Il rebus del petrolio venezuelano

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato ieri che “gestire” il Venezuela per anni “non ci costerebbe nulla: ci sono i proventi del petrolio“. Lo ha detto durante una conferenza stampa. “Non vogliamo che il Paese dia rifugio ai nostri nemici. Ci riprenderemo il petrolio, come avremmo dovuto fare tempo fa“, ha affermato, aggiungendo che l’operazione è stata “estremamente” importante. “Dobbiamo essere circondati da Paesi sicuri, abbiamo davvero bisogno di energia”, ha concluso
Trump quindi conferma di considerare il Venezuela una dipendenza degli Stati Uniti al punto da ritenere il petrolio dello stato sudamericano una proprietà statunitense da “riprendere”.

L’Amministrazione Trump ha però in parte smentito le affermazioni del presidente avvertendo ieri le compagnie petrolifere statunitensi che eventuali risarcimenti per i beni sequestrati in passato dal regime venezuelano in occasione della nazionalizzazione varata dal presidente Hugo Chavez saranno subordinati a nuovi investimenti per ricostruire le infrastrutture di estrazione del greggio nel Paese sudamericano.
Lo riferisce Politico, citando fonti informate sui colloqui avvenuti nelle ultime settimane tra rappresentanti della Casa Bianca e dirigenti del settore energetico. Durante la conferenza stampa, lo stesso Trump ha annunciato che le grandi compagnie petrolifere statunitensi “spenderanno miliardi di dollari” per riparare le infrastrutture danneggiate e rilanciare la produzione. Molti analisti avvertono che riportare la produzione petrolifera venezuelana ai giorni di gloria della metà degli anni ’70 richiederebbe circa un decennio e 100 miliardi di dollari di investimenti.
Tuttavia, secondo fonti di settore, le condizioni poste dall’amministrazione sono state accolte con cautela, anche in assenza di un piano definito per la transizione post cattura di Nicolas Maduro e per la sicurezza degli investimenti. Fonti interne all’industria citate da Politico hanno riferito che il governo statunitense non intende smantellare o privatizzare la compagnia petrolifera statale PDVSA, ma è prevista una ristrutturazione della dirigenza.
Chevron, unica grande compagnia statunitense ancora operativa in Venezuela grazie a una deroga alle sanzioni, ha confermato che continuerà a rispettare tutte le normative e di mantenere le attività in sicurezza. Ieri le azioni di Chevron a Londra sono cresciute del 9,5% a 144 euro.

Ali Moshiri, ex responsabile delle operazioni sudamericane di Chevron è in trattative con gli investitori per raccogliere 2 miliardi di dollari da investire in opportunità in Venezuela. Lo ha dichiarato lo stesso Moshiri al Financial Times in un’intervista pubblicata ieri. Moshiri è un ex responsabile delle operazioni latinoamericane di Chevron e la sua azienda, Amos Global Energy Management, è in trattative con investitori istituzionali per raccogliere fondi per diverse opportunità di investimento che l’azienda ha individuato in Venezuela.
“Aspettavamo questa svolta da tempo – ha spiegato Moshiri – e il nostro memorandum di collocamento privato da 2 miliardi di dollari è pronto per essere lanciato, con diversi obiettivi di investimento identificati. L’interesse per il Venezuela è passato da 0 al 99%. Nelle ultime 24 ore ho ricevuto una dozzina di chiamate da potenziali investitori” ha spiegato Moshiri.
La produzione di petrolio del Venezuela è compresa oggi tra 900mila e un milione di barili al giorno, contro oltre tre milioni di metà anni 2000. Lo affermano stime dell’Investment team di Gamma capital markets, secondo cui “le esportazioni sono già sotto pressione: stoccaggi pieni, flussi bloccati e sanzioni ancora formalmente in vigore. Nel breve il petrolio venezuelano non rientrerà rapidamente sul mercato globale, soprattutto verso la Cina” (che compra in Venezuela solo il 4 per cento delle sue importazioni di greggio). La stima di Goldman Sachs è di una produzione stabile a 900mila barili nel 2026.
Nel lungo periodo lo scenario più rilevante è il 2030: il Venezuela potrebbe essere a due milioni al giorno, che implicherebbe un calo di 4 dollari per barile sul Brent rispetto allo scenario base. Quindi l’intervento Usa e la possibile ripresa di produzione è “un evento strutturalmente ribassista per il petrolio”, aggiunge Gamma capital markets.
Se invece vi fosse una “qualsiasi interruzione a breve termine della produzione venezuelana, questa può essere facilmente compensata da un aumento della produzione altrove”, afferma Neil Shearing, capo economista del gruppo Capital Economics, ripreso da Bloomberg. “Prevediamo comunque che la crescita dell’offerta globale nel prossimo anno circa spingerà i prezzi del petrolio verso i 50 dollari”, aggiunge Shearing.
Il Venezuela detiene circa il 17% delle riserve petrolifere accertate mondiali, le più elevate quindi, stimate in oltre 300 miliardi di barili ma, mentre negli Stati Uniti si parla del Venezuela come di un possedimento statunitense, a Caracas continuano a governare gli uomini di Nicolas Maduro e al momento non vi sono dettagli circa un ipotetico accordo che ceda il petrolio alle società petrolifere americane e il potere, con la sovranità venezuelana, a Donald Trump e agli USA.
Ieri a Caracas si sono tenute manifestazioni di sostegno al governo e a Maduro e le autorità hanno approvato un decreto che conferisce ampi poteri alla presidenza e ordina alle forze di sicurezza di catturare “qualsiasi persona coinvolta nella promozione o nel sostegno” dell’attacco degli Stati Uniti,
“Le agenzie di polizia nazionali, statali e municipali devono immediatamente intraprendere la ricerca e la cattura su tutto il territorio nazionale di qualsiasi persona coinvolta nella promozione o nel sostegno dell’attacco armato degli Stati Uniti contro il territorio della Repubblica ai fini del loro perseguimento penale”, recita il testo, approvato dall’attuale presidente ad interim, Delcy Rodríguez.
Il decreto era stato preparato e annunciato alla fine di settembre, settimane dopo l’inizio del dispiegamento navale statunitense nei Caraibi, ma il suo contenuto era sconosciuto, essendo stato aggiornato in base agli eventi del fine settimana. La misura ha forza di legge e rimarrà in vigore per 90 giorni, con possibile proroga di altri 90 giorni. La Costituzione del Venezuela stabilisce che, in stati di emergenza, un decreto garantisce al presidente quasi totale potere politico, economico e sociale sul Paese,
(con fonti ANSA, AFP, GEA, Energia Oltre e Nova)
Foto Casa Bianca e PDVSA
Leggi anche:
Le prospettive del controllo di Trump sul greggio venezuelano
RedazioneVedi tutti gli articoli
La redazione di Analisi Difesa cura la selezione di notizie provenienti da agenzie, media e uffici stampa.







