Raid in Siria: la "prima volta" dell'F-22

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Se un velivolo “stealth” doveva essere impiegato nelle incursioni della Coalizione sulla Siria era più probabile aspettarsi che fosse il B-2 Spirit che già in passato aveva “aperto le danze” nelle operazioni belliche statunitensi. Il limitato numero di obiettivi di valore strategico sembra però aver  reso superfluo il costoso impiego dei bombardieri “invisibili” che hanno invece lasciato il posto ai caccia F-22 Raptor al loro battesimo del fuoco. Caccia impiegati solitamente per la difesa aerea e schierato oltremare (in Giappone e negli Emirati Arabi Uniti) solo in casi sporadici legati a forti tensioni internazionali, i Raptor imbarcano bombe Jdam a guida Gps con le quali ieri hanno colpito obiettivi dello Stato Islamico, come ha confermato il generale William Mayville durante un briefing al Pentagono. La loro presenza, in  numero imprecisato così come non è noto in quale base siano rischierati (probabilmente ad al-Udeid, in Qatar o ad al-Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti, dove i Raptor vennero rischierati già nel 2009 e poi nel 2012in seguito alle tensioni con l’Iran) pare legata al rischio di un’eventuale reazione di Damasco al sorvolo del suo spazio aereo.

Un sorvolo non autorizzato ma a quanto pare gradito da Bashar Assad anche se i Paesi della Coalizione sono gli stessi che meno di un anno or sono volevano bombardare Damasco e far cadere  il regime. La prudenza non è mai troppo e la presenza dei velivoli “stealth” avrebbe potuto rivelarsi utile contro una difesa aerea di tutto rispetto con moderni apparati missilistici e di guerra elettronica forniti da Mosca alcuni dei quali pare siano gestiti da personale russo. Per lo stesso scopo, almeno parzialmente, sono stai impiegati anche i velivoli da guerra elettronica della Marina EA-6B Prowler, utili a disturbare le comunicazioni degli uomini del Califfo ma anche ad “accecare” i radar di Damasco
Da quanto è emerso Damasco è stata informata dell’imminenza dei raid ma, come ha precisato il Dipartimento di Stato, non sono state chieste autorizzazioni a Damasco. Ai siriani è stato solo detto di “non  ostacolare gli aerei statunitensi” ha detto un portavoce.

Le incursioni aeree contro il Califfato pare abbiano seguito un copione ormai consolidato. I primi obiettivi sono stati colpiti da 47 missili da crociera Tomahawk lanciati ieri dal cacciatorpediniere Arleigh Burke in navigazione nel Mar Rosso e dall’incrociatore Philippine Sea che affianca la portaerei George H. Bush nel Golfo Persico.

Gli obiettivi sono stati, secondo quanto reso noto dal Pentagono, i centri di comando, controllo e comunicazioni, depositi di armi e munizioni e forse qualche batteria antiaerea che i miliziani dello Stato Islamico hanno catturato alle forze di Damasco e soprattutto all’esercito iracheno i cui grandi depositi a Fallujah, Tikrit e Mosul sono stati saccheggiati dai miliziani del Califfato.

Gran parte di questi ingenti quantitativi di mezzi, armamenti e munizioni erano stati trasferiti nei territori siriani amministrati dal Califfato per metterli al riparo da incursioni aeree e per impiegarli nelle vittoriose offensive contro le ultime sacche di resistenza delle truppe di Assad nell’est del Paese e contro i curdi lungo il confine turco.

I Tomahawk avrebbero colpito soprattutto le basi dei qaedisti del gruppo Khorasan (sospettato di essere pronto a colpire con azioni terroristiche gli interessi statunitensi e occidentali) nei pressi di Aleppo. I missili della Navy hanno anche “aperto la strada” ai cacciabombardieri colpendo anche le postazioni dei qaedisti del Fronte al-Nusra e Raqqa, la “capitale” dello Stato Islamico, bersagliata in seguito dai velivoli dell’Usaf e degli alleati arabi del Gulf Cooperation Council. Dalla base di al-Udeid, in Qatar, sede del comando aereo statunitense per l’area medio orientale e centro asiatica (Central Command) che coordina le operazioni contro il Califfato, sono decollati i bombardieri dell’Air Force B-1 Lancer e, probabilmente, gli F-22.

I cacciabombardieri F-15E Strike Eagle ed F-16 Fighting Falcon sembra siano basati negli Emirati Arabi Uniti, nell’aeroporto di al-Dhafra (che ospita anche i Rafale francesi impiegati finora in un unico raid contro lo Stato Islamico in Iraq) ma potrebbero essere stati rischierati in basi giordane, a due passi dal confine siriano, da dove sono decollati anche i caccia F-16 della reale forza aerea di Amman.
Molto vicina al teatro bellico l’aeroporto curdo di Erbil, che nelle ultime settimane ha visto affluire dalla base turca di Incirlik molti militari e diversi velivoli statunitensi inclusi droni Predator e Reaper impiegati per gli attacchi e per la valutazione dei danni inflitti al nemico. Ankara non ha aderito alla Coalizione e non consente agli Stati Uniti di impiegare Incirlik per operazioni offensive ma Washington mantiene un basso profilo sulle forze schierate a Erbil perché costituisce la prima base americana in Iraq dal ritiro delle forze USA nel 2011.

Gli obiettivi del Califfato nella provincia di Deir el-Azor, vicino al confine iracheno, sarebbero stati colpiti dai cacciabombardieri di Marina e Marines  F/A-18 Hornet e Super Hornet decollati dalla  portaerei Bush e dagli Harrier AV-8B  della portaelicotteri Bataan in navigazione nel Golfo Il dispositivo aereo statunitense è stato completato da aerei radar Awacs E-3B Sentry, E-2C Hawekeye e da aerei spia RC -135 Rivet Joint. Secondo il Pentagono 22 siti sono stati colpiti nel primo giorno di incursioni impiegando 160 ordini per il 95 per cento guidati.

Nuovi attacchi questa notte pare siano stati concentrati sulla città di Abu Kamal, al confine con l’Iraq, e sui dintorni di  Ain al-Arab, la città che i curdi chiamano Kobane vicina al confine turco e assediata dai miliziani dello Stato Islamico. Le incursioni sarebbero per lo più mirate a distruggere veicoli e armi pesanti offrendo supporto tattico alle fanterie curde.

Pochi i dettagli sulla partecipazione dei velivoli dei cinque Paesi arabi. I sauditi pare abbiano messo in campo 4 F-15S e un tanker Airbus A-330MRTT, gli Emirati Arabi Uniti 2 F-16 e un altro aereo da rifornimento in volo dello stesso tipo, la Giordania 4 F-16, il Bahrein altri 2 mentre il Qatar avrebbe messo in campo 2 Mirage 2000 probabilmente con compiti esclusivamente di ricognizione poiché non risulta abbiano sganciato ordigni.
Dati più precisi sono stati resi noti circa l’esito dei quasi 200 attacchi aerei effettuati sull’Iraq dall’8 agosto che secondo il Pentagono avrebbero portato alla distruzione di 57 postazioni dell’IS, 125 veicoli tipo pick-up e Hummer, 24 trasporto truppe ruotati (inclusi molti MRAP di costruzione statunitense catturati all’esercito iracheno) e 12 tank e cingolati.

Foto: Us DoD, Stato Islamico, BBC,

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