Trump e Gerusalemme: ragioni e prospettive di una decisione inutile

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Dal nostro corrispondente da Gerusalemnme

Negli ultimi giorni i riflettori di tutto il mondo sono di nuovo puntati sulla questione israelo-palestinese: immagini di proteste, scambi di missili e bombardamenti aerei tra la striscia di Gaza e Israele, minacce di una nuova intifada e manifestazioni di rabbia e dissenso in Giordania, Egitto, Turchia, Tunisia, Marocco, Iran e Libano scuotono l’opinione pubblica internazionale. Eppure qui in Israele ben poco è cambiato: la vita scorre tranquilla, le proteste contro la presunta corruzione del governo Netanyahu continuano a inondare le strade di Tel Aviv e nessun opinionista si sente di scommettere sull’eruzione di una terza intifada.

Per la maggior parte degli israeliani, infatti, la decisione di Trump di trasferire l’ambasciata statunitense a Gerusalemme non significa altro che il riconoscimento dell’ovvio: Gerusalemme è la sede del governo, del parlamento, dell’ufficio del primo ministro e della Corte Suprema, ogni stato ha il diritto di eleggere autonomamente la sua capitale, e quello che la comunità internazionale ha da dire influenza ben poco sia l’opinione pubblica locale che la politica israeliana nei confronti delle autorità palestinesi.

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Una mossa dall’alto significato simbolico quella di Trump, ma che nella realtà dei fatti non apporta nessun cambio di rotta significativo nella politica statunitense sullo status quo della Città Santa. Trump non ha fatto altro che dar seguito alle direttive di una legge americana del 1995 che impone il passaggio della sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme, e che però, per prassi, viene prorogata ogni sei mesi da 22 anni. Peraltro, lo spostamento dell’ambasciata non avverrà presto visto che, a seguito dell’annuncio della sua decisione, il presidente Usa ha firmato un’ulteriore proroga che lascerà la rappresentanza diplomatica a Tel Aviv, almeno per il semestre a venire.

Eppure gli altri paesi del blocco occidentale si sono unitariamente schierati contro la decisione di Trump: gli ambasciatori di Francia, Italia, Gran Bretagna, Svezia e Germania, hanno letto un comunicato congiunto alle Nazioni Unite affermando che questa presa di posizione non è in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza e non aiuta le prospettive di pace nella regione.

Della stessa idea è il presidente francese Emmanuel Macron che il 10 dicembre, a seguito di un vertice congiunto con il premier israeliano, ha espresso la sua disapprovazione per le dichiarazioni di Trump, che a suo avviso costituiscono “una minaccia al processo di pace e alla stabilità della regione”. In generale, questa mossa statunitense sembra inutile, avventata e insensata dal punto di vista europeo.

Del tutto diversa è la prospettiva israeliana: nelle parole di Benjamin Netanyahu la dichiarazione di Trump è un passo importantissimo che fa progredire il processo di pace, perché con la Palestina “non ci può essere una pace che non includa Gerusalemme capitale di Israele” e perché lo status quo della Città Santa rimane invariato, “la libertà di culto di ebrei, cristiani e musulmani verrà sempre garantita, qualunque cosa accada”.

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Al di là delle divergenti opinioni, sembra difficile rintracciare le ragioni che hanno portato Trump a compiere questo passo in generale, e a farlo in questo momento in particolare. Innanzitutto, bisogna tener conto del fatto che il presidente Usa si è guardato bene dal far qualunque tipo di riferimento ai confini della Città Santa e dello Stato di Israele. Naturalmente, questa elusione è intenzionale, e serve a comprendere che Trump è tutt’altro che disposto a rinunciare al suo obiettivo di risolvere il conflitto israelo-palestinese con “l’accordo del secolo”. Trump sa bene che non aver menzionato la questione dei confini e degli insediamenti significa dare l’opportunità ai Palestinesi e agli Stati Arabi di riprendere il processo di pace, dopo l’inevitabile periodo di proteste.

