La Russia si prende anche i curdi siriani

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da Libero Quotidiano dell’11 febbraio

Pressato dal presidente turco Recep Erdogan, il presidente americano Barack Obama si lascia “scippare” quell’alleanza coi curdi siriani delle milizie YPG, braccio armato del partito PYD, che poteva cambiare gli scenari del conflitto anche ponendo basi d’intesa tra russi e americani.

Il movimento PYD, osteggiato dai turchi perché legato ai fratelli d’oltrefrontiera del PKK, ha infatti aperto ieri proprio a Mosca il suo primo ufficio estero, come ha annunciato il portavoce Abdulsalam Ali. Una specie di “ambasciata” il cui capo è stato indicato in Rodi Osman, che all’inaugurazione, pomeriggio, ha detto: «Continueremo a collaborare coi russi su tutto, incluso il contrasto al contrabbando di petrolio verso la Turchia». Smercio che, come noto, è fra i maggiori canali di finanziamento dell’Isis, pur colpito dai raid aerei di Mosca.

La stampa israeliana è stata la più disincantata nel commentare subito che «la scelta dei curdi è dovuta alle incertezze americane nel sostenerli». Prezzo pagato da Obama per titubanze che però, secondo il britannico Guardian «spingono in un angolo anche Erdogan».

Il capo di Ankara da giorni aveva mandato un ultimatum agli USA, chiedendo di scegliere fra «noi o i curdi». La Russia ha saputo offrire maggiori certezze ai curdi siriani e, perdipiù, l’alleanza fra Putin e Assad lascia intendere che una soluzione politica del conflitto possa passare per un compromesso fra PYD e Damasco contro i comuni nemici dell’Isis.

Proprio ciò che aborrono le opposizioni filosaudite, le quali rifiutano ancora di accettare che i curdi si siedano al tavolo delle trattative, che tornerà a riunirsi il 25 febbraio a Ginevra, dopo che l’ultima tornata di colloqui è fallita.

Spicca che le parole del delegato curdo Senam Mohamed, che auspica «la nostra partecipazione al summit» perché «tutti i siriani siano rappresentati», paiano quasi coordinate con quelle del rappresentante del governo di Damasco, Bashar Jaafari, che sempre ieri ha rilevato che «finora il dialogo non è partito a causa delle opposizioni amiche dei sauditi».

Spaventano Erdogan anche i continui successi di terra dell’esercito di Assad, che ancora ieri ha liberato una nuova città, Bashoura, nella regione di Latakia, strappando inoltre le creste strategiche di ZiyaretAl Beidha, Zahra Al Beidar e Khandaq Al Shahour ai salafiti di Arhar Al Sham.

Anche sul fronte di Aleppo l’esercito di Damasco, appoggiato dall’aviazione russa, avanza di villaggio in villaggio, aumentando il peso contrattuale dei governativi nei colloqui e rendendo più irrealistica la precondizione dei ribelli filo-turco-sauditi che Assad si dimetta.

Ieri, peraltro, la commissione Esteri della Camera di Washington, ha impallinato proprio l’indecisione dell’amministrazione Obama. Il deputato repubblicano Eliot Engel ha chiesto «una robusta campagna contro l’Isis, non una parvenza di essa». E il collega di partito Ed Royce ha parlato di «prevedibile fallimento» di una incerta strategia USA. Il relatore in commissione, Brett McGurk, che cercava di difendere le tesi di Obama e Kerry non ha saputo che condannare gli attacchi aerei russi su Aleppo vagheggiando che «favoriscono l’Isis», ma senza troppi ragionamenti concreti.

Foto Reuters e YPG

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora coi quotidiani "Libero", "Italia Oggi" e con riviste specializzate. Per la casa editrice bolognese Odoya ha scritto nel 2012 "L'aviazione italiana 1940-1945: azioni belliche e scelte operative", seguito nel 2013 da "Un secolo di battaglie aeree: l'aviazione militare nel Novecento". Nel 2014 è uscito per il medesimo editore il suo ultimo lavoro: "Storia dei grandi esploratori: dagli Egizi a Magellano".

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