I servizi segreti e la guerra

 

Ci sono libri che pretendono di spiegare come funziona il mondo. Il libro di Giannuli non lo pretende: lo denuncia. Non vuole rassicurare il lettore, né consegnargli l’ennesima mappa della geopolitica contemporanea con i suoi punti cardinali, le sue rotte, i suoi santuari strategici. Fa di più, e di peggio: gli mostra che le mappe sono sbagliate, che gli strumenti sono difettosi, che le bussole delle grandi potenze — quelle che dovrebbero orientare la politica internazionale — sono spesso puntate verso una destinazione immaginaria, un’illusione, un’eco.

E in questo panorama, la parte più fragile non è la diplomazia, non sono gli eserciti, non sono i governi. Sono proprio loro: i servizi segreti. Quegli apparati che dovrebbero vedere il mondo con più nitidezza di chiunque altro, e che invece, in un numero imbarazzante di occasioni, non hanno visto ciò che aveva già assunto le dimensioni di una montagna.

Il crollo dell’Urss, l’11 settembre, le rivolte del Sahel, l’ascesa della Cina, la rinascita del nazionalismo russo, la tragedia di Gaza, le guerre “interminabili” che ormai non finiscono mai: tutto questo ha una radice comune, una crepa profonda che attraversa l’apparato che avrebbe dovuto garantire stabilità al mondo post-bipolare.

Una crepa che Giannuli esplora senza reverenza, senza filtri, senza quel pudore intellettuale che spesso paralizza gli analisti quando parlano di argomenti considerati troppo delicati. E infatti il suo è un libro che, mentre lo leggi, ti accorgi che parla meno dei servizi segreti e più del nostro tempo. Perché l’intelligence non è solo un mondo nascosto: è il nervo della politica globale. Se quel nervo non funziona, il corpo intero si muove in modo incerto, improvvisato, convulso.

 

Il mito infranto della “grande intelligence”

Quando si parla di servizi segreti nell’epoca della globalizzazione, la prima immagine che viene in mente è quella di una rete onnipresente e onnisciente, capace di ascoltare ogni conversazione, decifrare ogni dato, anticipare ogni mossa. L’idea che in un mondo dominato da un’unica superpotenza — gli Stati Uniti — esistesse una sorta di “intelligence centrale”, un sistema di sorveglianza planetaria coordinato, efficiente, in grado di prevenire ogni minaccia. Ma la realtà, ricorda Giannuli, è molto diversa. E il mito della “grande intelligence” è crollato una volta confrontato con gli eventi. Il mondo reale non si è piegato alle previsioni, ai modelli, alle simulazioni. E l’intelligence ha cominciato a inseguire, invece che guidare.

Questa illusione nasce negli anni Novanta, quando la convinzione che la storia fosse finita — e con essa i conflitti ideologici, gli scontri fra grandi potenze, i nazionalismi — si radicò nelle élite occidentali, e nell’intelligence che ne era il braccio operativo. Ma mentre gli analisti guardavano al mondo come a un grande mercato globale in cui la politica si dissolveva nell’economia, la realtà andava nella direzione opposta: il ritorno degli Stati, il risveglio dei nazionalismi, la crescita di potenze regionali, la rabbia sociale, le disuguaglianze, le tensioni identitarie. Insomma, tutto ciò che avrebbe dovuto essere “superato” dalla globalizzazione.

Era l’ennesima illusione tecnocratica: credere che il mondo fosse governabile come una rete internet. E come tutte le illusioni, ha presentato il conto. L’intelligence che doveva mantenere l’ordine globale si è trasformata nella prima vittima del disordine globale. E la sua crisi è diventata la crisi della politica mondiale.

 

I fallimenti americani

Se c’è un capitolo che domina il panorama dei fallimenti dell’intelligence contemporanea è quello americano. Non per accanimento, ma per il semplice motivo che nessuno, nella storia, ha avuto un apparato anche solo lontanamente paragonabile a quello statunitense: la CIA, la NSA, la DIA, il network militare, i sistemi satellitari, le basi sparse su tutto il pianeta. Un arsenale tecnologico che, in teoria, avrebbe dovuto rendere impossibile ogni sorpresa strategica.

E invece è successo l’esatto contrario. L’impero più sorvegliato, più monitorato, più traccia­tore del mondo è stato colto alla sprovvista non una, ma molte volte, e sempre nei momenti decisivi.

