Operazione Absolute Resolve: il “Big Stick” di Trump sul Venezuela

Dopo mesi di tensione fra Washington e Caracas, con un ammassamento di forze aeronavali americane contornate da operazioni militari nei Caraibi contro imbarcazioni considerate vettori dei narcotrafficanti, il presidente USA Donald Trump ha infine deciso, il 3 gennaio 2026, di ordinare attacchi aerei e incursioni di commandos nel territorio del Venezuela, fin nel cuore della capitale.
Tanto da catturare il presidente del paese sudamericano, Nicolas Maduro, e sua moglie Cilia Flores, grazie a un nucleo della Delta Force, e da trasportarlo negli Stati Uniti, dove, a New York, dovrebbero essere posti sotto processo per presunto coinvolgimento nel traffico di droga verso l’America.
L’intervento, senza alcuna base legale, né prove sicure del coinvolgimento del governo venezuelano nel traffico di droga, sembra più un’azione muscolare degli Stati Uniti, da un lato per riaffermare l’egemonia statunitense nell’emisfero del Nuovo Mondo, in omaggio alla ormai bisecolare Dottrina Monroe, dall’altro lato un segnale lanciato da Washington a Mosca, Pechino e Teheran, paesi alleati del governo di Maduro, per riaffermare che l’America è disposta a tutto pur di evitare una sua possibile eclisse dallo status di superpotenza globale.
Notte caraibica
Erano circa le ore 1.50 antelucane, ora locale, le 6.50 del mattino in Italia, del 3 gennaio 2026 quando, improvvisa ma preparata da tempo, è scattata una complessa operazione interforze degli Stati Uniti d’America contro il Venezuela, che ha contemplato attacchi aerei e incursioni di commandos in varie basi militari del paese sudamericano e nella stessa capitale Caracas, che hanno portato in sostanza a una parziale decapitazione del regime “bolivariano” da decenni spina nel fianco della pretesa egemonica statunitense sull’emisfero delle due Americhe.

Il rapimento del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores da parte, come è apparso fin dalle prime ore, di elementi della Delta Force, la nota truppa di élite dell’US Army, appare certo una pesante ipoteca sulla tenute di un governo spesso scosso dalle proteste di piazza a seguito di difficili condizioni economiche.
Al momento, tuttavia, l’apparato statale di Maduro sembrerebbe aver retto il colpo, col trasferimento dei poteri, come previsto dalla Costituzione, alla vicepresidente Delcy Rodriguez, che secondo fonti confermate dal Wall Street Journal, nel pomeriggio veniva data per essere “al sicuro dopo l’attacco americano”.
La Rodriguez è vicepresidente dal 2018 ed è una fedelissima del regime di Maduro anche se in conferenza stampa tenuta ieri Donald Trump ha evidenziato i suoi contrasti con il presidente venezuelano.
La nota di Caracas che dovrebbe rassicurare sulla momentanea continuità del governo recitava: “Se l’assenza del Presidente della Repubblica si verifica durante i primi quattro anni della legislatura costituzionale, nuove elezioni generali dovranno essere indette entro i trenta giorni successivi. Fino all’elezione e all’insediamento di un nuovo presidente, il vicepresidente esecutivo assumerà la sua carica”.
Maduro, prima di essere catturato dai militari della Delta Force, aveva fatto in tempo a firmare lo stato d’emergenza e la sospensione delle garanzie costituzionali, nonché a richiamare tutti i fedelissimi del governo alla mobilitazione generale, non appena gli era giunta notizia delle prime esplosioni udite su Caracas e altre località.

Nel cuore della notte i primi rapporti parlavano di almeno “sette esplosioni e aerei a bassa quota su Caracas”.
Notizie che fra i primi a confermare, oltre ai media locali e alle reti americane CNN e CBS, è stato il presidente della vicina Colombia, Gustavo Petro, che criticando da subito l’attacco americano, visto come l’ennesimo esempio di neocolonialismo, ha chiesto la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, di cui la Colombia è membro, e anche dell’Organizzazione Stati Americani.
Il leader di Bogotà ha anche annunciato il dispiegamento dell’esercito colombiano alla frontiera con il Venezuela, spiegando: “Se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale di cui disponiamo nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati. L’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani in Venezuela”.
