Libia: dopo gli accordi di Parigi chi guadagna, chi perde e cosa fare?

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Come sappiamo, con un colpo da maestro, Macron ha riunito per la prima volta i due maggiori leader libici e, dopo un incontro di poche ore, il Presidente Francese ha potuto dichiarare che i due acerrimi nemici, al-Sarraj e Haftar, si sono impegnati per un cessate il fuoco immediato e per elezioni da tenersi già nella primavera del 2018! Chapeau!

Dopo sei anni di guerra civile, con due leader che finora si erano disconosciuti a vicenda, si tratta di un risultato politico e mediatico estremamente rilevante.

Poco importa se poi l’accordo in dieci punti sottoscritto dai due leader libici non sarà rispettato o sarà implementato solo parzialmente (cosa ben più probabile).

Intanto, la Francia di Macron ha lanciato due messaggi importanti che resteranno lì:

  • In primis, da un punto di vista metodologico, che per risolvere una crisi occorre negoziare con entrambe le parti in causa (o almeno con le due ritenute più rilevanti, non era infatti presente l’ex-primo ministro Khalifa Ghwell, cui fanno riferimento milizie legate a gruppi islamisti), senza “puzza sotto il naso” e senza vincolarsi a riconoscimenti internazionali piovuti dall’alto. Cosa che, come ben sappiamo, l’Italia si è sempre rifiutata di fare (punto su cui tornerò più avanti).
  • In secondo luogo, da un punto di vista geo-politico, che per l’intera Nord-Africa (e non solo per le ex colonie francesi) la capitale di riferimento in Europa è solo Parigi, se si vuole discutere seriamente e affrontare i problemi con i fatti e non solo a parole.

Molti giornali italiani insistono sullo “schiaffo morale” dato da Macron all’Italia. Personalmente, taluni articoli mi sembrano rifarsi alle teorie complottistiche care ai nostri connazionali, in base alle quali tutti i mali del Belpaese sarebbero attribuibili alla cattiveria altrui (Bruxelles, l’UE, la Merkel, la BCE, ecc.)

Quello che vedo io, invece, è un giovane presidente (sul quale, peraltro, nutro qualche riserva) che nel solco delle migliori tradizioni francesi si occupa degli “interessi nazionali“ del suo paese (speriamo che la censura o la magistratura non si abbattano su di me, perché oggi  in Italia  parlare di “interessi nazionali”  è ancora più blasfemo che parlare di “clandestini”).

Macron non ci ha rubato né sottratto niente. Semplicemente perché l’Italia non aveva in questi sei anni mai veramente costruito alcunché in Libia.

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Di fatto, pur continuando a chiedere ai quattro venti un ruolo formale sulla crisi libica, non abbiamo mai assunto quelle posizioni che avrebbero potuto attribuirci un ruolo di fatto nel paese.

Sin dall’inizio della crisi l’Italia ha sempre assunto una posizione poco chiara o di compromesso (come avevo già scritto a febbraio del 2016 su questa testata “Libia: difficile abbinare basso profilo e leadership”).

Se avessimo veramente voluto opporci alla destabilizzazione della Libia nel 2011, avremmo potuto porre il veto a mettere il “cappello” NATO all’operazione voluta da Sarkozy (così come fatto da Germania e Francia nel 2003, quando Bush avrebbe voluto la “copertura” Atlantica per l’attacco all’Iraq), o più semplicemente potevamo non concedere l’uso delle nostre basi (indispensabili per l’operazione) o al limite non partecipare alle operazioni  militari con assetti italiani (come ha fatto la Germania).

Se ci fossimo opposti avremmo pagato un prezzo? Certamente sì! L’ENI era un ostaggio, ma a fronte di una nostra posizione forte e decisa i danni forse potevano essere contenuti.

Libya's UN-backed Prime Minister-designate, Fayez al-Sarraj, flanked by members of the presidential council, speaks during a press conference on March 30, 2016 in the capital Tripoli.  Fayez al-Sarraj arrived in Tripoli following months of mounting international pressure for the country's warring sides to allow him to start work. / AFP PHOTO / STRINGER

La politica seguita invece non ci ha portato alcun vantaggio, ma numerosi svantaggi. In seguito, abbiamo assistito a sei anni di compromessi e di politica del “basso profilo”. Ci siamo “appecoronati” all’ONU riconoscendo come interlocutore solo al-Sarraj (che non controlla quasi nulla) mentre il generale Haftar invece rappresenta una presenza reale sul terreno.

Al solo fine di proiettare (ad uso della pubblica opinione nazionale) l’immagine di un governo che si “fa rispettare” sul caso Regeni, abbiamo compromesso i nostri rapporti diplomatici con uno dei principali attori dello scacchiere nord-africano (l’Egitto di al-Sisi), indispensabile per affrontare qualsiasi crisi in Libia, di fatto legandoci le mani e auto-emarginandoci. Si potrebbe continuare per pagine e pagine, ma non è questo che mi propongo oggi.

Chi guadagna?

