Una Nato sempre più lontana dagli interessi europei

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La riunione dei ministri della Difesa della Nato, la scorsa settimana, ha dimostrato ancora una volta i limiti di un’alleanza che ormai non sembra più rappresentare gli interessi di molti degli Stati membri, tutti comunque soggetti ai “diktat” di una politica di Difesa dettata dagli anglo-americani, maggiori azionisti dell’Alleanza Atlantica e incentrata sui loro interessi strategici sempre più lontani da quelli europei.

Londra e Washington, in appoggio ad alcuni partner dell’Est tra cui spiccano Polonia e Repubbliche Baltiche, sono infatti i fautori di una NATO sempre più determinata a ritornare alla guerra fredda con Mosca nonostante gli interessi divergenti dei partner dell’Europa Occidentale e meridionale (Italia, Grecia, Francia e Germania).

Fa quasi sorridere che il comandante supremo delle forze della Nato in Europa, il generale americano Curtis Scaparrotti, affermi che la Russia deve “cessare di intromettersi” nelle elezioni dei Paesi europei.

epa06315456 NATO Secretary General Jens Stoltenberg gives a press conference ahead of the first day of NATO Defense Ministers council at alliance headquarters, in Brussels, Belgium, 08 November 2017. Nato defense ministers gathered a two days meeting. EPA-EFE/STEPHANIE LECOCQ

“E’’ qualcosa che abbiamo già visto negli Stati Uniti, e di recente in un certo numero di altri Paesi: i russi dovrebbero smettere di interferire negli affari di altri Paesi, nel loro diritto sovrano di scegliersi i propri governi e la maniera in cui assolvono i loro compiti” ha concluso Scaparrotti scordando evidentemente che l‘unico governo legittimo destabilizzato e rovesciato in Europa negli ultimi anni è quello ucraino, fatto cadere nel 2014 da una “rivoluzione” ispirata e sostenuta dagli Stati Uniti e da diversi ambienti europei che andrebbe definita più propriamente “golpe del Maidan”.

L’annunciato processo di “revisione della struttura di comando dell’Alleanza”, con due nuovi quartier generali tesi “a migliorare il movimento di truppe attraverso l’Atlantico e all’interno dell’Europa”, cioè l’invio di rinforzi da USA e Gran Bretagna verso il confine orientale, la dice lunga su un ritorno al confronto Est-Ovest del tutto ingiustificato.

La Russia non dovrebbe far paura all’Alleanza Atlantica, semmai dovrebbe essere il contrario. I Paesi della Nato tutti assieme spendono per le forze armate 20 volte quello che spende Mosca e negli ultimi 20 anni è stata la NATO ad allargarsi a est, lambendo i confini russi e destabilizzando l’Ucraina, non la Russia a portare i suoi confini nel cuore dell’Europa.

L’ingresso del Montenegro nell’Alleanza e la richiesta di accesso della Georgia costituiscono un’ulteriore riprova della volontà “offensiva” della NATO a totale egemonia USA/UK nei confronti di Mosca e dei suoi interessi.

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Con i due nuovi comandi il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha ammesso che si tratta del primo allargamento della struttura di comando dalla fine della Guerra fredda quando c’erano 33 comandi con 22mila persone impiegate. Ora i numeri sono diminuiti scendendo a 7 comandi e 6.800 persone. Uno dei due nuovi comandi contribuirà a proteggere le linee di comunicazione marittima tra l’America del Nord e l’Europa, e l’altro dovrebbe “migliorare il movimento di truppe e materiale in Europa”.

Comandi logistici quindi, che ancora non è chiaro dove saranno ubicati (forse verrà reso noto a febbraio), tesi a velocizzare l‘afflusso di rinforzi ai confini russi, in un contesto strategico che ha appena visto il Congresso di Washington stanziare 350 milioni di dollari in aiuti militari alle truppe ucraine.

Uno stanziamento considerato da Mosca pericoloso per la fragile tregua nel Donbass. Alla NATO il cosiddetto “fronte sud”, che include la lotta al terrorismo islamico e all’immigrazione illegale, interessa ben poco anche se l’Italia ha avuto un “contentino” con il via libera al rapido potenziamento dell’hub di direzione strategica della Nato per il Sud, con sede a Napoli, per il supporto d’intelligence alla lotta al terrorismo che sarà operativo entro fine anno.

Consiglieri militari occidentali con curdi a Mosul

Circa la guerra all’Isis la sconfitta dei jihadisti induce i membri della NATO a riconsiderare le missioni da combattimento in atto (tranne l’Italia che non le ha mai attuate) riconfigurandole in missioni di solo addestramento delle forze irachene (la RAD prevede di  ritirare i suoi velivoli da combattimento dalla base di Cipro nel prossimo marzo) anche se è mancata a Bruxelles una riflessione sulla crisi in atto tra Baghdad e curdi che richiederebbe invece qualche analisi.

