Caracas vale una guerra?

Con l’annuncio secco di – “Maduro è stato catturato” – la crisi venezuelana entra in una fase nuova. Non più pressione, sanzioni, minacce o ambiguità diplomatiche, ma decapitazione politica esplicita. Il vertice è stato rimosso, o quantomeno neutralizzato, con modalità che trasformano il Venezuela da soggetto di diritto internazionale a oggetto di un’operazione di forza. È un passaggio che chiarisce, retrospettivamente, le vere ragioni dell’accanimento statunitense: non la morale, ma le risorse.
Il Venezuela resta una superpotenza energetica incompiuta. Le sue riserve petrolifere certificate – le maggiori al mondo – non hanno mai smesso di rappresentare un problema strategico per Washington, non perché Caracas producesse troppo poco, ma perché quel poco era politicamente sottratto.

Sotto, il petrolio è stato trasformato da leva di sviluppo a strumento di resistenza geopolitica: contratti opachi, scambi petrolio-credito, triangolazioni con Cina, Russia e Iran, pagamenti fuori dal circuito finanziario occidentale.
Un sistema inefficiente, ma funzionale a un obiettivo preciso: preservare il controllo sovrano sulle risorse.
La decapitazione cambia il quadro. Non garantisce automaticamente stabilità, ma interrompe la catena decisionale che proteggeva quell’architettura.
È qui che l’operazione rivela il suo senso profondo: non punire un regime, ma riaprire il mercato. Un Venezuela con un potere centrale forte poteva trattare senza cedere.
Un Venezuela politicamente svuotato diventa invece rinegoziabile, permeabile, contendibile. Le concessioni petrolifere, le infrastrutture, le licenze di estrazione tornano ad essere terreno di confronto.
Accanto al petrolio emerge con forza il dossier delle materie prime strategiche. Il Venezuela non è oggi un protagonista del litio come Bolivia o Cile, ma possiede giacimenti significativi, potenziale estrattivo e soprattutto un territorio scarsamente regolato, dove future attività minerarie possono svilupparsi rapidamente.
In un mondo in cui la transizione energetica ridefinisce le catene del valore, il controllo di litio, coltan, oro e terre rare è diventato una questione di sicurezza nazionale. Lasciare che queste risorse finiscano stabilmente sotto influenza cinese o russa è, per Washington, inaccettabile.
Non a caso ha investito per anni in Venezuela, accettando rischi elevati: prestiti garantiti dal petrolio, infrastrutture energetiche, cooperazione tecnologica e persino spaziale. Caracas era uno dei pilastri della proiezione cinese in America Latina.
Finché il potere restava concentrato, questi accordi erano protetti. Con la caduta del vertice, tutto diventa rivedibile. Ed è proprio questo l’obiettivo implicito dell’operazione: spezzare la continuità politica che garantiva l’autonomia negoziale del Paese.

C’è poi il fattore del precedente. Un Paese che sopravvive alle sanzioni, riduce la dipendenza dal dollaro e mantiene il controllo delle proprie risorse manda un messaggio pericoloso ad altri produttori.
La decapitazione di Caracas serve anche a riaffermare una regola non scritta dell’ordine internazionale: le risorse strategiche devono restare dentro un sistema regolato e controllabile. Chi prova a uscirne, viene ricondotto dentro. Con la diplomazia, se possibile. Con la forza, se necessario.
Resta l’incognita del “dopo”. La storia insegna che rimuovere un vertice non equivale a costruire un ordine. Anzi, spesso apre fasi di instabilità, lotte interne, frammentazione del potere.
Ma dal punto di vista americano, il calcolo sembra chiaro: meglio un Venezuela instabile ma penetrabile, che uno debole ma indipendente. In un mondo di competizione sistemica, dove petrolio e litio contano quanto basi militari e rotte commerciali, la decapitazione non è un incidente. È una scelta strategica.
Foto: Presidenza Venezuelana e Casa Bianca
Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli
Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.








