140 caratteri e 1,93 dollari possono influenzare una democrazia?

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Come i social media stanno ridisegnando il conflitto. Prepariamoci !!!

 Michael Morrel (ex vice direttore CIA fino al 2015) e Mike Roger (ex presidente dell’Intelligence Committee) non hanno dubbi: le interferenze propagandistiche riconducibili alla Russia non si sono mai interrotte, continuando anche dopo le elezioni presidenziali del 2016, al contrario di quello che molti credono. Obiettivo? sfruttare i social media per imporre la loro propaganda e “indebolire gli Stati Uniti”. E in un articolo pubblicato dal Washington Post il giorno di Natale i due esperti di intelligence elencano numerosi fatti a conferma della loro tesi.

Come, ad esempio, un’analisi svolta dall’Alliance for Securing Democracy (di cui entrambi fanno parte) sui 60 articoli più popolari ritwittati nella prima settimana di dicembre da alcuni account Twitter “pro Kremlino”. Il 18% aveva come bersaglio l’FBI: il licenziamento di un agente federale colpevole di aver spedito messaggi anti Trump e la falsa testimonianza di Michael Flynn (per meno di un mese consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Trump) sono i principali temi usati per gettare discredito sulla credibilità del Federal Bureau.

Piuttosto che focalizzarsi nel discutere la veridicità della tesi di Morrell e Roger, ovvero se la Russia sia tuttora parte attiva o meno di una mirata propaganda a favore del Presidente Trump, è invece opportuno soffermarsi su due fatti utili per comprendere meglio le capacità e le tattiche russe.

Primo punto. Secondo una dichiarazione del Congresso americano dell’ottobre scorso, l’Internet Research Agency (IRA) – la compagnia privata russa accusata di essere il braccio operativo della campagna di disinformazione del governo russo – ha diffuso oltre centomila tweet, e altrettanti video su YouTube e post su Facebook, indirizzati a 126 milioni di americani.

Per quanto possano sembrare cifre enormi, rappresentano solo una goccia nel mare se paragonate alla totalità dei contenuti pubblicati sui social media. Come ha confermato Twitter, chiarendo che i tweet di propaganda russi corrispondono all’1% del traffico totale di tweet correlati alle elezioni politiche presidenziali.

Secondo. La stessa IRA pare sia stata l’acquirente di un banner pubblicitario usato per promuovere una manifestazione anti Trump a New York appena cinque giorni dopo la sua elezione. Con un investimento di 1,93$ (avete letto bene, stiamo parlando di meno di 2 dollari!) l’evento è stato pubblicizzato a 188 persone e, grazie al tam tam sui social, ha attirato l’interesse di 33.000 persone.

 

Riflessioni

Come ha sottolineato la senatrice americana Mazie Hirono,“nell’ultima elezione presidenziale, (solo) 115.000 voti avrebbero potuto cambiare completamente il risultato finale”. Inoltre, fare disinformazione con i social media non è prerogativa delle superpotenze militari. Il know how tecnologico e gli investimenti economici non rappresentano una barriera di accesso insormontabile.

Ed è forse per questo che in molti paesi del mondo si sta dibattendo dell’opportunità di regolamentare o limitare la disinformazione diffusa via internet.  Difficilmente, però, sarà possibile approvare leggi efficaci in grado di impedire l’utilizzo dei social media come veicolo di propaganda (anche straniera).  È normale infatti che sui social nascano gruppi che aggregano persone che hanno in comune credo religioso, convinzioni, passioni, pregiudizi. Ciò che viene postato all’interno di un gruppo, in linea con gli ideali della comunità, assume spesso lo stato di verità assoluta, mentre qualsiasi voce contraria alle idee professate dal gruppo, è percepita come sbagliata fin dal principio, dunque difficile persino da considerare.

Siccome tra 2 mesi in Italia si vota… che fare?  Il problema è particolarmente complesso e merita una proposta articolata. Nel brevissimo termine: una regia unitaria, l’impiego di soluzioni tecnologiche innovative per monitorare e comprendere sul nascere fenomeni di ingerenza. Come strategia di lungo termine, invece: un quadro normativo adeguato e politiche di educazione cyber per tutti i cittadini (a partire da quelli che frequentano le scuole elementari).  Solo cittadini più vigili, cioè “culturalmente preparati a queste nuove forme di comunicazione”, potranno rendere meno efficaci le azioni di ingerenza sulla democrazia e sulla sovranità nazionale.

Foto Sarah Wasko / Media Matters

 

Eugenio Santagata, Andrea MelegariVedi tutti gli articoli

Eugenio Santagata: Laureato in giurisprudenza presso l'Università di Napoli e in Scienze Politiche all'Università di Torino, ha conseguito un MBA alla London Business School e una LL.M alla Hamline University Law School. Da ufficiale ha ricoperto ruoli militari operativi per poi entrare nel settore privato dando vita a diverse iniziative nel campo dell'hi-tech. E' CEO di CY4Gate e Vice Direttore Generale di Elettronica. --- Andrea Melegari: Laureato in Informatica all'Università di Modena, è specializzato in tecnologia semantica a supporto dell'intelligence. Ha insegnato per oltre 10 anni all'Accademia Militare di Modena ed è Senior Executive Vice President, Defense, Intelligence & Security di Expert System. E' Chief Marketing & Innovation Officer di CY4Gate e membro del CdA di Expert System, CY4Gate e Expert System USA.

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