Le nuove soluzioni della US Navy per il Seabasing

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Che il mondo militare in generale, e quello Americano in particolare, abbia una particolare predilezione per gli acronimi è risaputo; e che questo possa generare una certa confusione è altrettanto noto.

Le cose si complicano ancora di più quando gli stessi militari, magari con una certa complicità della politica, pensano bene di cambiarli “in corso d’opera”; che è poi esattamente quanto accaduto per un paio delle più recenti piattaforme della US Navy.

Nate infatti come Mobile Landing Platform (o MLP) e come Afloat Forward Staging Base (cioè AFSB), nel settembre del 2015 sono state oggetto di una ridenominazione da parte del Department of Defense, ovviamente all’insegna di una maggiore aderenza alle attuali dottrine operative. La MLP è così diventata T-ESD, e cioè Expeditionary Transfer Dock, mentre la AFSB è stata trasformata in T-ESB, acronimo che sta per Expeditionary Sea Base.

Note “di colore” a parte, il dato di fondo che emerge dall’analisi di queste nuove unità è comunque importante: ciascuna secondo le proprie caratteristiche, entrambe garantiscono un passo avanti nella piena implementazione del concetto noto come «Seabasing», dandogli così nuova linfa e (soprattutto) maggiore concretezza.

 

Il «Seabasing», cenni storici

Da un punto di vista storico, non è facile individuare un momento preciso al quale far risalire la nascita di tale concetto.

È tuttavia opinione diffusa che il primo esempio pratico di come il mare possa davvero costituire un luogo dal quale far partire ogni tipo di operazione debba essere fatto risalire alla Seconda Guerra Mondiale; e, più in particolare, a quel “Fleet Train” con il quale la US Navy riuscì a sostenere lo sforzo bellico americano nella campagna del Pacifico. Non si pensi tuttavia, a dispetto del nome, a un relativamente semplice “treno logistico” destinato ad accompagnare l’avanzata del dispositivo aero-navale protagonista di quella stessa campagna.

Al contrario, quanto messo in campo dalla stessa Marina Americana fu un qualcosa di decisamente più complesso; la Service Force Pacific Fleet (o SERVPAC, sotto molti punti di vista progenitrice dell’attuale Military Sealift Command di cui ci sarà modo si parlare più avanti), a sua volta organizzata in «Service Squadron», finì infatti con il poter contare su oltre 1.100 navi e più di 450.000 uomini.

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Giovanni MartinelliVedi tutti gli articoli

Giovanni Martinelli è nato a Milano nel 1968 ma risiede a Viareggio dove si diplomato presso l’Istituto Tecnico Nautico per poi lavorare in un cantiere navale. Collabora con Analisi Difesa dal 2002 occupandosi di temi navali in generale e delle politiche di Difesa del nostro Paese in particolare. Fino al 2009 ha collaborato con la webzine Pagine di Difesa.

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