Sempre Petro è stato fra i primi a pubblicare una lista degli obbiettivi colpiti dalle forze americane in territorio venezuelano.
Anzitutto il quartiere 23 de Enero, nella zona ovest di Caracas, dove si concentrano gruppi chavisti, a sostegno del regime fondato dal predecessore di Maduro, il defunto Hugo Chavez. Anche il Parlamento della capitale sarebbe stato colpito, come anche la residenza del ministro della Difesa, Vladimir Padrino Lopez, che inizialmente, essendo non rintracciabile nella notte era stato considerato ferito o ucciso.
Nelle ore seguenti, invece, il ministro Padrino Lopez s’è mostrato in video per spronare il paese alla resistenza: “Questa invasione rappresenta il più grande insulto che il Paese abbia mai subito. Lungi dall’essere una presunta lotta al narcoterrorismo, questa azione deplorevole mira a imporre un cambio di regime. Non negozieremo, non ci arrenderemo e alla fine trionferemo”.
Colpite anche l’Accademia Militare di Mamo, a La Guaira, a 40 chilometri dalla capitale. Altri bersagli includono la base aerea La Carlota, considerata la maggior base aerea militare del Venezuela, che sarebbe stata neutralizzata, e l’aeroporto di Higuerote, base di elicotteri.
Bombardata anche la base di Cuartel de la Montana a Caracas, uno dei luoghi simboli del regime in quanto ospita il mausoleo di Hugo Chavez, Danneggiato anche l’aeroporto privato di Charallave, utilizzabile dai vertici del governo per lasciare il Paese. I quartieri meridionali di Caracas hanno subito inoltre l’interruzione dell’energia elettrica.
Non è ancora chiara la totalità della panoplia effettivamente utilizzata dagli americani nell’attacco al Venezuela.
Si sa che nelle ultime settimane l’apparato bellico USA radunato nei Caraibi, al montare della crisi col Venezuela, era arrivato ad assommare decine di navi e aerei da combattimento.
In particolare, spicca la squadra navale (“Strike Group”) guidato dalla portaerei Gerald R. Ford, che oltre alla Ford, la più grande e moderna portaerei attualmente esistente al mondo, con oltre 75 fra aeroplani ed elicotteri imbarcati, comprende alcuni cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke, il Mahan, il Bainbridge e il Winston S. Churchill.
C’è poi il gruppo da sbarco Iwo Jima Amphibious Ready Group (ARG), con la 22° Marine Expeditionary Unit, per un totale di oltre 4500 Marines e marinai, con le navi Fort Lauderdale e San Antonio. Fra altre navi della Marina, la Gettysburg, la Thomas Hudner, la Stockdale e la Lake Eerie.
Notevoli forze sono concentrate anche a Porto Rico, alla base navale di Roosevelt Roads, con la presenza nell’isola anche di 10 caccia Lockheed Martin F-35 e tre droni da ricognizione e attacco MQ-9 Reaper.
I rapporti ancora imprecisi sui dettagli dei raid aerei impediscono di affermare con certezza in che misura caccia imbarcati su portaerei ed eventualmente i missili sparati dalle navi di superficie abbiano contribuito a demolire le difese aeree e i radar venezuelani, facendo da apripista agli incursori con elicotteri. Nel tardo pomeriggio, tuttavia, il capo di Stato Maggiore Congiunto delle forze armate USA, il generale John Daniel “Dan” Caine, ha parlato del coinvolgimento complessivo di 150 fra aerei, elicotteri e droni impegnati nell’azione, che è stata battezzata ufficialmente “Absolute Resolve”.
Ha spiegato Caine: “Questa operazione ha coinvolto 150 aeromobili che hanno operato in tutto l’emisfero. È una delle descrizioni più dettagliate che possiamo fornire di una missione di questa portata. La missione in Venezuela è stata lanciata nell’ambito di una richiesta del Dipartimento di giustizia”.

Nello stesso momento, il presidente Donald Trump ha dichiarato che l’intenzione è quella di un cambio di regime nel paese, accompagnato da una sorta di provvisoria “gestione” da parte degli Stati Uniti della transizione, affidandosi agli esponenti dell’opposizione più vicini a Washington.
Trump ha anche affermato: “Stiamo designando un gruppo di persone per guidare il paese. Non temiamo l’invio di truppe sul terreno”.
