Verso una “cauta escalation” in Siria?

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Le pedine sembrano ormai quasi tutte posizionate (manca solo qualche sottomarino e la portaerei dell’Us Navy USS Truman, in arrivo col suo gruppo da battaglia dall’Oceano Atlantico) per dare il via a un attacco contro la Siria di Bashar Assad, che sembrava fino a 48 ore or sono inevitabile a giudicare dalle bellicose parole twittate da Trump e Macron.

Ieri il presidente francese ha annunciato di avere le prove dell’attacco chimico siriano a Douma ma non le ha mostrate, è rimasto vago su tempi e obiettivi del blitz “punitivo” contro Assad escludendo attacchi contro le forze russe. Angela Merkel si è detta certa che Bashar al Assad non abbia distrutto del tutto i suoi arsenali chimici ma ha escluso che la Germania possa partecipare ad azioni belliche.

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Anche il portavoce della Commissione europea, Maja Kocijancic, annuncia che “in base ai nostri rapporti la maggior parte delle prove indicano che siano state usate armi chimiche in Siria nell’attacco del fine settimana” ma prove finora non ne sono state mostrate né è stato ipotizzato un movente credibile che avesse potuto spingere Bashar Assad a valutare vantaggioso un attacco chimico contro civili in una battaglia già vinta.

Improvvisamente titubante è apparso invece il capo del Pentagono, James Mattis. “Credo che ci sia stato un attacco chimico, stiamo cercando le prove concrete” ha detto il Segretario alla Difesa senza spiegare perchè da giorni Washington minacci la guerra a Damasco pur senza avere prove concrete delle colpe di Assad.

Oggi Mattis ha esortato ad una maggiore cautela ed a rallentare la corsa verso imminenti attacchi in Siria, esprimendo le preoccupazioni del Pentagono riguardo al fatto che una campagna di bombardamenti possa portare ad un confitto più grande tra Russia, l”Iran e l”Occidente.

“Noi stiamo cercando di fermare l”assassinio di persone innocenti, ma a livello strategico la questione è come noi possiamo impedire una escalation fuori controllo”, aveva detto ieri Mattis in un”audizione al Congresso Fonti del Ndew York Times hanno riportato che Mattis  ha detto che le intelligence di Usa, Francia e Gran Bretagna devono raccogliere prove più convincenti della responsabilità di Damasco.

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Un ulteriore indizio che l’ipotesi che a Douma sia stata inscenata una strage o che questa sia stata provocata dagli stessi ribelli filo sauditi per accusare il regime di Damasco non viene esclusa neppure negli Stati Uniti.

Le forze di Damasco avevano già vinto la battaglia a Douma e nell’intera regione della Ghouta Orientale, da dove i miliziani jihadisti hanno cessato ogni resistenza ottenendo in cambio di venire evacuati in altre aree sotto il controllo dei ribelli.

Perché mai Assad avrebbe dovuto usare aggressivi chimici il cui impiego non avrebbe offerto alcun vantaggio militare ma avrebbe scatenato contro il suo regime l’intera comunità internazionale?

Anche perchè non sarebbe certo la prima volta che Usa e Nato scatenano guerre in base a prove “costruite” ad arte: dal Kosovo nel 1999 (la falsa fossa comune di Racak), all’Iraq nel 2003 (le armi di distruzione di massa di Saddam mai trovate), alla Libia nel 2011 quando vennero scatenati i raid contro Gheddafi per fermare stragi di civili (10 mila morti solo a Tripoli) denunciate dai ribelli ma rivelatesi inesistenti.

Forse anche a causa dell’assenza della “pistola fumante” Donald Trump, che aveva definito pochi giorni or sono Assad un “animale” che gasa il suo popolo accusando i russi di aiutarlo a farlo, sembra inaspettatamente voler prendere tempo.

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“Non ho mai detto quando potrebbe aver luogo un attacco in Siria. Potrebbe succedere molto presto oppure no!” ha scritto il presidente degli Stati Uniti in un tweet.

