La crisi ucraina danneggia l'industria di Mosca e Kiev

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da Il Sole24Ore.com

Nel braccio dio ferro in atto tra Mosca e Kiev non ci sono in ballo solo il controllo delle regioni orientali, gli approvvigionamenti di gas (e i relativi pagamenti) e le sanzioni economiche decretate dall’Occidente ma anche un gigantesco giro d’affari legato alle commesse militari che vedono Russia e Ucraina strettamente legate. A dare piena visibilità a questo aspetto della crisi finora rimasto sotto traccia ha provveduto nei giorni scorsi il vice ministro della Difesa russo, Yuri Borisov (nella foto), che ha denunciato come l’Ucraina abbia “definitivamente interrotto la consegna dei prodotti industriali destinati alle aziende russe che operano nel settore militare”. Si tratta di grandi quantità di materiali e componenti di sistemi d’arma per un valore stimato al momento 143 milioni di dollari commissionati dall’ industria russa a quelle ucraina che giacciono, già pagati dai committenti di Mosca, nei piazzali delle dogane ucraine e che il governo di Kiev ha deciso di non consegnare.

Un blocco totale dell’export militare, già preannunciato negli ambienti vicini al neo eletto presidente ucraino Petro Poroshenko, che può provocare danni per miliardi alle aziende della Difesa russe e all’agenzia per l’export militare Rosoborexport. In termini percentuali Mosca importa solo il 5 per cento dei suoi prodotti militari dall’Ucraina ma si tratta di elementi di vitale importanza per equipaggiare le forze armate russe e per soddisfare l’esportazione verso forze armate estere, voce sempre più rilevante nella bilancia commerciale russa con cifre che dal 2012 sono superiori ai 15 miliardi di dollari annui.

Oltre 400 aziende ucraine o russe basate in Ucraina lavorano per la Difesa e l’export non solo russo poiché la stesa Kiev ricava parte delle sue ventrate in valuta pregiata dall’esportazione di componenti militari e di armi complete, soprattutto velivoli cargo Antonov, vecchi jet Mig e carri armati di seconda mano. Antonov produce velivoli da trasporto come il gigantesco An-225 (il più grande aereo del mondo) o il più versatile An-70 ordinato in 60 esemplari dall’aeronautica russa per rimpiazzare gli obsoleti An-12.

Sono ucraini anche il costruttore di motori Motor Sich di Zaporozhye e la società missilistica PA Yuzhmash  di Dnepropetrovsk che realizza diversi missili balistici che equipaggiano le forze strategiche nucleari di Mosca i cui sistemi di guida e navigazione vengono prodotti a Kharkiv dagli stabilimenti della società russa  Elektropribor NPO. Anche i cacciabombardieri Sukhoi Su-27, Su-30 e Su-35 imbarcano componenti “made in Ucraina” a conferma di come la stretta integrazione tra industria della Difesa russa e Ucraina non sia solo un retaggio dell’Urss ma anche uno degli elementi che hanno contribuito a mantenere legati i due Paesi..

Un ulteriore elemento di tensione è costituito dal fatto che buona parte delle industrie ucraine legate alla Difesa aerea e terrestre sono ubicate nel Donbass e nelle aree orientali che i secessionisti vorrebbero annettere alla Russia così come molte aziende attive nella cantieristica e negli armamenti navali (l’Ucraina produce il 60% delle parti meccaniche utilizzate dalla cantieristica militare russa) si trovano in Crimea, nella regione di Odessa o comunque o sul Mar Nero. Il blocco delle forniture alle aziende russe ha un rovescio della medaglia con ampie ricadute negative pure per Kiev poiché il comparto industriale ucraino è composto per il 35 per cento da aziende del settore militare per le quali le commesse russe rappresentano più del 50 per cento degli ordinativi.

Secondo l’emittente russa RBK il Cremlino starebbe già correndo ai ripari mettendo a punto un piano triennale che potrebbe venire ufficializzato il 10 giugno, per la creazione di una rete nazionale di aziende high-tech capaci di sostenere autonomamente il sistema di produzione militare nazionale. Una sorta di autarchia che, come aveva preannunciato il 10 aprile scorso il capo della commissione governativa per l’industria militare, Oleg Bochkarev, vedrebbe chiudere gli stabilimenti in Ucraina di aziende russe come la Almaz Antei, colosso industriale che produce in Ucraina componenti per sistemi missilistici antiaerei e antimissile avanzati come S-300, Buk e Tor.

La prospettiva è quindi che Mosca debba spendere miliardi per chiudere i suoi stabilimenti e riportare in Russia molte produzioni militari mentre in Ucraina un intero settore trainante per l’economia nazionale rischia di chiudere con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. In termini commerciali i contraccolpi determinati dalle difficoltà dei due Paesi sul fronte dell’export militare avvantaggeranno la concorrenza. Forse anche le aziende europee e statunitensi ma soprattutto quelle cinesi che realizzano prodotti derivati da quelli russi e ucraini e ad essi paragonabili in termini tecnici e di costo.

Foto: Antonov, Ministero Difesa russo

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