Il Mediterraneo torna al centro delle missioni militari italiane

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Da Il Mattino del 9 gennaio 2018

L’Italia sembra voler imprimere una svolta, graduale ma significativa, nelle missioni militari all’estero. Meno truppe in Iraq e Afghanistan, dove il ruolo di Roma è soprattutto a supporto degli alleati statunitensi che hanno da sempre la leadership indiscussa delle operazioni, più militari alle porte di casa, in Niger, Libia e Tunisia da dove provengono la gran parte dei nostri problemi di sicurezza, dal terrorismo jihadista all’immigrazione illegale.

Le nuove missioni confermano la volontà italiana di concentrare gli sforzi nel Mediterraneo, dove già schieriamo contingenti in Libano (Onu) e Kosovo (Nato) oltre a diverse operazioni navali nazionali, Ue e Nato.

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L’aspetto più rilevante riguarda il rafforzamento della presenza in Libia, richiesto da Tripoli. Al rinnovo dell’operazione sanitaria Ippocrate, che vede un ospedale militare dislocato a Misurata fin dalle fasi finali della battaglia combattuta dalle milizie locali contro lo Stato Islamico a Sirte, si aggiungerà una missione di addestramento e consulenza che impegnerà un centinaio di istruttori e consiglieri militari con compiti anche di manutenzione dei mezzi libici.

Missione che ingloberà quelle già in atto che vedono la Marina Militare (con la nave officina Capri nel porto di Abu Sittah)  mantenere operative le motovedette libiche impiegate per contrastare i flussi migratori illegali e i tecnici dell’Aeronautica Militare lavorare al ripristino delle condizioni di volo di due o tre cargo C-130H dell’Aeronautica Libica.

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Come l’operazione in Niger anche questa nuova missione in Libia non sarà di combattimento anche se, a questo proposito, alcuni aspetti meriterebbero chiarimenti.

Addestrare e appoggiare le forze di sicurezza libiche significa fornire aiuti alle milizie che sostengono il governo di Fayez al-Sarraj che, come è noto, non dispone di un vero esercito ma solo di milizie tribali che lo sostengono e in cambio ricevono lo “status” di forze militari o di polizia. Alcune di queste milizie, come quelle di Misurata, potrebbero venire coinvolte in nuovi scontri con lo Stato Islamico la cui presenza nelle aree desertiche a sud di Sirte è stata confermata anche dai numerosi raid aerei statunitensi in quella regione.

Altre milizie potrebbero trovarsi coinvolte in scontri tribali o con l’Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar che dispone di forze anche in Tripolitania. Meglio quindi avere le idee chiare su quali milizie riceveranno addestramento e supporto dagli italiani tenuto conto che i consiglieri militari in molti casi seguono anche nelle operazioni le forze combattenti a cui offrono consulenza.

Il più consistente ruolo italiano ricolloca Roma in posizione centrale nello scenario libico, o almeno in Tripolitania dove sono concentrati i nostri interessi energetici e i flussi di migranti illegali verso le nostre coste.

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La nuova missione consentirà di ripristinare quelle attività di addestramento varate dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi (Operazione Cyrene e poi Missione Italiana in Libia) per riorganizzare e addestrare le forze libiche e poi ritirate in seguito ai disordini a Tripoli.

Se in Niger l’operazione italiana resterà almeno fino a giugno ai minimi termini (120 militari che istituiranno una base logistica a Niamey e addestreranno le forze locali) e in un contesto a leadership indiscutibilmente francese, in Libia verrà invece rafforzato il ruolo dell’Italia che cura inoltre il supporto tecnico alla Guardia costiera attiva nel contrasto ai traffici di immigrati illegali.

Del resto migliorare le capacità delle forze libiche di contrastare in mare e a terra le minacce alla sicurezza, siano esse rappresentate da combattenti jihadisti o da milizie dei trafficanti di esseri umani, rientra pienamente negli interessi di Roma.

Lo stesso discorso vale per la nuova missione, sempre di addestramento e supporto, alle forze tunisine varata in ambito Nato e che vedrà impegnati 60 militari italiani. L’obiettivo in questo caso è aiutare Tunisi a costituire una unità interforze a livello brigata, obiettivo fondamentale per un paese che sta impiegando sempre più spesso i militari al fianco delle forze di polizia e della Guardia nazionale per controllare territorio, frontiere e contrastare un fenomeno jihadista di proporzioni molto ampie. Solo dalla piccola Tunisia sono partiti non meno di 6mila volontari per il jihad dello Stato Islamico, più dei 5.600 partiti dall’intera Europa secondo le stime di Europol.

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A Tunisi sono presenti da tempo consiglieri militari statunitensi che operano soprattutto nel settore dei droni, oltre a britannici che offrono formazione in ambito intelligence e forze speciali mentre la Ue vi ha insediato una missione di consulenza nel contro-terrorismo rivolta a tutti i paesi di Nord Africa e Medio Oriente.

La presenza militare italiana sarà utile a bilanciare il ruolo già ricoperto da altre potenze occidentali e a garantirci una postazione avanzata per monitorare i cosiddetti “sbarchi fantasma”, traffici sempre più intensi di imbarcazioni dirette nottetempo in Sicilia e sospettate di trasportare criminali e terroristi.

L’invio di circa 100 militari in più in Libia, 60 in Tunisia e 120 in Niger (questi ultimi destinati a salire a una media di 250 con punte massime di 470) mobiliterà quest’anno 350/600 militari in più rispetto all’anno precedente che verranno ampiamente compensati dai previsti ritiri di 250 militari dall’Afghanistan e di almeno 6/700 dall’Iraq.

Difficile valutare quale potrà essere il reale peso delle nuove missioni africane che verranno di fatto gestite dal nuovo governo ma dovranno ottenere la prossima settimana il via libera da un Parlamento formalmente già sciolto e in un clima già da campagna elettorale. Meglio sarebbe forse stato averle approvate in chiusura di legislatura tenuto conto anche dell’ampia convergenza di consensi che questo tipo di missioni militari riscuotono tra le opposte forze politiche.

@GianandreaGaian

Foto: Ansa, Marina Militare, Steve Kinder e Archivio Analisi Difesa

 

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Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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