Il jihad americano occultato

Daniel-Pipes

di Daniel Pipes The Washington Times del 23 dicembre 2015

La polizia e la stampa sono state bravissime a scavare nella vita e nelle motivazioni di Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik, la coppia che il 2 dicembre ha massacrato 14 persone, a San Bernardino, in California.
Conosciamo tutto della loro famiglia, dei loro studi, della vita professionale, dei viaggi, del loro matrimonio, delle loro dichiarazioni e dei preparativi dell’attentato. Ma soprattutto, grazie al lavoro di fondo che è stato svolto noi sappiamo che la coppia aveva intenzioni jihadiste, vale a dire che essi hanno compiuto l’attacco nella loro veste di pii musulmani che diffondono il messaggio, la legge e la sovranità dell’Islam.

Siamo tutti contenti di essere venuti a conoscenza di questi fatti, che hanno avuto un forte impatto sulla Nazione, rendendo gli americani molto più preoccupati per la violenza jihadista, com’è giusto che sia, di quanto lo fossero solo dopo l’11 settembre. Ad esempio, in un sondaggio del 2011, il 53 per cento degli intervistati ha detto che il terrorismo era una questione di fondamentale importanza; oggi, quella percentuale è del 75 per cento.

Ma cosa dire del caso di Yusuf Ibrahim? All’inizio del 2013, quando aveva 27 anni, questo musulmano nato in Egitto e residente a Jersey City, fu accusato di aver sparato e poi tagliato le teste e mozzato le mani a due copti, Hanny F. Tawadros e Amgad A. Konds, seppellendoli a Buena Vista Township, in New Jersey.

L’uomo è stato incriminato per omicidio, favoreggiamento, sequestro di persona, rapina, profanazione di resti umani e altri reati. Inoltre, il 22 dicembre 2011 Ibrahim si dichiarò colpevole di furto d’auto e il 21 settembre 2012, di rapina a mano armata (durante la quale egli ferì la sua vittima sparandole al piede), crimini commessi entrambi a Jersey City.

Le due decapitazioni sono spettacolari, raccapriccianti e presentano numerosi tratti jihadisti (o nel gergo poliziesco “terroristici”). Lo storico Timothy Furnish spiega che “la decapitazione rituale è una pratica di vecchia data nella storia e nella teologia islamica”, il che la rende una forma di esecuzione capitale tipicamente musulmana. Un musulmano che uccide un non musulmano rientra nell’intramontabile schema di supremazia islamica. E coincide anche con un tragico modello comportamentale emerso negli Stati Uniti negli ultimi anni.

Eppure, la polizia, il mondo politico, la stampa e il mondo accademico (ossia l’establishment) non hanno mostrato il minimo interesse per l’aspetto islamico, considerando le decapitazioni e le amputazioni come un normale caso di omicidio. Significativo è il fatto che il rapporto stilato dalla polizia sull’arresto di Ibrahim non menzioni alcuna motivazione, e proprio per questa lacuna il sito web Snopes.com vicino alla sinistra (che si descrive come la fonte Internet di riferimento in materia di leggende metropolitane, folklore, miti, voci e disinformazione”) arriva a definire “falsa” l’accusa che i principali media abbiano “volutamente ignorato” questo episodio. Tutti hanno fatto quadrato.

Quasi tre anni dopo quanto è accaduto, non sappiamo quasi nulla di Ibrahim, delle sue motivazioni, dei suoi possibili collegamenti con altri o delle sue affiliazioni istituzionali.

Non siano nemmeno a conoscenza di che tipo di relazioni ci fossero tra l’aggressore e le sue vittime: se fosse un criminale che ha litigato con i suoi complici, un amico che ha bevuto troppo, un presunto amante che ha fatto fuori i suoi rivali in amore, un familiare che ha eliminato i parenti in lizza per l’eredità, un pazzo che ha sparato a caso sui passanti? Oppure era forse un jihadista che stava cercando di diffondere il messaggio, la legge e la sovranità dell’Islam?

Non posso rispondere a queste domande perché il caso resta tuttora irrisolto, saltando fuori di tanto in tanto solo in relazione a qualche aspetto tecnico procedurale (come l’importo della cauzione di Ibrahim o l’ammissibilità della sua confessione) che non contribuisce a far luce sul movente del suo presunto crimine.

Né il caso di Ibrahim è insolito. Ho stilato un elenco di altri potenziali episodi di violenza jihadista (si veda qui, qui, e qui) in cui l’establishment ha voluto chiudere un occhio sulla dimensione islamica, trattando gli aggressori come comuni criminali la cui vita, le motivazioni e i legami non rivestono alcun interesse e pertanto rimangono oscuri.

Questo silenzio riguardo alla possibilità di essere di fronte a episodi di violenza jihadista ha come importante conseguenza il fatto di indurre l’opinione pubblica americana (e anche quella di tutto l’Occidente) a credere che questa violenza jihadista sia più rara di quanto si pensi.

Se la nazione cogliesse la portata reale del jihad in America, l’allarme sarebbe molto maggiore; e la percentuale di coloro che pensano che il terrorismo sia un problema cruciale sarebbe molto più elevata dell’attuale 75 per cento. Questo, a sua volta, finirebbe per convincere l’establishment a prendere sul serio la questione del jihad.

Pezzo in lingua originale inglese: America’s Hidden Jihad
Traduzioni di Angelita La Spada

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