I ministri della Difesa della Nato hanno deciso di rafforzare di nuovo la missione di addestramento e assistenza “Resolute support” a sostegno all’Afghanistan, passando dalle 13.459 unità attualmente presenti sul terreno a circa 17mila.  “Non torneremo ad una missione di combattimento – ha precisato Stoltenberg – ma continueremo nell’attività di addestramento e sostegno” già rivelatasi peraltro palesemente insufficiente considerando le perdite e le sconfitte subite dai governativi.

Alla sessione di lavori sull’Afghanistan hanno preso parte anche Arabia Saudita e Qatar che hanno espresso l’intenzione di portare il loro supporto alla missione Nato, vedremo in che termini.  Con 1.037 militari impegnati nella missione Nato tra Kabul e Herat, l’Italia è seconda solo agli Stati Uniti (6.941), per presenza nella missione Nato.

L’invio di quasi 4 mila uomini in più non cambierà in ogni caso la pessima situazione sul campo di battaglia che vede i talebani controllare almeno la metà del territorio né altererà la percezione che la NATO sua stata pesantemente sconfitta in quel conflitto, non certo sul campo di battaglia ma bensì sul piano politico-strategico come ben ha evidenziato ritiro della forza da combattimento di ISAF (International Security Assistance Force).

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Nel 2011 c’erano 140mila militari NATO in Afghanistan, ridottisi ad appena il 10 per cento in base alla convinzione che e truppe di Kabul fossero in grado di cavarsela. Messaggio chiave della propaganda USA/NATO (a proposito delle “fake news” tanto in voga oggi) per giustificare il ritiro voluto da Barack Obama ma conveniente per tutti i leader politici di un Occidente sempre più debole militarmente perchè sempre più refrattario alla guerra.

Basti pensare che pure su un numero di rinforzi così esiguo (meno di 4 mila militari quando la NATO ne schiera complessivamente oltre 3 milioni) I i Paesi membri della Nato non hanno ancora trovato un accordo. Le truppe supplementari sono prevalentemente americane ma Washington ha chiesto agli altri Paesi Nato di contribuire con 1.000 unità supplementari da affiancare ai 2.800 militari americani. Gli europei sono restii e secondo fonti diplomatiche gli USA dovranno accontentarsi di 700 unità, per un totale di 3.500 rinforzi complessivi.

La decisione della Nato di inviare altri soldati in Afghanistan “non cambierà nulla” ha detto Zamir Kabulov, rappresentante speciale del presidente russo per l’Afghanistan ed è difficile dargli torto anche perché dopo 16 anni di intervento USA/NATO in Afghanistan ancora non c’è una strategia precisa.

Il vertice ha espresso preoccupazione per la crisi con la Corea del Nord, auspicato un rafforzamento della cooperazione contro la minaccia cyber e le offensive portate contro la democrazia in Europa dalle “fake news” di Mosca. Questo è forse l’aspetto più ridicolo della nuova campagna contro “l’orso russo” russo accusato addiruttura di aver messi in rete oltre 45mila messaggi favorevoli all’indipendenza della Catalogna diffususi sui social network.

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Con ben altri mezzi nel 1999 la NATO impose ai serbi la secessione del Kosovo, illegale per il diritto internazionale, con una guerra che venne giustificata dalla “Fossa di Racak”, probabilmente la “madre di tutte le fake news”, orchestrata da USA e NATO spacciando kosovari morti per varie cause in tutta la regione per vittime di una rappresaglia serba semplicemente buttando i cadaveri in una finta fossa comune dopo aver sparato loro un colpo in testa a bruciapelo post mortem.

A Bruxelles l’Alleanza Atlantica poi espresso apprezzamento per il protocollo d’intesa firmato tra Turchia e il consorzio italo francese Eurosam che prevede l’acquisizione di tecnologia del sistema antimissile SAMP/T e forse delle batterie missilistiche Aster 30 che potrebbero venir prodotte in Turchia. Ankara ha già confermato l’acquisto delle batterie antimissile russe S-400 (attive contro i missili balistici e da crociera) ma vorrebbe acquisire tecnologia europea per sviluppare prodotti nazionali.

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L’intesa firmata dai ministri della Difesa francese e italiano permette al consorzio Eurosam di “analizzare e definire i bisogni” delle forze turche, ha detto una fonte francese alla France Presse. Sebbene l’accordo sia alle sue fasi embrionali il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg l’ha salutato come un caso positivo di cooperazione tra membri dell’alleanza, dopo che Ankara aveva causato allarme annunciando l’acquisto di sistemi missilistici russi S-400, non integrabili nella rete di difesa aerea NATO.

A proposito di difesa antimissile, la decisione presa nei giorni scorsi dalla Svezia di adottare il sistema statunitense Patriot invece dell’italo-francese SAMP/T conferma le preoccupazioni di Stoccolma per la minaccia russa e l’avvicinamento a USA e NATO ma al tempo stesso costituisce un nuovo siluro ai programmi della tanto pubblicizzata difesa europea.

Foto: US DoD, NATO, EPA e AFP.

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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