Bulldozer Trump e il Professor Zelensky impartiscono lezioni all’Europa

Povera Europa! Minacciata e poi canzonata da “Bulldozer Donald Trump” e infine redarguita col ditino alzato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky che, dismessi ormai definitivamente gli abiti del comico, sfoggia quelli del severo professore.
Del resto Trump e Zelensky, pur tra le tante diatribe che hanno caratterizzato il loro rapporto, sembrano convergere su un unico punto fondamentale: prendere di mira l’Europa, demolirne la residua rilevanza e comprometterne quel che resta della sua credibilità. Osservando le iniziative di Trump non vi sono dubbi circa l’intenzione di colpire gli “alleati” (per chi vuole ancora crederci) europei.
Il presidente statunitense prima scatena quasi una guerra rivendicando il diritto di occupare la Groenlandia con le buone o con le cattive. I danesi mandano sull’isola alcuni dei pochi militari di cui dispongono, gli europei per solidarietà a Copenhagen ne inviano poche decine ma i tedeschi ritirano subito i loro 15 militari, appena Trump minaccia di dazi le nazioni che inviano truppe ad addestrarsi in Groenlandia.

Ridicolizzata la Germania e l’intera Europa, Trump sembrerebbe ora accontentarsi di un accordo che ceda diritti minerari e alcune basi militari installate forse su territori a sovranità americana (come le basi britanniche a Cipro). Concessioni che avrebbe potuto ottenere senza alcuna minaccia né braccio di ferro con gli “alleati” europei. Del resto gli accordi del 1951 prevedevano già che gli Stati Uniti potessero disporre liberamente di basi militari in Groenlandia.
Risolta, per ora solo a parole la grana artica, “Bulldozer Trump“ ha atteso solo poche ore per prendere di nuovo di mira gli “alleati” europei.
Nel discorso, lungo e confuso, tenuto a Davos, Trump ha lamentato che la NATO “ha trattato ingiustamente per anni gli Stati Uniti”, che hanno pagato “praticamente il 100% della difesa” degli altri alleati e senza chiedere mai nulla in cambio, confermando ancora una volta di considerare la NATO un organismo a cui gli USA sono estranei.
Ancora poche ore e, mentre tornava da Davos a Washington, “Bulldozer Trump” rilascia un’intervista a Fox News in cui ricorda la guerra in Afghanistan affermando che gli “alleati” europei “dicono di aver inviato truppe in Afghanistan, e lo hanno fatto” ma “sono rimasti un po’ indietro, un po’ lontani dalle linee del fronte. Non ne abbiamo mai avuto bisogno. Non abbiamo mai chiesto loro nulla”.

Un insulto del tutto gratuito e un ennesimo falso storico tra i tanti espressi da Trump. E’ vero che fino al 2006 molti contingenti dei 50 Paesi che parteciparono alle operazioni in Afghanistan ebbero regole d’ingaggio molto limitate ma dal 2007 il rafforzamento delle operazioni contro i talebani vide protagonisti molti contingenti europei. Nel momento di massima espansione delle forze alleate si trovavano in Afghanistan circa 140 mila militari di cui 100 mila statunitensi e 40 mila alleati. Impegnati in una guerra scatenata dagli USA e in cui Washington, specie con Barak Obama alla Casa Bianca, premeva ogni giorno per un maggior contributo degli alleati.
Come era prevedibile le parole del presidente statunitense hanno determinato reazioni offese in Gran Bretagna che lasciò sul campo 457 uomini in 20 anni di guerra (Trump ha poi rettificato in modo un po’ patetico le sue dichiarazioni nei confronti di Londra), Italia (53 morti e oltre 700 feriti), Francia e in altre nazioni europee ma pure in Australia.
Da Londra sono giunte le reazioni più dure. Il premier britannico Kleir Starmer, rivolgendosi alla nazione in tv, ha dichiarato che “considero le dichiarazioni del presidente Trump offensive e francamente sconcertanti, e non mi sorprende che abbiano causato tanto dolore alle famiglie di chi è stato ucciso o ferito”, aggiungendo che, nei panni presidente americano, si sarebbe “di certo scusato“.
Più duro il commento affidato al viceministro della Difesa, Al Carns, che ha definito “del tutto ridicole” le affermazioni di Trump evidenziando l’orgoglio del Regno per le sue forze armate, la loro storia e “i caduti che non saranno mai dimenticati” e ricordando britannici e americani abbiano combattuto “coraggiosamente sulle pietraie afghane, fianco a fianco (nella regione di Helmand – NdR) condividendo con loro sangue, sudore e lacrime”.

