Un futuro di aggregazioni per l’industria della difesa

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da Il Sole 24 ore del 16 novembre

La decisione di 23 Stati membri dell’Ue di sviluppare la Permanent Structured Cooperation (PESCO) nell’ambito della Difesa costituisce solo l’ultimo passo di un processo che non può ancora essere definito di integrazione militare dell’Unione ma che ha visto una forte accelerazione nella cooperazione in seguito al Brexit.

Benchè oggi non si parli più di “esercito europeo”, resta difficile immaginare la gestione congiunta di operazioni militari (che renderebbe davvero l’Europa della Difesa alternativa alla NATO) anche a causa di specificità, interessi e priorità strategiche spesso divergenti se non concorrenziali tra i partner: basti pensare alla competitività tra Italia, Francia e Gran Bretagna in Libia.

Sul fronte industriale invece la Pesco ha ottime opportunità di favorire un’integrazione che rafforzi le cooperazioni già consolidate come dimostrano i consorzi per realizzare sistemi d’arma, equipaggiamenti o piattaforme aree e navali (che coinvolgono Leonardo, Fincantieri, Elettronica ed altre aziende italiane) e come conferma il successo di un’azienda “europea” come MBDA, secondo produttore mondiale di missili di cui Leonardo detiene il 25%.

Per l’Italia, il cui attivismo per imprimere maggiore dinamismo al processo di cooperazione rafforzata Ue ha visto protagonista il ministro della Difesa Roberta Pinotti (un impegno riconosciuto implicitamente dalla nomina del generale Claudio Graziano a chairman del Comitato militare Ue), diventa ora imperativo assumere un peso rilevante in ambito Pesco.

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Ciò significa anche incrementare le spese militari che in termini di percentuale del PIL rappresentano circa la metà di quanto spendono tedeschi e francesi, per poter pesare di più nella partecipazione non irrimediabilmente subalterna a programmi condivisi, necessari al consolidamento del ruolo della nostra industria, Leonardo in testa, tra i protagonisti del settore.

In campo navale la recente intesa italo-francese tra Fincantieri e Naval Group ha sollevato qualche polemica ma ha avuto il merito di scongiurare una possibile intesa tra la cantieristica militare francese e tedesca che avrebbe rafforzato il già consolidato asse Parigi –Berlino.

L‘accordo di Lione ha già portato a un’offerta comune per il programma delle nuove fregate canadesi ma nell’ottica più ampia delle numerose intese bilaterali in diversi settori della Difesa occorrerà puntare su cooperazioni il più possibile paritarie tutelando le aree di assoluta eccellenza italiana come le artiglierie navali.

In ambito aeronautico la sfida più importante per l’Europa riguarda lo sviluppo di un nuovo aereo da combattimento di quinta generazione annunciato da Germania e Francia ma che non è ancora chiaro in che misura coinvolgerà gli altri partner. Di certo anche in questo caso, come nel settore dei velivoli teleguidati, molto dipenderà dalle risorse finanziarie e dalle commesse che l’Italia vorrà o potrà investire.

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All’Italia la Pesco impone la sfida di non restare schiacciati tra l’incudine del made in USA ad altissimo costo e scarsi ritorni come si sta rivelando il cacciabombardiere F-35 e il martello costituito da un “buy european” che rischia di rafforzare l’egemonia franco tedesca.

In entrambi i casi il rischio per l’Italia è l’irrilevanza tecnologica e industriale che deriverebbe da partecipazioni a programmi a basso contenuto hi-tech o, peggio, limitate alla bulloneria” come di fatto accade con l’F-35.

In un’Europa che secondo IHS Markit ha speso per la Difesa 219 miliardi di dollari nel 2016 (secondai solo agli USA), la Pesco costituisce un’arena in cui i partner puntano a ritagliarsi aree di influenza tecnologica, industriale e quindi politica.

Parigi vede la nuova struttura come un’occasione per realizzare un mercato per i prodotti europei mentre Berlino punta invece a un’aggregazione dal significato più politico, specie nell’ottica del sempre più evidente confronto con Washington.

Gli Usa puntano a contrastare il progetto di difesa Ue rispolverando la carta della minaccia russa attraverso una Nato che sembra ormai esprimere solo la posizione anglo-americana e le paure storiche di alcuni partner dell’Est Europa.

L’F-35 sarà in dotazione a molte forze aeree di membri Nato e Ue, con risorse più limitate nell’est Europa vengono acquisiti F-16 americani anche di seconda mano mentre persino la Svezia, neutrale ma sempre più vicina alla Nato a causa delle tensioni con Mosca nel Baltico, ha scelto l’americano Patriot (come la Polonia) per la sua difesa antimissile invece dell’italo francese SAMP/T.

Le potenzialità della Pesco e la stessa sovranità strategica dell’Europa dipendono strettamente dalla costituzione di un mercato europeo della Difesa che privilegi l’industria continentale.

Foto EPA

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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