Ovviamente, la Francia ha acquisito dei vantaggi politici a livello internazionale prospettandosi come unico mediatore credibile (almeno finora) nella lunga crisi libica e lanciando un messaggio a tutti i paesi del nord-Africa. Nord-Africa in alcuni dei cui paesi (spesso sue ex- colonie) è già impegnata culturalmente (con efficientissimi centri culturali francesi), economicamente e anche militarmente (la presenza militare è forse l’aspetto più visibile ma talvolta il meno rilevante).

Ma la Francia ha anche mandato un segnale forte a Germania e agli altri paesi UE che Nord-Africa e Medio Oriente sono aree in cui lei ha capacità d’azione politico-diplomatiche particolari, uniche in ambito UE.

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Ci guadagna personalmente Macron, che aveva bisogno di risultati concreti e visibili per controbilanciare la crescente perdita di consensi interni nei sui confronti.

Non credo che questo successo internazionale basti a far dimenticare ai militari francesi le recenti dimissioni eclatanti del capo di stato maggiore, generale d’armata Pierre de Villiers, ma forse ne attenuerà il malcontento.

L’altro grande vincitore della partita è il generale Khalifa Haftar, che con l’invito a Parigi ha ottenuto l’investitura internazionale che gli mancava. Investitura di fatto riconosciuta anche dall’ONU, visto che era presente l’inviato speciale dell’ONU per la Libia, il libanese Ghassan Salamé. La legittimità di Haftar oggi non può più essere disconosciuta da alcuno (con buona pace dell’Italia).  Miope è stato anche, a mio avviso, invitare, il giorno dopo, a Roma da Gentiloni il solo al-Sarraj e non Haftar.

Indirettamente guadagnano ulteriore credito nella crisi libica sia al-Sisi che Putin, entrambi schierati in supporto a Haftar da tempi non sospetti. Di ciò occorrerà tener conto in futuro, soprattutto in Italia, viste le nostre relazioni non idilliache con l’Egitto.

Chi perde?

Oltre all’Italia, che indubbiamente ha perso l’ennesima opportunità per essere rilevnte in Libia, mi pare che abbiano perso al-Sarraj  e l’UE.

Il punto di forza di al-Sarraj finora è stato esclusivamente la legittimazione internazionale dell’ONU. Per contro, non controlla di fatto il territorio e dispone di una forza militare molto meno credibile di quella di Haftar, non sotto il suo controllo ma appartenente a milizie che lo sostengono come quelle di Misurata. Con la legittimazione “de facto” di Haftar, al-Sarraj viene a perdere anche quell’unico punto di forza formale.

General Khalifa Haftar speaks during a news conference at a sports club in Abyar, a small town to the east of Benghazi. May 17, 2014. The self-declared Libyan National Army led by a renegade general told civilians on Saturday to leave parts of Benghazi before it launched a fresh attack on Islamist militants, a day after dozens were killed in the worst clashes in the city for months. Families could be seen packing up and driving away from western districts of the port city where Islamist militants and LNA forces led by retired General Haftar fought for hours on Friday, killing at least 43 people. REUTERS/Esam Omran Al-Fetori (LIBYA  - Tags: CIVIL UNREST MILITARY POLITICS)

L’UE perde perché in questo incontro strettamente diretto da Macron, su una tematica internazionale di estremo interesse per l’Unione (per i suoi risvolti in termini di sicurezza, di migrazione e di aiuti economici forniti alla Libia), l’UE era totalmente assente. C’era l’inviato speciale dell’ONU, Ghassan Salamé (forse più per la sua nota vicinanza alla Francia che per la sua carica), ma non c’era la Mogherini né alcuno dei diplomatici dell’EEAS (European External Action Service).

A margine, da un punto di vista di footprint nel paese, è chiaro che l’incontro di Parigi favorisca la Total rispetto all’Eni (ma questo era scontato!)

Che fare?

Anziché piangerci addosso perché “quel cattivone” di Macron ci ha ”soffiato” la Libia, forse occorrerebbe esaminare i nostri errori e meditare sui risultati della nostra politica delle “mezze misure” e del “basso profilo”.

Soprattutto occorrerebbe incominciare a trattare con tutti gli attori (più o meno “legittimi” agli occhi di New York o di altri) che siano rilevanti sul territorio, offrendo anche aiuti concreti (non solo economici, ma eventualmente anche militari) senza troppa paura di “sporcarci le mani”, perché gli altri nostri competitori non hanno tali riserve mentali.

Foto EPA, AFP e Reuters

Antonio Li GobbiVedi tutti gli articoli

Nato nel '54 a Milano da una famiglia di tradizioni militari, entra nel '69 alla "Nunziatella" a Napoli. Ufficiale del genio guastatori ha partecipato a missioni ONU in Siria e Israele e NATO in Bosnia, Kosovo e Afghanistan, in veste di sottocapo di Stato Maggiore Operativo di ISAF a Kabul. E' stato Capo Reparto Operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) e, in ambito NATO, Capo J3 (operazioni interforze) del Centro Operativo di SHAPE e Direttore delle Operazioni presso lo Stato Maggiore Internazionale della NATO a Bruxelles. Ha frequentato il Royal Military College of Science britannico e si è laureato con lode in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Trieste.

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