E’ sufficiente verificare i dati sulle perdite delle forze alleate per constatare che su 3.609 caduti alleati tra il 2001 e il 2021 gli statunitensi sono stati 2.465 cui aggiungere1.144 alleati di cui 455 britannici e 689 di altre nazionalità tra cui spiccano 90 francesi, 62 tedeschi, 47 australiani, 44 polacchi, 43 danesi e 35 spagnoli.
Al di là de numeri però vale la pena ricordare che furono gli Stati Uniti con la prima Amministrazione Trump a stringere accordi con i Talebani a Doha, di fatto creando i presupposti per il ritorno del regime islamista a Kabul.
Trump affermò che quella non era la sua guerra e se il vergognoso ritiro da Kabul nell’agosto del 2021 venne gestito dall’Amministrazione Biden, era però stato Trump a crearne i presupposti negoziando con i Talebani per consentire il ritiro delle truppe americane senza le quali gli europei non erano in grado di mantenere forze operative in Afghanistan.
Anche alla luce di queste considerazioni, che Trump non ha certo dimenticato, non si comprende l’origine di una simile polemica su una guerra conclusa (male) con la sconfitta degli USA e della NATO, se non con la volontà di Trump di tenere ancora una volta sotto pressione e ridicolizzare gli alleati europei.
Soprattutto per dimostrare al mondo che gli europei non hanno gli attributi per contrastarlo neppure quando utilizza toni dittatoriali e offensivi nei loro confronti.
Al di là di qualche protesta per il mancato rispetto dei caduti in Afghanistan, Trump non ha subito rappresaglie che pure non sarebbe impossibile attuare per gli europei. Ad esempio sospendendo e congelando l’acquisto di armi e di energia statunitense, riaprendo i rapporti con la Russia per ottenere di nuovo gas a prezzo conveniente, minacciando Trump di chiudere le basi militari statunitensi in Europa e chiudere il mercato europeo alle società dell’hi-tech americane.
Inutile sognare, tutto questo non accadrà e non sarà certo la fallimentare Unione europea a risolvere i problemi che viviamo e di cui proprio due Commissioni von der Leyen sono le maggiori responsabili.
Se subire sgarbi e insulti da Trump appare inevitabile, quanto sta accadendo rischia di minare in modo definitivo e irreversibile le relazioni transatlantiche. Anche se pochi lo dicono apertamente, tutti hanno compreso che la NATO è morta e la Ue certo non sta meglio: organizzazioni che per Trump rappresentano solo gruppi di clienti.

Al tempo stesso per la residua minima dignità di molti governi europei, diventa ancora più umiliante vedersi bacchettati sulle dita, come monelli nella scuola di un tempo, da Volodymyr Zelensky che peraltro ha scelto la più ampia platea accessibile in questo periodo, quella di Davos, per darci lezioni di politica, strategia ed economia.
Dopo aver rimpianto che Putin non abbia fatto la fine del presidente venezuelano Nicolas Maduro, il presidente ucraino ha criticato l’Europa per non aver sequestrato i fondi russi congelati consegnandoli a Kiev.
“Maduro è sotto processo a New York, ma Putin non lo è. Siamo al quarto anno della più grande guerra in Europa dalla Seconda guerra mondiale, e l’uomo che l’ha iniziata non soltanto è libero ma combatte ancora per riavere i suoi soldi congelati in Europa. E sapete una cosa? Sta avendo anche un certo successo. E’ la verità. E’ Putin che cerca di decidere come utilizzare i beni russi congelati – non chi avrebbe il potere di punirlo per questa guerra. Fortunatamente l’Unione europea ha deciso di congelare quegli asset a tempo indeterminato – e gliene sono grato: grazie Ursula, grazie António, grazie a tutti i leader che lo hanno reso possibile. Ma quando è arrivato il momento di usare quei fondi per difendersi dall’aggressione russa, la decisione è stata bloccata. Putin è riuscito a fermare l’Europa”.
Con la faccia di bronzo che ha in più occasioni ostentato, il “grande venditore di Kiev” continua a battere cassa ma lo fa in modo sgradevole, con nazioni che hanno accolto e mantengono milioni di rifugiati ucraini e tengono in vita milioni di ucraini rimasti in patria oltre a sostenere le forze armate di Kiev in una guerra che non possono vincere.
L’Europa non poteva sequestrare i beni russi perché farlo è illegale, Mosca avrebbe fatto cause, miliardarie a banche e nazioni e nessuno avrebbe più investito in Europa.

