brescia, ha conseguito la laurea specialistica con lode in Management Internazionale presso l'Università Cattolica effettuando un tirocinio alla Rappresentanza Italiana presso le Nazioni Unite in materia di terrorismo, crimine organizzato e traffico di droga. Ha frequentato il Corso di Analista in Relazioni Internazionali presso ASERI. Si occupa di tematiche storico-militari seguendo in modo particolare la realtà delle Private Military Companies.

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