Il primo grande buco nero è il crollo dell’Unione Sovietica. Mentre la CIA analizzava milioni di pagine di documenti, intercettazioni, immagini satellitari, il sistema sovietico collassava dall’interno in un modo che nessuno aveva previsto. Una superpotenza si dissolse davanti agli occhi dell’intelligence occidentale, come se fosse un effetto ottico. Una lezione, questa, che nessuno ha voluto imparare: la capacità tecnologica non è capacità politica. Per capire una società bisogna conoscerne la psicologia, la cultura, le dinamiche interne. Non basta intercettarne le telefonate.

Il secondo shock è l’11 settembre. Il paese che aveva creato Echelon, il sistema di sorveglianza più esteso mai concepito, non intercettò 19 uomini che si addestravano a pilotare aerei di linea senza imparare l’atterraggio. Un cortocircuito totale, che non riguarda solo le procedure o la burocrazia, ma il modo stesso di concepire la minaccia. L’intelligence americana, per anni, aveva guardato verso gli Stati e non verso le società; verso i governi e non verso le reti transnazionali; verso le armi e non verso le idee. E così, il nemico arrivò da un angolo cieco del sistema.

La sequenza prosegue con l’Iraq. L’invasione del 2003 fu costruita su un’analisi dell’intelligence non solo sbagliata, ma politicizzata, manipolata, piegata all’obiettivo politico della guerra. Il risultato è stata una delle decisioni più catastrofiche della storia recente: sciogliere l’esercito iracheno. In un colpo solo, gli americani hanno regalato all’insorgenza sunnita migliaia di ufficiali addestrati, armati, organizzati. Il terrorismo non è esploso perché l’intelligence era debole: è esploso perché l’intelligence è stata ignorata, forzata, deformata dalla politica.

Da allora, le crepe sono diventate voragini. L’Afghanistan è stato un laboratorio di fallimenti: vent’anni di guerra e il ritiro finale di Kabul sembrava la scena finale di un impero in declino. L’intelligence americana non aveva capito che il governo afghano non esisteva; che l’esercito non avrebbe combattuto; che i talebani avevano già vinto mesi prima di entrare nella capitale.

E come se non bastasse, negli ultimi anni i servizi Usa non hanno previsto la destabilizzazione dell’America Latina, né l’ascesa dei cartelli armati, né l’erosione del potere del Pentagono in aree considerate “cortile di casa”. Mentre Washington guarda alla Cina, il proprio giardino va in fiamme.

 

Un impero può sopportare molte cose. Ma non la cecità. È questa la tragedia americana che Giannuli racconta con una chiarezza dolorosa: gli Stati Uniti non hanno perso intelligence perché hanno troppi nemici; l’hanno persa perché hanno perso il contatto con la realtà.

 

La Russia tra onnipotenza e crollo

Se l’intelligence americana fallisce per eccesso di fiducia nella tecnologia, quella russa fallisce per eccesso di fiducia nella propria magia. Da decenni, il mito dell’apparato russo — il KGB prima, l’FSB oggi — alimenta fantasie in tutto il mondo: agenti che muovono governi, manipolano elezioni, avvelenano avversari, rovesciano regimi. Un mito che fa comodo a tutti: ai russi perché dà la sensazione di avere un potere enorme; agli occidentali perché permette di avere un nemico perfetto; ai media perché nutre un romanzo infinito.

Ma la realtà che Giannuli ricostruisce è meno romantica. Ed è più tragica. L’apparato russo, nel momento della prova più grande, ha fallito come mai nella sua storia. L’invasione dell’Ucraina, presentata come un’operazione chirurgica, è diventata il catalogo completo delle illusioni dell’intelligence russa. Il Cremlino credeva che l’Ucraina fosse un Paese privo di volontà nazionale; che il governo sarebbe fuggito; che la popolazione avrebbe accolto i soldati russi con indifferenza; che l’Occidente sarebbe rimasto diviso; che le sanzioni sarebbero state simboliche; che la guerra sarebbe durata una settimana.

Niente di tutto questo si è avverato. E per una ragione semplice: il gruppo dirigente russo, e quindi i suoi servizi, vivevano da anni in un mondo autoreferenziale. La loro analisi non si basava sui dati, ma sulle conferme reciproche, sulle convinzioni di partenza, sulle narrazioni che il potere aveva imposto al potere. L’intelligence, anziché correggere le illusioni del Cremlino, le ha assecondate.

E mentre la guerra infuriava, la Russia subiva attentati tragici come quelli al Crocus City Hall, a Daghestan, contro figure chiave dell’apparato militare e nucleare. Una serie di colpi che hanno mostrato un paese vulnerabile come mai dal crollo sovietico. Un sistema dove le crepe della società sono diventate crepe dell’apparato securitario.