Qualcosa sembra comunque muoversi a livello di diplomazia per disinnescare l’escalation militare in Siria. La Turchia sta avendo un ruolo di mediatore, o quantomeno di ‘collegamento’ tra Mosca e i Paesi Nato, ha rivelato il quotidiano russo Kommersant, che riferisce anche di contatti segreti tra la Difesa russa e i vertici militari Usa.

Secondo le fonti di Kommersant lo Stato maggiore russo conduce colloqui segreti con i colleghi americani e secondo il capo della commissione della Duma per la Difesa, Vladimir Shalamov, ci sono contatti in corso anche con la Nato, con la mediazione della Turchia.

Retroscena politici

Resta però evidente il singolare atteggiamento di Trump che fino a pochi giorni or sono annunciava l’imminente ritiro dei 2mila militari americani schierati in Siria. Mercoledì ha prima twittato che “i missili sono in arrivo”, poi i un altro tweet molto morbido con i russi ha detto che “abbiamo bisogno che tutti i Paesi lavorino insieme.” E infine ha accusato Robert Mueller, il procuratore speciale che indaga sul Russiagate, per il peggioramento delle relazioni con Mosca.

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L’impressione è quindi che Trump venga fortemente influenzato dalla minaccia di impeachment legata all’inchiesta e non si può escludere che questo fattore abbia avuto un peso determinante nell’indurre il presidente a rinunciare ai programmi di distensione con Mosca che erano in cima alla sua campagna elettorale.

Un peso rilevante nel valutare le opzioni militari potrebbe averlo avuto la visita a Washington e Parigi del principe saudita Mohannmed bin Salman, che ha coinciso con la denuncia dell’attacco chimico a Ghouta da parte di Jaish al-Islam, milizia ribelle non a caso filo-saudita.

I sauditi perseguono l’obiettivo condiviso con Israele di rovesciare Assad, alleato di ferro dell’Iran oltre che della Russia. Guarda caso, Usa, Francia e Arabia Saudita sono pronti a partecipare all’attacco contro Damasco ma giova ricordare che meno di due settimane or sono Trump aveva annunciato il ritiro dei 2mila militari schierati in Siria. Cosa lo avrà indotto a cambiare idea e a muovere guerra ad Assad?

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Ulteriori miliardi di petrodollari offerti da Salman…anche a Francia e Gran Bretagna? I bambini morti col gas a Douma?

Le pressioni dell’establishment statunitense strettamente legate alla “spada di Damocle” del Russiagate che continua a pendere sulla testa del presidente impedendogli di attuare quella distensione con Mosca che pure era un punto fondamentale del suo programma elettorale?

“Non vogliamo la guerra, ma non abbiamo paura e siamo pronti. Siamo molto più forti che in passato” ha detto ieri Bouthaina Shaaban, consigliere presidenziali di Bashar Assad, che ha accusato Israele di essere il principale beneficiario di quel che accade in Siria e per questo “sta cercando di prolungare la guerra”.

 

I preparativi militari

Se Washington e i suoi alleati dovessero dare il via ai raid resta da comprendere se si tratterà di azioni limitate e dal valore “simbolico”, come la base aerea di al- Dumayr, da dove sarebbero partiti gli elicotteri Mi-8 con a bordo i barili di cloro sganciati s Douma. Si tratterebbe in questo caso di un attacco simile a quello attuato un anno or sono sulla base aerea di Shayrat dove, dopo aver avvisato preventivamente i russi, i missili cruise della Us Navy distrussero o danneggiarono 9 vecchi aerei Su-22 e Mig-23, alcuni dei quali non più operativi.

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Oggi sembrerebbe invece più probabile che sia stato messo a punto un attacco su scala molto più vasta, con almeno 8 obiettivi secondo fonti della tv CNBC, tra cui due basi aeree (Dumayr e T-4?), un centro militare di ricerche e un sito industriale per la produzione di armi chimiche.

La stessa fonte riferisce che un gran numero di aerei siriani sarebbero stati trasferiti nella base russa di Hmeimin (Latakya) nella convinzione che l’attacco statunitense non prenda di mira installazioni di Mosca in Siria.