Il che, però, data la vastità del Venezuela e il fatto che si tratta, di fatto, di un paese spaccato, apre a scenari inquietanti, visti precedenti come quelli dell’Afghanistan e dell’Iraq.
Trump ha anche sostenuto: “Stamattina presto sotto la mia direzione le forze armate degli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare straordinaria nella capitale del Venezuela. Un potere sovrastante sia via nave che via aerea ha attaccato con una forza che non era mai stata vista dalla seconda guerra mondiale, una forza contro una fortezza militare nel cuore di Caracas, per portare davanti alla giustizia il dittatore Nicolas Maduro. Si è trattato di uno degli schieramenti più potenti dell’esercito americano che hanno dimostrato la competenza dell’esercito americano, il più grande della storia americana. Possiamo soltanto comparare l’attacco contro al Baghdadi e la cancellazione dei siti nucleari in Iran fatta recentemente con l’operazione Midnight Hammer. Tutte operazioni eseguite in maniera perfetta”.
Secondo il generale Caine, l’operazione ha richiesto “mesi di pianificazione e addestramento”.

Rimarcando l’importanza del coordinamento interforze, fra i segreti delle operazioni complesse degli Stati Uniti, il capo di Stato Maggiore congiunto ha aggiunto: “La parola integrazione non spiega l’assoluta complessità di una simile missione”.
Sembra confermato, anche da varie immagini filmate in notturna, che, dopo gli attacchi aeronavali di preparazione e ammorbidimento, diversi attacchi siano stati effettuati dal nucleo speciale di aviazione dell’US Army deputato all’infiltrazione e all’appoggio di fuoco per i commandos da sbarcare in territorio ostile, ovvero il 160° Special Operations Aviation Regiment (Airborne), abbreviato in 160° SOAR(A), i cui componenti sventolano il soprannome di “Night Stalkers”. Il 160° SOAR(A) dispone, oltre a grossi elicotteri MH-47 Chinook, di una speciale versione “cannoniera” dell’elicottero Sikorsky UH-60 Black Hawk.
Si tratta del tipo MH-60L DAP, da Direct Action Penetrator, elicottero che oltre agli accorgimenti di bassa visibilità notturna e radar e ai sistemi di volo notturno come radar a scansione del terreno e telecamere FLIR a infrarossi, possono portare un nutrito arsenale per la soppressione delle difese nemiche, fra cui, cannoni “Chain Gun” a canna singola M230 da 30 mm, mitragliere pesanti a tre canne rotanti GAU-19 da 12,7 mm, mitragliere “Minigun” M134 a sei canne rotanti da 7,62 mm, lanciarazzi Hydra-70 a 19 colpi, missili aria-terra AGM-114 Hellfire e aria-aria AIM-92 Stinger.
Così i Black Hawk hanno vomitato un diluvio di fuoco prima di far atterrare nell’oscurità le forze speciali americane. Sembra che l’azione, ad alto grado di efficienza, si sia conclusa senza alcuna perdita americana, solo con danni limitati a un solo elicottero, colpito in modo non grave, su cui due militari sono rimasti feriti, ma sono rientrati alla base insieme a tutti i loro commilitoni.
I rapitori della Delta Force
I reparti speciali dei “Night Stalkers” hanno costituito l’ariete per far sbarcare infine gli incursori della Delta Force che hanno catturato ed esfiltrato Maduro e la moglie da Caracas.
Grazie anche a una pianificazione che, stando al New York Times, ha beneficiato anche della presenza sul terreno, almeno dallo scorso agosto, di spie della CIA vicine ai vertici venezuelani, i commandos della Delta Force hanno potuto acciuffare la coppia presidenziale, che secondo il presidente USA sarebbe stata sorpresa “nella propria camera da letto”.
Trump ha anche riferito che “le nostre truppe avrebbero anche potuto uccidere Maduro se necessario”.
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Dopo la cattura, Maduro e signora sono stati portati in elicottero a bordo della nave da sbarco USS Iwo Jima, nel Mar dei Caraibi, che veniva data in serata in rotta per Guantanamo per una breve sosta in vista del trasferimento poi per via aerea dei coniugi Maduro a New York, dove dal 5 gennaio dovrebbe aprirsi, secondo la segretaria alla Giustizia USA Pam Bondi, il processo a loro carico, alla corte del Southern District di Manhattan, nel cuore stesso di New York, mentre la detenzione fra un’udienza e l’altra dovrebbe aver sede al Metropolitan Detention Center di Brooklyn.
