Le linee guida della politica estera di Trump

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Askanews – L’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca ha un effetto dirompente non solo negli Stati uniti, ma rischia di rivoluzionare lo schema delle alleanze nel mondo e di destabilizzare profondamente gli equilibri che si sono consolidati durante i due mandati di Barack Obama. Rapporti con la Russia, proiezione in Asia, alleanza con l’Unione europea, mega-aree di libero scambio internazionali: sono tutti temi sui quali il ciclone Trump potrebbe abbattersi con effetti dirompenti.

Durante la campagna elettorale, il fronte democratico ha colpito duro Trump, dopo che questi non ha nascosto il suo apprezzamento per il presidente russo Vladimir Putin. “”Credo che avrei una buona relazione con Putin (…) Lui si è comportato da leader, molto di più di quanto non lo sia stato il nostro Presidente”, ha affermato in uno dei confronti televisivi il miliardario neo-presidente, il quale ha espresso la volontà di ristabilire con Mosca rapporti che, negli ultimi anni, si sono fortemente deteriorati. Putin, dal canto suo, è stato il primo leader straniero a congratularsi con Trump e ha auspicato un “dialogo costruttivo”.

Trump non apprezza particolarmente la Nato. Così, ancor prima di ottenere la candidatura, quello che poi sarebbe diventato presidente ha chiarito che, in caso di attacco russo agli Stati Baltici, che sono in prima linea rispetto alla Russia, gli Stati Uniti dovrebbero decidere se intervenire o meno solo se questi paesi “avranno rispettato gli obblighi con noi”.

Questa dichiarazione ha suscitato particolare ansia a Bruxelles, dove ha sede l’Alleanza atlantica. Jens Stoltenberg, il segretario generale, ha ricordato come le guerre mondiali abbiano dimostrato che “la pace in Europa è importante anche per la sicurezza degli Stati uniti”.

Ma Trump, su questo fronte, ha un approccio più vicino a quello dell’imprenditore che a quello del politico: “Spendiamo una fortuna per i militari per perdere 800 miliardi di dollari” in perdite commerciali globali. “Non mi pare una cosa molto intelligente”.

I fondi provenienti dagli Usa rappresentano il 75 per cento circa del bilancio Nato.
Tutti i principali leader europei hanno espresso preoccupazione per la possibile vittoria di Trump.

Ora che Trump, effettivamente, ha vinto, dovranno giocoforza averci a che fare. Dopo la decisione della Gran Bretagna di lasciare l’Unione europea, Trump alla presidenza Usa potrebbe rappresentare un ulteriore incentivo per l’Europa a costruire una maggiore autonomia al tradizionale asse atlantico.

Il già boccheggiante negoziato per l’Accordo di partenariato per il commercio e gli investimenti transatlantici (Ttip) probabilmente finirà nel dimenticatoio, l’approccio di Trump alla difesa europea potrebbe spingere i paesi Ue ad accelerare sul fronte della nascita di un esercito europeo.

La vittoria del miliardario americano potrebbe anche dare ulteriore impulso ai movimenti populisti in crescita in tutto il continente, con effetti possibili anche sulle prossime scadenze elettorali, per esempio in Francia e Germania dove si vota il prossimo anno.

Barack Obama aveva caratterizzato la sua politica estera con un’attenzione particolare all’Asia. Il “pivot to Asia”, tuttavia, potrebbe essere relegato al passato. Come per i rapporti transatlantici, l’approccio di Trump ai rapporti transpacifici è freddo. Sul fronte della difesa, Trump ha fatto capire agli alleati che la loro difesa da parte degli Stati Uniti non sarà più così scontata.

Non a caso, oggi, la Corea del Sud ha immediatamente convocato il Consiglio di sicurezza nazionale: Trump ha esplicitamente evocato l’ipotesi di un disimpegno militare in una delle aree più calde del mondo, dove la minaccia nucleare nordcoreana è immanente.

Trump, sostanzialmente, ha detto a Tokyo e Seoul che, se vogliono l’aiuto, dovranno contribuire e ha anche aperto la strada alla possibilità che si dotino di una loro capacità di deterrenza nucleare.

Argomento sensibile, scottante, che alla fine rischia di preoccupare tutti. Giappone e Corea del Sud, certo, ma anche la stessa Cina. Pechino non ha espresso una chiara preferenza: sia Hillary Clinton che Trump hanno criticato duramente la Cina.

La probabile mancata ratifica dell’Accordo di partenariato transpacifico (Tpp) sarà certamente un fatto piacevole per Pechino, ma la Cina è anche il principale partner commerciale degli Usa e limitazioni al libero commercio avrebbero effetti negativi su Pechino.

Un eventuale alleggerimento della presenza americana nella regione sarebbe altrettanto gradito a Pechino, ma potrebbe portare il Giappone a riconsiderare l’opzione nucleare anche su esplicito input del nuovo presidente. Poi resta il tema dell’imprevedibilità del personaggio, che è un difetto di cui Pechino, solitamente, tiene gran conto in senso negativo.

Trump ha avuto parole durissime per gli immigrati provenienti dal Messico.

Il nuovo presidente, durante la corsa verso la Casa Bianca, ha minacciato la deportazione di massa, la costruzione di un muro lungo il confine (per discutere il quale Trump è anche volato a Città del Messico, dove il presidente Enrique Penha Nieto gli ha detto in faccia che lo stato latino non ha alcuna intenzione di pagare per quell’opera), il taglio delle rimesse degli immigrati che ammontano a 25 miliardi di dollari.

Il nuovo presidente, inoltre, si è scagliato contro l’Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta) con Canada e Messico che, a dire di Trump, ha contribuito a creare sbilanci commerciali col Messico e a bruciare posti di lavoro. Ha “distrutto il paese”, ha detto il neopresidente, e per questo va “interamente rinegoziato” oppure persino “chiuso”.

Foto: Askanews, AP e TV

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