In Libia regna la sharia

BurqaShariaDominate

da Nuova Bussola Quotidiana

Ci sarebbe molto da chiarire nell’appoggio politico e militare che l’Occidente e l’Italia accordano al governo e alle istituzioni libiche alle prese con milizie armate, secessionismo ed estremismo islamico dilaganti dopo la decisione del Parlamento di imporre la sharia nel Paese che per 42 anni, sotto il regime del (rimpianto) dittatore Muammar Gheddafi era stato un esempio di laicismo politico, libertà religiosa e lotta all’estremismo islamico. Nel quasi totale silenzio mediatico italiano il 4 dicembre il Congresso generale nazionale (il Parlamento di Tripoli) ha approvato la sharia come base di tutte le leggi e delle istituzioni dello Stato, con una decisione che avrà un impatto su tutti gli aspetti normativi inclusi quelli finanziari con l’obbligo di applicazione dei precetti della cosiddetta “finanza islamica” che condannano l’applicazione dei tassi d’interesse e le speculazioni. Difficile per comprendere il possibile impatto sui contratti in essere con società straniere soprattutto nel settore energetico.  “Una commissione speciale revisionerà tutte le leggi esistenti per garantire che esse rispettino la sharia” si legge nel comunicato parlamentare.

“La sharia è la fonte della legislazione in Libia e tutte le istituzioni statali devono rispettarla” con la conseguente abolizione di “tutto ciò che contravviene alle sue disposizioni”. La decisione del Congresso giunge prima dell’istituzione di un comitato di 60 membri che dovrà redigere la nuova Costituzione e influenza quindi in modo diretto e inequivocabile il futuro della Libia. Un successo per il partito Giustizia e Costruzione, organo dei Fratelli Musulmani libici, una delle forze meglio organizzate (grazie anche ai fondi giunti da Turchia e Qatar) che promuove la sharia sostenuto in questa campagna anche da movimenti più fondamentalisti di ispirazione salafita sostenuti dai sauditi. Il Fronte di Alleanza Nazionale, di ispirazione laico-liberale, sembra quindi perdere peso nonostante la popolazione libica non sembri certo pronta a subire l’imposizione delle barbare norme previste dalla legge coranica.

Se a Tripoli la popolazione ha manifestato più volte contro le milizie, che hanno risposto con l’uso delle armi, è a Derna, la città della Cirenaica “culla” dei qaedisti libici, che si registrano le reazioni più importanti. Manifestazioni e sciopero generale sino stati indetti per protestare contro le continue violenze delle formazioni jihadiste e chiedere una presenza costante delle forze di sicurezza. Le proteste sono cominciate domenica scorsa quando oltre 4 persone sono rimaste ferite da colpi d’arma da fuoco esplosi da sconosciuti nel corso della manifestazione. Il premier Zeidan ha annunciato che polizia ed esercito verranno dispiegati nella città, così come a Bengasi dove i miliziani di Ansar al-Sharia compiono omicidi e attentati quasi quotidianamente. La svolta istituzionale libica rischia però di sfumare la distinzione tra integralisti islamici e istituzioni libiche. Difficile cogliere differenze tra jihadisti e istituzioni in un Paese in cui verrà comminata la pena di morte per omicidio (ma solo se la vittima è un musulmano) adulterio, bestemmia contro Allah e apostasia, cioè per abbandono della fede islamica o conversione ad altra religione. O dove dure pene corporali sono previste per  uso di bevande alcoliche, furto, ribellione, dove verranno sanzionati reati quali la “disobbedienza al marito”.
Già durante la guerra del 2011 il Consiglio Nazionale di Transizione, organismo politico dei ribelli, mise in imbarazzo gli Occidentali che sostenevano la “rivoluzione democratica” annunciando che la sharia sarebbe diventata la fonte principale del diritto. Oggi che è diventata l’unica in Italia e negli altri Paesi che sostengono l’attuale governo libico aumentano (o dovrebbero aumentare) i motivi di inquietudine.  Italiani, francesi, britannici e statunitensi stanno attuando un programma di addestramento di 8mila reclute delle forze libiche e altri vengono addestrati in Turchia e nei Paesi arabi per un totale di circa 20 mila militari e poliziotti.

Ankara ne addestrerà 3 mila dei quali 220 sono già arrivati nella scuola militare di Egirdir dove resteranno tre mesi e mezzo. Alla  partenza delle reclute l’ambasciatore turco a Tripoli, Ahmet Yakici, ha detto che la Turchia riconosce un grande significato alla ricostruzione della Libia. I Paesi coinvolti nella costituzione delle forze libiche sembrano avere però interessi diversi e se gli occidentali (Italia in testa) hanno bisogno di stabilizzare il Paese anche per garantire il flusso di gas e petrolio, non è detto che turchi e arabi perseguano gli stessi scopi. Resta inoltre da chiedersi quale senso abbia rafforzare un Paese in fase di islamizzazione forzata che potrebbe diventare presto molto simile all’Afghanistan dei talebani, in cui governo e insorti sono accomunati dall’applicazione della sharia e dove confessioni diverse sono sempre più discriminate. Possiamo sostenere un Paese il cui Parlamento ha deciso di rinunciare ad applicare i più elementari diritti umani, civili e politici?

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama e Oggi e con i periodici Limes, Gnosis e Focus Storia. E' opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password