Non si può escludere che vi siano anche  biettivi “politici” come le sedi governative. Un’ipotesi che pare confermata dalla notizia che Bashar Assad avrebbe lasciato il palazzo presidenziale per raggiungere uno dei suoi rifugi segreti.

Se l’obiettivo fosse lo stesso Assad apparirebbe evidente che la vicenda delle armi chimiche a Douma costituisce solo un pretesto, reale o costruito ad arte, per attuare con le armi un cambio di regime a Damasco sulla falsariga di quello attuato in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011. In un simile scenario sarebbe però impossibile non coinvolgere anche Russia e Iran, presenti in forze sul territorio siriano.

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In campo tra gli attaccanti vi sono due cacciatorpediniere missili classe Burke e almeno un sottomarino d’attacco statunitensi con a bordo complessivamente circa 320 missili da crociera Tomahawk.

Altri missili cruise, del tipo Scalp Naval, sono a bordo della fregata francese Aquitaine. In campo anche un centinaio di aerei da combattimento basati del Golfo e in Giordania; bombardieri B-1, cacciabombardieri F-15, F-16 e F-18 e forse anche gli F-22 “stealth”.

A queste forze potrebbero unirsi velivoli britannici Typhoon e Rafale basati a Cipro e francesi Rafale e Mirage 2000 presenti in Giordania ed Emirati arabi uniti armati anche con missili da crociera Scalp/Storm Shadow ma anche Typhoon ed F-15 sauditi dopo che Riad ha offerto i suoi mezzi per “dare una mano” a colpire il regime siriano alleato dell’Iran.

Le operazioni preliminari di controllo a distanza dello spazio aereo e del territorio siriano sono già atto con l’impiego di aerei spia statunitensi e britannici, da guerra elettronica, droni e velivoli radar Awacs schierati in Giordania, Qatar, Kuwait, Creta, Cipro e Turchia ma anche con il supporto informativo delle forze israeliane che hanno raccolto molti dettagli tecnici circa le difese aeree di Damasco dopo aver effettuato negli ultimi sette anni oltre un centinaio di incursioni aeree in territorio siriano.

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Da Sigonella sono decollati gli aerei spia U-2, i velivoli teleguidati Global Hawk e i pattugliatori antisommergibile P-8 Poseidon che hanno il compito di individuare e tenere sotto controllo la dozzina di navi e il sottomarino classe Kilo della flotta russa basata nel porto siriano di Tartus e che ha preso il mare per non farsi sorprendere ormeggiata, e quindi indifesa, da un attacco missilistico.

Non si può quindi escludere che tra gli obiettivi presi di mira, oltre alle postazioni antiaeree, agli aeroporti e alle caserme e centri di comando siriani, vi siano anche le due grandi basi russe in Siria, l’aeroporto di Hmeimin (che ospita oltre una trentina di aerei da combattimento Su-30, Su-34, Su-35, Su-25 ma anche i nuovissimi Su-57 oltre a una ventina di elicotteri) e la base navale di Tartus.

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Le basi russe sono difese da sistemi missilistici a lungo raggio S-400 e S-300 con capacità antimissile oltre a una vasta gamma di sistemi efficaci a quote medie e basse Buk e Pantsyr, integrati o quanto meno linkati alla difesa aerea siriana supervisionata da tecnici e consiglieri russi.

Target prioritario di un attacco occidentale potrebbe essere di nuovo la base aerea T4, vicino a Palmyra, già colpita nei giorni scorsi dagli israeliani, che ospita personale iraniano e funge da base avanzata per i velivoli russi Sukhoi 25 utilizzati nel settore di Deir Ezzor.

Installazioni che potrebbero venire attaccate preventivamente oppure solo in caso di risposta russa ai raid statunitensi (la Francia ha escluso ieri di voler colpire forze di Mosca in Siria).

Scenari di escalation i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili. Mosca e Damasco dispongono di poderose difese aeree e contro i missili da crociera oltre a sistemi di guerra elettronica capaci di disturbare i radar e i sistemi di guida missilistici: capacità che indurranno presumibilmente gli attaccanti a lanciare i loro missili ben lontano dallo spazio aereo siriano.