 

La Cina e il limite dell’occhio di drago

La Cina è la potenza che più ha beneficiato del mito della razionalità. Gli osservatori occidentali hanno spesso immaginato la sua intelligence — il Ministero della Sicurezza dello Stato — come una macchina perfetta, implacabile, capace di infiltrare aziende, governi, università. Una potenza silenziosa, invisibile, preparata.

Eppure, anche qui, Giannuli mostra il lato meno noto della storia.

La Cina non ha previsto — o non ha saputo impedire — la stretta strategica tra Russia e Corea del Nord, un’alleanza che riduce il suo margine di manovra in Asia e che apre un fronte potenzialmente destabilizzante proprio sul fianco orientale. Non ha saputo anticipare le reazioni globali alle sue mosse su Taiwan, né arginare i sospetti crescenti che la isolano sul piano tecnologico. E soprattutto non ha previsto l’immensa resistenza americana nella guerra dei chip, che ha frenato — seppure non bloccato — la sua ascesa tecnologica.

La Cina ha occhi ovunque, ma spesso non vede dove dovrebbe guardare: dentro la propria economia, dentro le proprie fragilità demografiche, dentro i propri limiti strategici. È un gigante che osserva il mondo, ma che non sempre capisce se stesso.

 

La Francia e la fine dell’Africa francofona

Il crollo dell’influenza francese nel Sahel è uno dei fallimenti più spettacolari dell’intelligence europea. Parigi, che per decenni aveva gestito le ex colonie con una miscela di diplomazia, forza, cooperazione e rapporti personali, si è ritrovata improvvisamente espulsa da un’intera regione. Mali, Guinea, Burkina Faso, Niger: un colpo dopo l’altro, senza che i servizi francesi non solo riuscissero a intervenire, ma nemmeno a prevedere ciò che stava accadendo.

La Françafrique è morta non perché Parigi abbia commesso un errore, ma perché i suoi servizi hanno continuato a leggere l’Africa come se fosse rimasta ferma agli anni Settanta. E invece la regione era diventata il campo di battaglia di attori nuovi: Russia, Turchia, Cina, gruppi jihadisti, milizie autonome, economie criminali. La Francia difendeva un territorio immaginario. E la realtà l’ha travolta.

 

Israele: l’intelligence che credeva di controllare tutto

Tra i fallimenti contemporanei, nessuno è più traumatico del 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco senza precedenti contro Israele. Lo Stato considerato un modello per il mondo, con apparati come lo Shin Bet e l’Unità 8200, ha mostrato una vulnerabilità che molti ritenevano impossibile. E il problema non era solo tecnico, ma strutturale: Israele si era convinto di poter dominare Gaza attraverso una combinazione di tecnologia, infiltrati, droni, sensori, sistemi di confine. Ma aveva smesso di capire la società che aveva di fronte. E quando la società cambia, la tecnologia diventa un guscio vuoto.

Il fallimento israeliano è speculare a quello americano: convinzione di conoscere il nemico, fiducia cieca nei propri strumenti, incapacità di leggere la realtà politica che si sviluppa sotto la superficie.

 

L’Iran e l’intelligence che si nasconde dietro l’opacità

L’apparato iraniano è tra i più temuti del Medio Oriente. Ma anche qui i fallimenti sono evidenti: l’attacco a Raisi, l’incapacità di prevenire infiltrazioni straniere, la difficoltà nel valutare la reazione israeliana alle mosse di Hamas. L’Iran ha costruito una rete di proxy regionale potente, ma questa rete è anche un problema: l’intelligence non controlla fino in fondo ciò che pretende di influenzare.

 

Conclusione: il secolo delle intelligence che non intelligono

Il quadro che emerge dal libro di Giannuli — e che questa recensione ha cercato di restituire — non è quello di un mondo governato da poteri infallibili, ma di un sistema internazionale in cui i poteri invisibili sono diventati parte del problema. L’intelligence non è più lo strumento che corregge gli errori politici: è il luogo dove gli errori politici si amplificano.

Il risultato è un mondo dove le guerre si moltiplicano, i conflitti si sovrappongono, le potenze navigano a vista e la politica internazionale sembra un puzzle montato al contrario. Non è un caso: se l’occhio che dovrebbe vedere smette di guardare, tutto il corpo procede a tentoni.

E oggi viviamo esattamente in quel momento della storia: quello in cui l’intelligence non ci salva più, non ci protegge più, non ci guida più. E non perché non abbia occhi, ma perché non ha più visione.

 

 

I servizi segreti e la guerra

Aldo Giannuli

Editore: Ponte alle Grazie

Collana: Inchieste

Pagine: 320

Prezzo: 19.00 €

ISBN: 9788868338916

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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