Il gasolio di Putin e il conto dell’Europa

 

 

L’accordo sul gasolio tra Donald Trump e Vladimir Putin pone una domanda all’Europa: fino a quando gli interessi americani coincideranno con quelli degli alleati? Washington dimostra che la pressione su Mosca può convivere con una trattativa commerciale. Per gli europei il problema è capire quale spazio resti alla propria iniziativa, se le decisioni decisive vengono prese altrove.

 

Le sanzioni diventano merce di scambio

L’annuncio americano prevede forniture fino a 4,8 milioni di tonnellate, destinate ai mercati statunitense e mondiale. Il Tesoro ha autorizzato determinate operazioni sul gasolio russo fino al 7 aprile 2027. È un’eccezione significativa: mentre agli europei si chiede di mantenere la pressione economica, Washington apre un canale che può offrire entrate e vantaggi commerciali al Cremlino.

Le quantità annunciate non bastano, da sole, a promettere una svolta nei prezzi. Contano i tempi delle consegne, la capacità delle raffinerie, i trasporti e la distribuzione geografica delle forniture. Il vantaggio politico per Trump appare più immediato: presentarsi agli elettori come il presidente che usa il rapporto con Putin per contenere i costi dei trasporti e dell’agricoltura.

Fra un annuncio e il prezzo pagato da un autotrasportatore esiste una catena di passaggi. Scambiare l’effetto diplomatico per un risultato economico acquisito sarebbe un errore.

Per Mosca il possibile beneficio supera l’incasso. Ridurre gli ostacoli finanziari e commerciali può significare vendere con meno intermediari, minori costi e una platea più ampia di compratori. Soprattutto, il Cremlino può sperare di dividere il fronte avversario: trasformare la propria capacità di esportazione in un interesse da tutelare anche per Washington.

Questo non dimostra che le sanzioni siano inutili. Aggirarle comporta spese, dipendenze e rinunce che la sola crescita del prodotto interno lordo non misura. Dimostra piuttosto che il loro valore dipende dalla coerenza politica di chi le impone. Se le deroghe rispondono alle convenienze interne del partner più forte, gli altri rischiano di sostenere una parte maggiore dei costi senza controllare la trattativa.

 

Le raffinerie tra guerra e diplomazia

Il risvolto militare è evidente. Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe mirano a colpire entrate, disponibilità di carburante e capacità industriale. Se Washington considera quelle stesse raffinerie necessarie alla propria politica energetica, una leva di pressione di Kiev può diventare un problema per il suo principale sostenitore. È il possibile risultato strategico dell’intesa: rendere più costoso, sul piano diplomatico, l’impiego di uno strumento militare ucraino.

Colpire un impianto, peraltro, non significa paralizzare un esercito. Contano la durata delle interruzioni, le riparazioni, le scorte e la possibilità di spostare produzione e rifornimenti. Il danno economico può risultare serio senza tradursi subito in un cedimento sul fronte.

Un’eventuale pausa negli attacchi avrebbe valore soltanto dentro uno scambio verificabile. Se Kiev rinunciasse a una propria leva mentre Mosca conservasse libertà di colpire il sistema energetico ucraino, l’equilibrio peggiorerebbe. La riduzione delle ostilità richiede reciprocità, controlli e conseguenze per le violazioni.

L’Europa dovrebbe interrogarsi su questa divergenza prima di promettere nuovi obiettivi. Sostenere l’Ucraina richiede una relazione credibile fra mezzi, risultati raggiungibili e condizioni della trattativa. Senza questo legame, il rischio è finanziare la prosecuzione del conflitto lasciando ad altri il potere di negoziarne gli esiti.

 

Il prezzo dell’assenza europea

Sul piano economico si aprono scenari diversi. Se l’intesa ampliasse stabilmente l’offerta mondiale, anche le imprese europee potrebbero beneficiare di un alleggerimento dei prezzi.

Se invece producesse soprattutto un vantaggio commerciale russo e un dividendo politico americano, l’Europa resterebbe esposta ai costi energetici e alle spese per la sicurezza senza ottenere un corrispondente peso negoziale.

La ricostruzione ucraina rende la contraddizione più grave. Promettere investimenti senza definire sicurezza e sostenibilità finanziaria significa confondere gli impegni con le possibilità. Ferrovie, reti elettriche e abitazioni richiedono capitali pazienti e istituzioni affidabili. Una pace precaria può rendere troppo rischiosi anche progetti economicamente necessari.

Una vittoria russa non è inevitabile. Anche la neutralità avrebbe bisogno di garanzie verificabili: una formula costituzionale, da sola, non protegge un Paese dalla forza di un vicino. E qualsiasi assetto durevole deve fare i conti con la volontà degli ucraini, non soltanto con le richieste delle potenze.

 

Prove e diritto valgono per tutti

La guerra ibrida impone un’altra cautela. Attribuire sabotaggi e incursioni comporta responsabilità enormi, soprattutto quando si evocano risposte preventive contro una potenza nucleare.

Servono indagini e proporzione. La mancata divulgazione di elementi investigativi non dimostra l’innocenza russa, così come un sospetto politico non costituisce una prova di colpevolezza. La prudenza nell’attribuzione riduce il rischio di una risposta sbagliata.

Lo stesso vale per la Corte penale internazionale. Le sanzioni americane contro la Corte mostrano quanto sia difficile rendere indipendente la giustizia dalla potenza. La mancata adesione russa non esclude, di per sé, la competenza sui crimini commessi in Ucraina, che può fondarsi sulla giurisdizione territoriale accettata da Kiev. Difendere il diritto richiede di applicare lo stesso criterio agli avversari e agli alleati.  Il problema europeo è politico: costruire una capacità negoziale proporzionata agli impegni assunti, difendere regole comuni e valutare il costo umano della guerra. Altrimenti altri sceglieranno quando commerciare, quando combattere e quando trattare. All’Europa resterà il conto.

Foto: Commissione Europea, Casa Bianca e Presidenza Russa

 

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password