La scommessa di Caracas rischia di destabilizzare il cortile di casa di Trump

 

(Aggiornato alle ore 16,30)

Il blitz della Delta Force a Caracas che ha portato al sequestro del presidente Nicolas Maduro con la moglie e gli attacchi militari statunitensi al Venezuela si prestano a diverse valutazioni.

Sul piano politico-strategico si conferma “l’eccezione” statunitense, cioè la piena determinazione degli USA, indipendentemente da chi li governa, di poter fare con le armi ciò che vogliono; bombardare ovunque, effettuare “regime changes”, stabilire chi siano o meno dittatori, sequestrare e processare fuori da ogni legittimazione chiunque ritengano un avversario o un ostacolo ai loro interessi etichettandolo sempre come “terrorista”.

Non è una novità, Trump applica questo principio come hanno fatto altri presidenti prima di lui (indicativo che i suoi modelli siano Ronald Reagan e Theodore Roosevelt), forse mettendoci una più spinta e compiaciuta arroganza. Del resto Stati Uniti e Israele da decenni uccidono e attaccano nel mondo chiunque li ostacoli, con una spregiudicatezza resa possibile solo dalla sudditanza con cui il resto del mondo lo accetta, anche se sempre più a fatica.

L’imbarazzo degli “alleati” europei è palpabile e manda in soffitta l’insulsa contrapposizione “aggressore-aggredito” su cui giustificano da quattro anni l’ostracismo verso la Russia e il sostegno all’Ucraina.

Nonostante Biden li abbia portati sull’orlo della guerra con la Russia e Trump li abbia umiliati e bastonati per lasciarli poi soli di fronte a Mosca, gli europei continuano in parte ad approvarne contro voglia l’operato degli USA (perché Maduro era un “dittatore”, termine ormai applicato a chiunque non piaccia al cosiddetto Occidente) e in parte a criticarlo ma con moderazione.

E questo nonostante Donald Trump abbia affermato chiaramente che saranno gli USA a determinare il prossimo governo del Venezuela, alla faccia della democrazia, tagliando però fuori il Premio Nobel Maria Machado, oppositrice di Maduro ma considerata alla Casa Bianca non all’altezza del compito e con scarso seguito in Venezuela.

Non pago, Trump ha di fatto ammonito la vicepresidente che ha preso ad interim la guida del Venezuela. “Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro” ha detto Donald Trump in un’intervista a The Atlantic.

“Quello che è giusto” è ovviamente concedere alle compagnie petrolifere statunitensi il controllo dello sfruttamento del greggio venezuelano a ulteriore conferma che materie prime e affari rappresentano le priorità dell’Amministrazione Trump.

Sequestro, intimidazioni e minacce (che definiremmo di tipo mafioso se espresse da chiunque altro non abitasse alla Casa Bianca) a un capo di stato e al suo successore, di cui il segretario di Stato Marco Rubio non riconosce però la legittimità, perché comunque parte di un regime che non piace agli Stati Uniti e perché amico di Cina e Russia.

Ostentando ulteriormente il disprezzo nei confronti dell’Europa,  Trump poche ore dopo aver compiuto un’azione che avremmo definito terroristica, criminale e illegale se l’avesse compiuta una qualsiasi altra nazione, ha ribadito che la prossima “preda” sarà la Groenlandia, dipendenza  della Danimarca ma esterna all’Unione Europea.

“Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia per la difesa” ha detto Trump in una intervista alla rivista The Atlantic in cui ha descritto l’isola come “circondata da navi russe e cinesi”.

Cosa non vera, così come non è vero che il Venezuela è uno stato coinvolto nel narcotraffico come hanno stabilito diversi rapporti delle Nazioni Unite che Analisi Difesa ha ricordato in più occasioni nelle ultime settimane.

Trump rapisce, minaccia, mente spudoratamente, scatena guerre lampo, uccide almeno 80 persone a Caracas tra forze di sicurezza e civili venezuelani (con 32 guardie del corpo cubane che proteggevano Maduro), viola confini, sovranità e diritto ma il mondo resta, per ora, a guardare.

 

Domande e paradossi

Con non poca preveggenza il senatore leghista Claudio Borghi scrisse il 6 novembre scorso sui social media: “Ma se per caso gli USA attaccassero il Venezuela che facciamo? Mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?”

Con ironia, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev ha auspicato ieri che “Washington possa ripetere contro Kiev l’operazione effettuata a Caracas, e nel caso dell’Ucraina le ragioni per farlo sarebbero ben più forti”.

Restando al gioco delle domande provocatorie e paradossali ne poniamo alcune anche noi.

Se questa notte un blitz degli spetsnaz russi rapisse a Kiev dalla loro camera da letto Volodymyr e Olena Zelensky per processarli a Mosca, lo troveremmo giustificabile considerato che il mandato del presidente ucraino è scaduto da oltre un anno e mezzo?

Se Trump conquistasse la Groenlandia gli europei si schiererebbero con lui pur in assenza di dittatori o con la Danimarca partner UE? E che fine farebbe la NATO, già in agonia?

Se dopodomani i cinesi conquistassero Taiwan definendolo uno stato illegittimo, di fatto nessuno lo riconosce, lo troveremmo giustificabile?

Al di là dei paradossi, aveva detto bene mesi or sono Marco Travaglio, sostenendo a La7 che l’eventuale attacco americano a Caracas non avrebbe demolito il diritto internazionale, perché era già stato più volte calpestato anche dagli Stati Uniti e dai loro alleati bombardando la Serbia, riconoscendo l’indipendenza del Kosovo, invadendo Afghanistan e Iraq o bombardando la Libia di Gheddafi,

L’attacco statunitense a Caracas non ha ucciso il diritto internazionale, che era già da tempo cadavere, ma ha tolto a chiunque l’alibi di utilizzarlo per sostenere guerre o dividere i “buoni” dai “cattivi”. Il rapimento di Maduro e consorte ribadisce che la differenza tra atto criminale/ terroristico e azione legittima dipende solo da chi la compie.