Ed è precisamente per questo motivo che ha spiegato che l’unica soluzione che gli appare possibile è quella di “due stati per due popoli, se accettata da entrambe le parti”, nonostante in precedenza si fosse dichiarato in favore di qualunque soluzione soddisfi le parti, anche quella a un solo stato.

L’annuncio di Trump è musica per le orecchie dei suoi elettori, cristiani ed ebrei, e ha senza dubbio lo scopo di rassicurali sul fatto che, alla vigilia del suo primo Natale da presidente, intende mantenere le sue promesse.

Dall’altro lato è anche possibile che questa mossa faccia parte di una più ampia strategia nei confronti del Medio Oriente, tesa a prendere decisioni del tutto diverse da quelle dei suoi predecessori. Da questo punto di vista, il regalo di Trump agli israeliani potrebbe essere una carota che nasconde un bastone: in futuro, infatti, potrebbero essere proprio loro a dover subire sommessamente qualche decisione tesa a soddisfare i palestinesi.

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Inoltre, Trump confida nella discrepanza tra il realismo pragmatico con cui la vicenda viene affrontata dalle leadership degli stati arabi, e ciò che sentono i cittadini. Se questi ultimi protestano contro quello che considerano un atto di prepotenza contro i musulmani, i governi contestualizzano l’accaduto in un momento delicato, in cui ci sono interessi di ordine superiore da salvaguardare. Infatti, per le monarchie del Golfo è prioritario evitare che la fine della guerra in Siria si trasformi in una vittoria tutta iraniana, e a questo fine l’intervento di Washington è necessario.

Per esempio, l’Arabia Saudita ha ufficialmente definito “provocatoria” la decisione del presidente americano, ma la corte di Mohammad bin Salman sa che finché le reazioni di piazza saranno controllabili le conseguenze di questo gesto possono essere pragmaticamente sopportate.

Anche sul fronte palestinese, dopo i primi “tre giorni di rabbia” che hanno mietuto una vittima per ogni fronte, le proteste sembrerebbero scemare: venerdì erano in circa 3000 a manifestare in Cisgiordania, sabato il numero era già sceso a 500 e domenica si è ulteriormente ridotto. Del resto il presidente Mahmud Abbas ha invitato i cittadini palestinesi a non reagire con violenza, sapendo che difficilmente Trump ritratterà le sue dichiarazioni. Oltretutto stavolta, contrariamente alle rivolte seguite all’installazione dei metal detector all’ingresso della Spianata delle Moschee, non c’è nessun obiettivo concreto da aggiudicarsi con la forza.

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Anche nella Striscia, a detta della stessa Al Jazeera, il numero dei manifestanti non è elevatissimo, perché il risentimento dei cittadini per le condizioni di vita miserevoli a Gaza è sempre più indirizzato verso Hamas e la sua incapacità di gestire l’amministrazione di governo e di rappresentare gli interessi della gente.

In conclusione, la decisione di Trump potrebbe essere dettata dalla volontà di far fuori l’ostacolo più difficile da sormontare nei negoziati tra israeliani e palestinesi, senza escludere che Gerusalemme Est potrebbe essere in futuro la capitale dello Stato di Palestina.

Chiaro è che il presidente americano non ha agito con cautela, considerando la delicatezza degli equilibri mediorientali. Qualunque ulteriore mossa o dichiarazione, di qualsiasi delle parti coinvolte, potrebbe cambiare il quadro completamente nei giorni e nei mesi a venire. Per ora il gesto di Trump rimane un simbolo e l’ambasciata Usa resta a Tel Aviv. Ma, si sa, i simboli sono densi di significato, anche quando si limitano a riconoscere l’ovvio.

Foto AFP, Reuters e AP

Valentina CominettiVedi tutti gli articoli

Nata a Roma nel 1989, si laurea con Lode in Scienze Politiche e della Comunicazione alla Luiss Guido Carli. Ha frequentato diversi master di giornalismo e collaborato con diverse testate e con Radio Vaticana. Si occupa di sicurezza e geopolitica, ha seguito sul campo il conflitto ucraino e ha realizzato reportage nell'area balcanica. Attualmente vive in Israele dove è ricercatrice presso l'International Institute for Counterterrorism.

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