EDITORIALE

LIMITIAMO I DANNI E RINUNCIAMO ORA ALL’F-35

di Gianandrea Gaiani
6 luglio 2014, pubblicato in Editoriale
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(aggiornato il 7 luglio ore 15,45)

L’ennesimo blocco alla flotta di F-35 è stato accolto in Italia da polemiche da parte degli oppositori ideologici del velivolo (Sinistra e pacifisti) e con un evidente tentativo di ridimensionare il problema da parte dei numerosi fans del programma. Abbiamo dovuto sorbirci ancora una volta filippiche contro la spesa militare e, dall’altra parte, i rinnovati appelli a non buttare i soldi già spesi nel programma, a salvaguardare le future “capacità” delle nostre forze aeree e soprattutto (tema di facile presa in momenti di crisi economica) a tutelare i posti di lavoro italiani connessi con la partecipazione del nostro Paese al programma.
Come le inchieste di Analisi Difesa hanno dimostrato in questi ultimi anni, si tratta per lo più di aria fritta. Se l’F-35 diverrà davvero operativo e manterrà le promesse circa caratteristiche e prestazioni, le capacità di cui tanto si parla saranno quelle di mettere le nostre forze armate per i prossini 50 anni in condizione di totale sudditanza e dipendenza dagli Stati Uniti. Una superpotenza che mai come oggi opera su scala globale contro gli interessi dell’Italia e dell’Europa come è apparso chiaro negli ultimi anni a chiunque non sia cieco o in mala fede guardando al ruolo di Washington dalla Libia alla Siria, dall’Ucraina all’Iraq.

Come abbiamo più volte ribadito gli interessi  italiani, strategici e industriali, si tutelano completando la commessa degli Eurofighter Typhoon che sono perfettamente in grado di compiere operazioni di attacco come ben sanno tutte le aeronautiche che lo impiegano tranne la nostra, che finge di non saperlo e dice di considerarlo  solo un caccia ma poi gli imbarcherà sopra il missile da crociera Storm Shadow, arma strategica per l’attacco a lungo raggio contro obiettivi terrestri che non entra nella stiva dell’F-35 progettata (ma guarda un po’)  per imbarcare solo armi americane.

Ma a chi dobbiamo fare la guerra?  Pensiamo di effettuare un first strike nucleare su Mosca o Pechino? Di attaccare basi aliene?  Perché se questi obiettivo non sono compresi nelle opzioni strategiche italiane tutte le altre missioni di attacco aereo a obiettivi terrestri possiamo tranquillamente effettuarle col Typhoon e con una forza aerea composta da 120 velivoli di questo tipo (la Germania con finanze ben più consistenti avrà una forza aerea di 160 Typhoon, forse meno).

Certo il Typhoon non è invisibile ed utilizza tecnologie meno spinte e futuristiche dell’F-35 che però potrebbe rivelarsi un flop anche se a Washington si farà di tutto per salvare il programma militare più costoso della storia pur in presenza di un dibattito certo più ricco e concreto rispetto a quello apertosi in Italia.

Al di là delle cause del recente incendio sulla base di Eglin ci sono infatti molti dubbi circa il fatto che il jet di Lockheed Martin risulterà così “stealth” come si dice. O che disporrà di un motore affidabile dopo che Barack Obama  nel 2012 cancellò lo sviluppo di un propulsore alternativo (sviluppato anche dall’italiana Avio) e forse migliore di quello di Pratt & Whitney. Di sicuro la concorrenza avrebbe ridotto i costi pari oggi a 29 milioni di dollari a esemplare. Problemi a cui aggiungere ritardi e difficoltà nello sviluppo del sistema di combattimento che stanno inficiando le prestazioni e l’operatività del velivolo confermando il fallimento dell’iniziativa mai tentata prima d’ora di iniziare a produrre il velivolo prima di averne completato lo sviluppo.

I problemi al motore dovrebbero preoccupare soprattutto la Us Navy che con l’F-35 (aereo joint comune a Navy, Marines e Air Force pur se con diverse versioni) è costretta a rinunciare a imbarcare jet bimotori (lo erano tutti quelli impiegati negli ultimi decenni) affidandosi a un monomotore che potrebbe far registrare non poche perdite a causa di guasti  negli spazi oceanici dove operano le portaerei.
Restando in Italia basta invece dare un’occhiata ai bilancio della Difesa dei prossimi anni per rendersi conto che l’F-35 non possiamo permettercelo.

A Roma si riempiono la bocca con le “Linee guida” del  Libro Bianco ma è tutto fumo perché non ci sono e non ci saranno risorse per mantenere l’attuale struttura militare già alla paralisi, figuriamoci se potremmo permetterci qualcosa di meglio o forze aeree basate su due macchine da combattimento costose come il Typhoon e l’F-35. Basta leggere la tabella riportata nel Documento Programmatico Pluriennale del Ministero della Difesa (che sarà oggetto di un prossimo approfondimento) per rendersi conto che nei prossimi anni i fondi per la Funzione Difesa scenderanno sotto i 14 miliardi annui.

La percentuale del PIL dedicata alla Difesa calerà dall’attuale 0,87 allo 0,80 nel 2016 e ben difficilmente il governo Renzi dedicherà la necessaria attenzione alle forze armate, forse considerate utili per i buonismi da Mare Nostrum ma non percepite come strumento per la tutela degli interessi nazionali dall’approccio da boy-scout che caratterizza l’attuale esecutivo.
Ricordate le tante belle chiacchiere sulla riforma Di Paola e i “miracoli” derivanti dalla riduzione del personale da 183 mila a 150 mila effettivi? Un’iniziativa definita necessaria a liberare risorse per Esercizio e Investimenti migliorando l’efficienza delle forze armate.

