Niger, il pasticcio della missione italiana

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da Il Mattino del 12 marzo 2017

Doveva rappresentare il segnale di una svolta nelle operazioni oltremare ma rischia invece di trasformarsi in un imbarazzante caso politico e diplomatico.

La missione militare italiana in Niger è stata proposta dal governo dopo la firma di un accordo di cooperazione militare tra Roma e Niamey, discussa con un ampio dibattito anche sulla stampa nazionale e poi approvata dal parlamento che ha dato il via libera a un impegno che fino a giugno dovrebbe vedere schierati nel Paese africano 140 soldati destinati poi a salire a 250 con un picco massimo di 470 e una spesa annua prevista di circa 50 milioni di euro.

Il condizionale resta operò d’obbligo, specie dopo le dichiarazioni provenienti da Niamey. Già nel gennaio scorso Radio France Internationale aveva diffuso le dichiarazioni di un anonimo funzionario nigerino che negava l’esistenza di un accordo per l’invio di truppe italiane a Niamey. Dichiarazioni commentate negli ambienti governativi romani come indicatori dell’insofferenza di Parigi per l’intraprendenza di Roma nella sua ex colonia.

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Il 9 marzo il ministro dell’Interno nigerino Mohamed Bazoum (nella foto a lato) ha però rincarato la dose in un’intervista a Rainews 24 in cui ha riferito che non ci sono mai stati contatti tra Roma e Niamey per schierare truppe italiane in Niger e ha affermato di aver appreso la notizia dai media.

Il ministro nigerino, politico di spicco considerato da molti il prossimo premier, ha fatto riferimento alla presenza militare francese e statunitense in Niger precisando che è in atto “una verifica dei rapporti con questi partner” ma aggiungendo che il suo governo “non è oggi nello stato d’animo per prendere in considerazione rapporti di questo genere con altri partner come l’Italia”.

Frasi che sembrerebbero chiudere ogni spiraglio ma Bazoum ha aggiunto che “se dobbiamo avere una relazione militare con l’Italia sarebbe nel quadro di una missione di esperti che consenta di rafforzare le capacità del nostro esercito, quindi non una missione che preveda la presenza di militari italiani con una vocazione di tipo operativo. Mi sembra difficile – ha concluso Bazoum – che possiamo esprimere una necessità dell’ordine di 400 militari italiani come è stato annunciato dai media, non mi sembra proprio concepibile”.

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Evidente la contraddizione nelle affermazioni di Bazoum che prima nega addirittura che la missione italiana sia mai stata discussa col suo governo ma poi apre a un tipo di intervento militare italiano che è perfettamente attagliato a quello approvato in gennaio dal parlamento e che dovrebbe svilupparsi entro il prossimo giugno. Cioè 140 militari senza compiti operativi ma solo di addestramento per potenziare le forze locali.

Non a caso Roma ha fatto sapere che “la preparazione della missione militare italiana in Niger prosegue come previsto, in base agli accordi bilaterali” specificando che “al momento non c’è stata alcuna comunicazione di un ripensamento”.

Le fonti citate dall’Ansa hanno sottolineato che in Niger “sono già presenti una quarantina di militari italiani, un nucleo di ricognizione e collegamento, che da tempo hanno preso contatto con le autorità locali e stanno preparando il terreno alla missione”. Se militari italiani sono già a Niamey come può il ministro Bazoum negare che vi sua un accordo bilaterale per dare il via alla missione?

Le fonti italiane hanno poi aggiunto che “il primo modulo addestrativo di un centinaio di uomini è previsto che raggiunga il Niger a giugno: noi siamo pronti ma per schierare i militari sul campo aspettiamo ovviamente il via libera del governo nigerino”.

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Tutto come preannunciato nelle due lettere citate dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti e firmate dal suo omologo nigerino Kalla Moutari, in cui si chiede formalmente a Roma cooperazione per l’addestramento e il controllo dei confini del Niger.

In proposito il ministro Pinotti aveva precisato che “non pensiamo di mettere i nostri militari a fare da sentinelle ai confini di quel Paese, ma li aiuteremo ad essere capaci di controllarli”.

Per valutare il senso delle dichiarazioni giunte da Niamey che hanno il chiaro obiettivo di ostacolare l’avvio della missione italiana occorre prendere in esame alcune ipotesi.

Da un lato non si può escludere che a motivare le contraddittorie dichiarazioni di Bazoum (ministro che non è mai stato accondiscendente con la Francia) abbiano influito le critiche sempre più accese emerse nella politica e nella società nigerine per la crescente presenza militare straniera.

Dall’altro è inevitabile prendere in esame le resistenze francesi all’arrivo dei militari italiani non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perchè i militari italiani stanno realizzando la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca in fase di ultimazione.

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L’impressione è quindi che l’Italia non porrà i suoi militari sotto il comando francese che peraltro aveva espresso apprezzamento per l’arrivo di truppe italiane ma chiedeva che queste combattessero i jihadisti al lorio fianco e alle dipendenze dell’Operation Barkhane.

Del resto la rinuncia d assumere ruoli di combattimento (caratteristica che ormai accomuna tutti gli impegni militari italiani oltremare) contribuisce a rendere anche questa missione del tutto marginale sia per i nigerini sia per gli alleati francesi e statunitensi.

In ultima analisi le dichiarazioni degli esponenti governativi nigerini risultano funzionali alla volontà francese di indurre il prossimo governo italiano a desistere dall’inviare truppe a Niamey.

Una valutazione sul ruolo di Parigi avverso all’Italia in Africa e nel Mediterraneo (a cominciare dalla Libia fin dalla guerra del 2011) che dovrebbe indurre a riflettere anche sulle intese bilaterali in ballo, dal cosiddetto “Trattato del Quirinale” all’accordo su cantieristica e industria della difesa fino alla cessione di aree marittime del Tirreno alla sovranità francese.

Foto: AP, AFP, Difesa.it e Sikka Tv

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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