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Sul mare le due navi statunitensi schierate tra Cipro e le coste siriane potrebbero venire attaccate dai sistemi missilistici antinave K-300P Bastion in dotazione a russi e siriani (350 chilometri di raggio d’azione) ma anche dalle armi imbarcate su navi, sottomarini, elicotteri e aerei russi.

Attacchi simultanei condotti con più armi per saturare le difese delle navi americane in una battaglia che rappresenterebbe un’escalation nel confronto tra russi e americani inimmaginabile persino durante la Guerra fredda.

Se la parola dovesse passare alle armi apparirà subito chiaro se le potenze Occidentali intendono realmente dare il via a un conflitto allargato che coinvolgerebbe anche i russi oppure se si limiteranno a “fare ammuina”, come accadde un anno or sono in occasione dell’attacco missilistico a Shayrat.

Opzione esclusa dal vice presidente dell”Accademia militare delle scienze russe, Sergei Modestov, per il quale non è ipotizzabile uno scenario nel quale gli Stati Uniti possano colpire intenzionalmente un sito in Siria dove sono dispiegati militari russi”.

 

Credere alla propaganda salafita?

Del resto la cautela dovrebbe essere d’obbligo, soprattutto perché gli effetti di un ampliamento del conflitto siriano ricadrebbero pesantemente sull’Europa e sul Mediterraneo.

“Dio non voglia che in Siria vi siano azioni avventate come quelle avvenute in Libia o in Iraq” ha detto oggi il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov sottolineando che in Siria sono sufficienti “piccoli incidenti per provocare di nuovo ondate di migranti verso l’Europa, e in altre direzioni, di cui né noi né i nostri vicini europei hanno bisogno”.

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Lavrov, riferisce Interfax, ha ribadito che questo scenario può far piacere solo a coloro che “sono protetti dall’Oceano” evidenziando ancora una volta il ruolo di destabilizzatore degli Usa.

Ognuno dei contendenti tia l’acqua al suo mulino ma qualche domanda dovremmo forse porcela anche noi italiani ed europei prima di scatenare i raid su Damasco, o anche solo di sostenerli mettendo a disposizione le basi ma senza coinvolgere mezzi militari nazionali come sembra voler fare il governo (dimissionario) italiano.

Bashar Assad è certo un dittatore senza scrupoli (lo era anche nel 2010 quando il presidente Giorgio Napolitano, in visita a Damasco, lo decorò con la più alta onorificenza della Repubblica) ma non avrebbe avuto alcun interesse né in questo caso né in precedenza, a impiegare armi chimiche per uccidere poche decine di civili.

Restano infatti le perplessità circa la disponibilità di molti politici e media occidentali ad abbeverarsi anche in questo caso della propaganda diffusa dai “media center” delle milizie jihadiste ribelli benché sia noto che si tratta di fonti militanti, per giunta legate a milizie e movimenti mossi dalla stessa ideologia che anima al-Qaeda, l’Isis e i terroristi che seminano morte anche in Europa.

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Anche in questo ultima caso le foto mostrate muovono a pietà ma non dimostrano nulla mentre le immagini dei cosiddetti soccorritori (a Douma come un anno or sono a Khan Sheykoun) che intervengono in maniche di camicia o con protezioni limitate a guanti di lattice e mascherine antismog confermano che si tratta di bufale.

I gas nervini sono letali in poche decine di secondi anche assorbiti in minime quantità dalla pelle. Chi opera in ambiente contaminato o dispone di indumenti protettivi speciali o morirebbe quasi istantaneamente.

Nonostante la recente figuraccia rimediata dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson (smentito dal direttore dei laboratori militari circa le prove della responsabilità russa) proprio sulle armi chimiche nel “caso Skripal”, è su queste traballanti basi che si vorrebbe muovere guerra a Damasco e Mosca.

Un’ulteriore conferma della drammatica inadeguatezza della classe politica attualmente alla guida dell’Occidente.

@GianandreaGaian

Foto:  AP, TASS. web, SANA, Reuters, US DoD e  UK Diod

 

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Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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