L’accusa è di presunta “cospirazione per narcotraffico e terrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina, traffico di mitragliatrici e ordigni esplosivi contro gli Stati Uniti”.
E’ l’accusa di complicità del governo di Caracas col narcotraffico che ha costituito il pretesto per mesi di attacchi USA a natanti attribuiti ai narcos nei Caraibi, ma sui cui legami col governo di Maduro finora non è emersa prova alcuna. Fonti della CNN hanno rivelato che alla cattura di Maduro ha collaborato “una unità d’elite dell’FBI”, ovvero il cosiddetto Hostage Rescue Team specializzato in “arresti ad alto rischio, operazioni sotto copertura e operazioni di sorveglianza”.
Ma gli agenti dell’FBI facevano parte di una più vasta squadra d’azione incentrata soprattutto sulla celebre Delta Force, la truppa d’élite per eccellenza dell’US Army.
Talmente famosa da essere nota col soprannome di “The Unit”, come a dire “L’Unità” per eccellenza, la Delta Force, alias 1st Special Forces Operational Detachment – Delta, è operativa fin dal 1977, quando venne fondata dal colonnello Charles Beckwith traendo ispirazione dalle forze speciali britanniche SAS inglesi.
Già nel 1980 fu inviata in Iran dal presidente Jimmy Carter per liberare gli ostaggi all’ambasciata americana a Teheran, ma l’azione fallì. Nel 1985 Ronald Reagan mandò la Delta Force all’aeroporto siciliano di Sigonella per obbligare l’Italia a consegnare i terroristi che avevano sequestrato la nave da crociera Achille Lauro, ma il governo di Bettino Craxi, che garantiva il compromesso in base al quale la nave era stata liberata, li costrinse a ritirarsi.
La Delta Force, insieme ai Navy SEAL della Marina USA, compì nel 1989 una missione che già anticipava la cattura di Maduro, l’arresto del dittatore di Panama, Manuel Noriega, detto “faccia d’ananas”, ordinato dall’allora presidente George Bush Senior.
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Dalla Somalia nel 1993 all’Afghanistan nel 2001 per proseguire con molte azioni antiterrorismo, la Delta si distinse per fulmineità d’azione.
E negli ultimi anni, fu sempre la Delta a decapitare, per ben due volte, l’ISIS, uccidendo nel 2019 il “califfo” Abu Bakr Al Baghdadi e nel 2022 il suo successore Abu Al Qurayshi. Così, questa punta di lancia dell’apparato militare USA cerca di onorare il motto ufficiale dell’unità, in latino “Sine Pari”, cioè “Senza Eguali”.
I suoi membri sono selezionati fra i reparti dell’US Army già reputati d’élite, come i Rangers e i Berretti Verdi, per poi entrare, sotto identità segreta, in questa unità ancor più prestigiosa.
La Delta Force si può quindi considerare composta dal meglio del meglio, scremata dagli elementi più addestrati, spendibili per le operazioni più rischiose e segrete. Il suo quartier generale è la base di Fort Bragg, in Carolina del Nord. Il suo attuale comandante e il numero degli uomini sono segreti, ma si stima che l’unità conti fra 800 e 1.000 militari.
Il famoso precedente della cattura di Noriega a Panama, nell’ambito dell’operazione Just Cause del dicembre 1989 lanciata da George H. Bush, è molto interessante come ricorso storico poiché è su una simile falsariga che può essere letto, ma solo in parte, l’evento venezuelano, dato che a differenza di Maduro, Noriega era stato negli anni precedenti sostenuto dagli Stati Uniti, fino ad essere considerato troppo scomodo e quindi sacrificabile.
Certo è che la Delta Force, a detta di Trump stesso, si è addestrata a lungo per poter arrivare a Maduro. Stando a quanto il presidente USA ha raccontato a Fox News nelle prime ore dopo il raid: “Le forze speciali statunitensi hanno costruito una copia dell’abitazione in cui si trovava il presidente Nicolas Maduro per prepararsi. L’operazione è stata preceduta da un addestramento dettagliato. Avevano tutto, si sono esercitati. Hanno davvero costruito una casa identica a quella in cui sono entrati, con tutte le casseforti e tutto l’acciaio presente all’interno. La simulazione ha consentito alle forze coinvolte di prepararsi in modo accurato al blitz, riducendo i rischi operativi durante l’intervento sul terreno”.