Trump, novello emulo del Marchese del Grillo, dice al mondo che “io sono io e voi non siete un ca…”.

 

Incertezze

Nonostante le spacconate e l’ostentazione della più assoluta sicurezza circa gli obiettivi che intende raggiungere, l’iniziativa di Trump a Caracas rischia di avere conseguenze forse più ampie di quelle previste dalla sua Amministrazione.

In Europa, quanto accaduto sta aumentando la diffidenza nei confronti di Trump e degli Stati Uniti, già piuttosto elevata, ma è soprattutto in America Latina che gli USA rischiano di trovarsi isolati dalla gran parte delle nazioni e delle opinioni pubbliche. Una prospettiva da valutare con la massima attenzione considerato che l’odio per i “gringos” cresce ovunque e che gli USA sono pieni di cittadini e immigrati latinos, che costituiscono anche una fetta importante delle forze armate.

La rinnovata Dottrina Monroe, ribadita in dicembre nel documento di Strategia di Sicurezza Nazionale (di cui Analisi Difesa si è occupata recentemente) risente di un dettaglio culturale forse non tenuto nella necessaria considerazione a Washington.

Il Presidente Monroe nel 1823 si rivolgeva a nazioni americane all’epoca ancora sotto il giogo coloniale europeo e lo faceva da unica nazione che da 50 anni si era resa indipendente da tale dominio.

Oggi la pretesa egemonica statunitense sull’Emisfero Occidentale puzza di imperialismo yankee. Basta leggere alcuni passaggi della National Security Strategy per coglierne l’approccio.

“Vogliamo che le altre nazioni ci considerino il loro partner di prima scelta e (attraverso vari mezzi) scoraggeremo la loro collaborazione con altri. L’emisfero occidentale ospita molte risorse strategiche che gli Stati Uniti dovrebbero sviluppare in collaborazione con gli alleati regionali, per rendere i Paesi vicini, così come il nostro, più prosperi.

Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale avvierà immediatamente un robusto processo inter-agenzia per incaricare le agenzie, supportate dal braccio analitico della nostra Intelligence Community, di identificare punti e risorse strategiche nell’emisfero occidentale al fine di proteggerli e svilupparli congiuntamente con i partner regionali”.

Per chiarire meglio il concetto il documento parla anche de concorrenti non emisferici, come la Cina, che pochi giorni prima dell’attacco aveva inviato a Caracas una delegazione per discutere maggiori acquisti petroliferi.

Concorrenti come Cina e Russia che «hanno compiuto importanti incursioni nel nostro emisfero, sia per svantaggiarci economicamente nel presente, sia in modi che potrebbero danneggiarci strategicamente in futuro. Permettere queste incursioni senza una seria reazione è un altro grave errore strategico americano degli ultimi decenni.

Gli Stati Uniti devono avere un ruolo preminente nell’emisfero occidentale come condizione per la nostra sicurezza e prosperità. Una condizione che ci consenta di affermarci con sicurezza dove e quando necessario nella regione. I termini delle nostre alleanze e le condizioni in base alle quali forniamo qualsiasi tipo di supporto devono essere subordinati alla riduzione dell’influenza degli avversari non emisferici, dal controllo di installazioni militari, porti e infrastrutture chiave all’acquisizione di asset strategici in senso lato».

Considerato il linguaggio esplicito è difficile credere che in America Latina questo documento sia stato interpretato come qualcosa di diverso da un proclama egemonico irrispettoso della sovranità delle nazioni americane.

Del resto numerosi precedenti storici spiegano la diffidenza dei latinos nei confronti dei gringos.

Infine, occorre evidenziare un ultimo “dettaglio” non proprio marginale. La cattura e il processo di Maduro (entrambi illegittimi e percepiti come tali in quasi tutto il mondo) non hanno determinato per ora un cambio di regime a Caracas, né le minacce di Trump a Delcy Rodriguez sembrano indicare che Washington abbia certezze in tal senso.

Anche la minaccia di Trump di un più ampio intervento militare (e qualcuno già prevede “un nuovo Vietnam” per gli USA) non depone a favore di una rapida e indolore soluzione della crisi venezuelana aperta dal blitz americano.

Una prolungata serie di azioni militari nell’area caraibica rischierebbe di destabilizzare l’intera regione compromettendo i piani statunitensi basati sulla rinnovata Dottrina Monroe e portando il clima di guerra già così diffuso nel mondo alle porte degli Stati Uniti.

Uno scenario che indebolirebbe ulteriormente il sostegno a Trump da parte del movimento Make America Great Again (MAGA) e comprometterebbe l’immagine di un presidente che aveva detto di voler passare alla Storia come “il pacificatore”, per indurlo ad appoggiarsi sui neocon interventisti che abbondano anche tra i Repubblicani.

In queste ore diversi analisti valutano che USA, Russia e Cina abbiano forse raggiunto un’intesa per consolidare le proprie aree di influenza e avere carta bianca rispettivamente in Venezuela, in Ucraina e a Taiwan.

Solo il tempo potrà dirci se si tratta di un’ipotesi fondata ma resta il dubbio che un simile accordo avrebbe portato più facilmente Maduro ad accettare l’esilio a Mosca o a Pechino, scongiurando il grottesco show mediatico della sua cattura e della detenzione e processo a New York.

Foto: Casa Bianca, BBC e Presidenza del Venezuela

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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