Ebbene, le spese per il Personale aumenteranno da 9,55 miliardi di quest’anno a 9,78 negli anni 2015 e 2016 raggiungendo il 70 per cento dello stanziamento per la Funzione Difesa. Se poi si tiene conto che l’aumento di questa voce di spesa risulta contenuto dal pagamento con ritardi biblici di ogni forma di straordinario e indennità d’impiego e soprattutto dal blocco degli stipendi dei militari e di quasi tutti i pubblici dipendenti in atto ormai da quattro anni appare chiaro come ogni ipotesi di riformare lo strumento militare con le risorse oggi disponibili risulti del tutto inattendibile.

Dovremmo rassegnarci all’idea che la Difesa si inginocchi agli ordini del Pentagono, compri 90 (o 65) F-35 ma continui a non adeguare gli stipendi dei militari e a ritardare all’infinito il pagamento di indennità e straordinari?  I fondi per l’Esercizio (cioè l’addestramento e la gestione di strutture ed equipaggiamenti), che costituiscono la nota più dolente, scenderanno da 1,34 miliardi di quest’anno a 1,25 nel 2016. Previste riduzioni anche ai fondi per acquisire nuovi mezzi che scenderanno da 3,22 a 2,86 miliardi annui. Fondi  che peraltro potrebbero venire ulteriormente decurtati nelle prossime Leggi Finanziarie o con provvedimenti improvvisi di austerity.

Forze armate che hanno budget tripli ai nostri, come quelle di Germania e Francia, configurano le flotte di aerei da combattimento su un solo velivolo (Typhoon e Rafale) e noi italiani vogliamo averne due? Come Analisi Difesa ha più volte ribadito se anche riuscissimo a comprare un numero adeguato di F-35  non avremo i soldi per fare il pieno di carburante e per la manutenzione che sarà molto più costosa di quanto previsto inizialmente. Il governo spagnolo ha appena respinto con realismo l’ipotesi di acquistare una ventina di  F-35 B per rimpiazzare gli Harrier imbarcati che verranno aggiornati per prolungarne la vita utile. Una strada che dovrebbe forse percorrere anche la nostra Marina per gestire meglio le magre risorse e perché  l’AV-8B  ammodernato sarà ancora a lungo sufficiente a colpire con efficacia ogni nostro potenziale nemico.

Il Programma F-35 non è quindi un buon affare per noi sotto nessun punto di vista: azzera la sovranità nazionale, pone la nostra industria alle dipendenze di Lockheed Martin e azzoppa definitivamente le forze aeree con un velivolo che non riusciremo a gestire. Sul piano dei ritorni industriali la situazione non è migliore: produrremo poche ali (l’unico contratto firmato finora da Alenia Aermacchi riguarda una ventina di ali per 140 milioni di dollari contro le 1.200 ali promesse)  e qualche “bullone” realizzato da una quarantina di piccole e medie imprese. Nulla di sofisticato e non avremo ritorni nel campo del know-how dal momento che le tecnologie avanzate del velivolo verranno trattare solo da personale statunitense in aree “US Only” (ma pagate dai contribuenti italiani)  dello stabilimento di Cameri.  Persino il numero di aerei che verranno assemblati alla FACO è talmente ridotto da rendere lo stabilimento improduttivo: l’Italia scenderà da 131 esemplari a 90 o ancor meno e l’Olanda è già scesa da 85 a 37 la cui manutenzione verrà forse effettuata in Gran Bretagna.

La decisione del governo italiano di prendere tempo per valutare l’entità della commessa di velivoli non potrà che peggiorare tale situazione e benché il Pentagono, i fans italici dell’F-35 e Lockheed Martin continuino a riferire di oltre 6 mila “nuovi” posti di lavoro e più di 15 miliardi di commesse nei prossimi 20 anni all’industria nazionale la situazione reale risulta ben diversa.
A far chiarezza sui numeri ha provveduto il segretario generale della Cisl Piemonte Orientale, Luca Caretti, che preoccupandosi del possibile impatto sulle attività produttive di Cameri dello stop ai voli decretato dal Pentagono,  ha riferito di poco più 200 persone impiegate alla FACO: un’ottantina sono giovani diplomati del territorio novarese e altri 130 sono stati trasferiti dallo stabilimento Alenia di Caselle Torinese. Questi ultimi non costituiscono “nuovi” posti di lavoro ma sono maestranze dirottate dal programma Eurofighter Typhoon ridimensionato già dall’ultimo governo Berlusconi rinunciando all’ultima Tranche di 25 velivoli (i più avanzati).

Da quanto afferma Caretti lo stabilimento di Cameri costato agli italiani 814 milioni di euro ha prodotto finora 80 nuovi lavoratori più altrettanti tecnici statunitensi di Lockheed Martin e le prospettive, col basso numero di velivoli da assemblare, non sono certo incoraggianti. Meglio allora limitare i danni ai circa 4 miliardi di dollari spesi dall’Italia negli ultimi 15 anni e uscire ora dal programma F-35.
Rivendiamo agli Stati Uniti o ad altri Paesi gli aerei già acquisiti, trattiamo con Lockheed Martin la vendita o l’affitto della FACO per la manutenzione dei jet delle forze americane in Europa o di altri Paesi alleati. Anche indennizzando le piccole e medie imprese italiane già coinvolte nel programma e completando la commessa del Typhoon ad Alenia Aermacchi otterremmo un forte risparmio, guadagneremmo in autonomia strategica e industriale e potremmo rilanciare quella cooperazione europea di cui da anni tutti i politici vanno blaterando. E poi, quale migliore occasione del semestre di presidenza dell’Unione Europea per annunciare l’uscita dell’Italia dal programma americano più costoso e (per ora) fallimentare della storia?

Foto: Lockheed Martin

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