Stando a quanto hanno detto funzionari governativi USA sotto anonimato alla CNN e a CBS News, “la posizione di Maduro è stata tracciata dalla CIA”, evidentemente con l’ausilio delle spie sul terreno e anche con supporti elettronici e satellitari.
Così “i preparativi per l’operazione in Venezuela e la cattura di Nicolas Maduro sono iniziati alla metà di dicembre 2025”, comprendendo l’ipotesi “di un governo di transizione composto da un gruppo di venezuelani”.
Gli attacchi sono stati approvati da Trump già nelle scorse settimane, ma sono stati poi rimandati per vari motivi, da un lato per la mancanza di un’adeguata finestra di opportunità legata alle condizioni meteorologiche, dall’altro dalla precedenza assegnata in dicembre ai raid americani contro i terroristi islamici in Siria e Nigeria.
Lo staff della Casa Bianca avev a discusso se effettuare gli attacchi “nei giorni attorno a Natale”, per poi rimandare ulteriormente la decisione.

Dopo Natale si sarebbero aperte ulteriori finestre di attacco per i funzionari militari statunitensi, ma l’operazione è stata ancora sospesa a causa delle condizioni meteorologiche, che il Pentagono pretendeva perfette per assicurare il pieno successo della campagna. Infine, il 3 gennaio stesso, poche ore dopo l’azione, Trump stesso ha detto che si era pronti ad agire fra 30 e 31 dicembre.
Ha detto il presidente a Fox News: “L’operazione militare in Venezuela e l’arresto di Maduro erano previsti per quattro giorni fa, ma il tempo non era perfetto e il meteo doveva esserlo. Abbiamo avuto, sapete, condizioni molto buone, forse un po’ più nuvoloso di quanto pensassimo, ma è andata bene. Abbiamo aspettato quattro giorni. Avremmo dovuto farlo quattro giorni fa, tre giorni fa, due giorni fa, e poi all’improvviso il cielo si è aperto e abbiamo detto: ‘Andiamo’!”
La decisione finale è arrivata nonostante Maduro appena il 2 gennaio, alla vigilia dei blitz avesse proposto a Trump un compromesso: “Siamo pronti a discutere con Washington di lotta alla droga, petrolio e accordi economici”.
Era l’estremo tentativo dopo mesi di azioni unilaterali americane nei Caraibi che oltre alla distruzione di barche attribuite a narcos contemplavano anche blocco di petroliere da e per il Venezuela, nonché l’intensificazione delle sanzioni al paese.
Trump stesso ha ammesso che “Maduro voleva negoziare con me nei giorni precedenti i raid, ma io non volevo negoziare, dobbiamo andare fino in fondo”.
Mire sul petrolio
Come da manuale, gli Stati Uniti sono intervenuti in Venezuela, per riconfermare la loro egemonia nell’emisfero occidentale, come fanno da due secoli in base alla dottrina Monroe, emanata nel 1823 dal presidente James Monroe e rilanciata apertamente da Trump di recente col “corollario Trump”, che riprende volutamente il “corollario Roosevelt” che all’inizio del Novecento il presidente USA Theodore “Teddy” Roosevelt, in carica dal 1901 al 1909, modello di Trump, decretò nel 1904.
Peraltro proprio poco dopo che aveva minacciato di usare la flotta USA contro una flotta italo-anglo-tedesca che intendeva attaccare proprio il Venezuela nel 1902 per i debiti del paese.

Fu Teddy Roosevelt a richiamarsi così alla politica del “big stick”, il “grosso bastone” che gli USA avrebbero dovuto sempre agitare sulle due Americhe, per rivendicarle come proprio dominio esclusivo. E ora anche Trump ha sfoderato il suo “big stick”.
L’azione su Caracas si iscrive nella scia di lungo periodo della riaffermazione della volontà di Washington per tener fuori le potenze europee dalle Americhe. Due secoli di interventi, spesso attuati dai Marines, in vari paesi dei Caraibi e Sudamerica, anche nelle “repubbliche delle banane” e di cui gli interventi alla Baia dei Porci a Cuba nel 1961, questo fallito, e quelli riusciti a Grenada nel 1983 e a Panama nel 1989 costituiscono solo alcuni esempi.