Gli europei hanno però deciso di indebitarsi per 90 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina oltre ai 100 miliardi di dollari di armi americane che gli alleati della NATO si sono impegnati a comperare per armare gli ucraini.
Che il sostegno incondizionato a Kiev dopo 4 anni di guerra rappresenti una politica disastrosa per gli europei, che continuano a scavarsi la fossa con le loro mani, è una opinione ampiamente sostenuta da chi scrive questo articolo, ma ciò detto delle lezioni di grande finanza del professor Zelensky ne facciamo volentieri a meno. Anche alla luce delle gigantesche dimensioni della corruzione in Ucraina.
Facciamo a meno anche delle lezioni di giurisprudenza, considerato che Zelensky ha pure lamentato il mancato arresto di Putin e il suo deferimento alla Corte Penale Internazionale sostenendo che “l’Europa non è arrivata nemmeno al punto di creare una sede, un luogo dove il Tribunale possa davvero lavorare. Cosa manca – il tempo o la volontà politica?”
Perchè Zelensky non pone la domanda a Donald Trump che ha invitato e incontrato Putin in Alaska l’estate scorsa?
Pure le lezioni di strategia del professor Zelensky risultano fuori luogo: ”L’Europa ama discutere del futuro, ma evita di agire nel presente” ha detto Zelensky incensando Trump per aver imposto agli europei spese militari al 5 per cento del PIL”.

I guai dell’Ucraina giungono soprattutto dagli Stati Uniti di Trump che hanno azzerato gli aiuti militari, preteso concessioni esclusive su risorse minerarie e infrastrutture e le armi che forniscono le fanno pagare agli europei.
Fu Trump a definire Zelensky un “formidabile venditore” perché ad ogni incontro riusciva a spillare miliardi all’Occidente, ma evidentemente i due presidenti si intendono sul versante degli affari. Meglio non dimenticare che fu Zelensky a dichiarare che l’Ucraina aveva bisogno di armi “made in USA” e Trump ad affermare che le avrebbe dovute pagare la NATO, cioè europei e canadesi.
Mentre noi paghiamo, a debito, e ci impegniamo a ricostruire l’Ucraina e farla entrare nella Ue, il “Professor Zelensky” incensa Trump e impartisce severe lezioni non richieste agli europei che continuano ad armare e sostenere l’Ucraina.
Le diverse risposte dei governi europei al discorso di Zelensky non hanno nascosto amarezza e delusione per l’ingratitudine del leader ucraino, ma nessuna è arrivata a minacciare di chiudere la borsa, cessare gli invii di armi e munizioni e rimpatriare i rifugiati ucraini.

Eppure, era forse il caso di ricordare a Zelensky che il suo mandato è scaduto da 20 mesi, che non può atteggiarsi a paladino della democrazia dopo aver messo fuori legge 11 partiti di opposizione e che dovrebbe cedere quei minimi territori che i russi vogliono e ancora non controllano per chiudere al più presto una guerra che lui non può vincere e noi non possiamo più continuare a pagare.
Un concetto sintetizzato oggi dal vicepremier italiano e leader della Lega Matteo Salvini, per il quale “abbiamo sentito Zelensky che dopo tutti i soldi, gli sforzi, gli aiuti che ha avuto, ha pure il coraggio di lamentarsi. Amico mio stai perdendo la guerra, stai perdendo uomini, credibilità e dignità, firma l’accordo di pace prima possibile. Devi scegliere fra una sconfitta e una disfatta”.
Una sconfitta o una disfatta che coinvolgeranno inevitabilmente anche gli europei, prima trascinati dall’Amministrazione Biden al disastro energetico ed economico e sull’orlo della belligeranza contro la Russia, poi lasciati soli “col cerino in mano” a sostenere Kiev in una guerra che Trump ha scoperto “non essere la sua”, come quella in Afghanistan da cui si ritirò nel mandato precedente.
Come ha detto Zelensky a Davos., “l’Europa appare smarrita, intenta a cercare di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea. Ma lui non cambierà. Il presidente Trump ama sé stesso. E dice di amare l’Europa. Ma non ascolterà questa Europa”.
E almeno su questo punto è difficile dare torto al “Professor Zelensky”.
Foto: White House, WEF e X
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