Trump ha dichiarato apertamente che “saremo coinvolti nella gestione del petrolio di Caracas e nostre compagnie petrolifere opereranno in Venezuela”. Questo è, probabilmente, il vero, più importante motivo dei raid contro un regime certamente autoritario, ma sul cui presunto coinvolgimento nel traffico di droga, la stessa ONU s’è espressa sostanzialmente in modo negativo.
Come ricordato anche da Giacomo Gabellini per Analisi Difesa, infatti, l’ex direttore esecutivo dell’United Nations Office on Drug and Crime (Unoc, l’agenzia antidroga e anticrimine delle Nazioni Unite) Pino Arlacchi, ha confermato che “il rapporto Onu 2025 menziona appena il Venezuela, affermando che una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il paese nel suo cammino verso Usa ed Europa. Il Venezuela, secondo l’Onu, ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Il documento non fa che confermare i 30 rapporti annuali precedenti, che non parlano del narcotraffico venezuelano perché questo non esiste. Solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala”.
Sì, il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello che dovrebbe essere il temibile “narco-Stato” bolivariano”. In sostanza, se si parla del Venezuela per la droga è solo perché il suo territorio viene utilizzato, e in modo molto marginale, per il transito che viene dalla Colombia, ma senza un ruolo, peraltro difficilmente immaginabile, di un regime politico, quello di Caracas, che può avere mille altre pecche, ma non sembra proprio quella del traffico di droga.

Sempre secondo Arlacchi, le indagini ONU “raccontano una storia opposta a quella spacciata dall’amministrazione Trump, che smonta la montatura costruita attorno al Cartel de los Soles venezuelano, una supermafia madurista tanto leggendaria quanto il mostro di Loch Ness, ma adatta a giustificare sanzioni, embarghi e minacce d’intervento militare contro un paese che, guarda caso, siede su una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta”.
Le immense riserve di greggio, infatti, che possono fare da volano per il rilancio economico degli USA, in aggiunta all’estrazione domestica aumentata negli ultimi vent’anni grazie alla tecnologia del “fracking”, sembrano quindi essere il vero motivo dell’attacco.
Oltre alla volontà geopolitica di minare un alleato di Russia, Cina e Iran nell’emisfero occidentale, come perfetta applicazione della dottrina Monroe. Del resto, la risolutezza nel raid è anche un messaggio lanciato a questi potenziali avversari per vari motivi, declinati in modo diverso per ognuno. Per l’Iran è l’avvertimento che dà corpo alle minacce di attacchi contro gli ayatollah se seguitano a reprimere le proteste interne, ma sempre avendo in mente il suo programma nucleare.
Per la Cina rappresenta l’altolà riferito alla crisi di Taiwan. Per la Russia, con cui pure Trump non demorde dal ricucire i rapporti, può rappresentare uno sprone a decidersi a trattare per arrivare infine a una tregua, almeno, in Ucraina e alla ridefinizione degli equilibri strategici. Infine, si insinua il sospetto che Trump possa agire con simili colpi di testa anche nei riguardi della rivendicata Groenlandia, il che aprirebbe una frattura imbarazzante con la Danimarca e l’Unione Europea, nei cui riguardi pure i raid a Caracas possono essere un inquietante avvertimento.
Meglio ancora, poi, se, come dice l’ultima statistica OPEC, il Venezuela detiene da solo quasi “un quinto delle riserve comprovate mondiali di greggio”, pari a 303 miliardi di barili.
Si pensi, per confronto, che l’Arabia Saudita è a quota 267 miliardi, l’Iran a 209, l’Iraq a 145 e la Russia a 80 miliardi, con gli Stati Uniti sui 70 miliardi. L’estrazione petrolifera venezuelana è però più difficile per carenza di investimenti tecnologici.

Gran parte del greggio è extra-pesante e concentrato nel bacino dell’Orinoco, quindi richiede lavorazioni più complesse, infrastrutture adeguate e spesso l’uso di diluenti per poter essere trasportato e raffinato.
Il Venezuela ha 25 oleodotti operativi, ma molto vecchi, anche oltre 50 anni. L’export venezuelano, negli ultimi anni, si è sempre più concentrato sull’Asia e, in particolare, sulla Cina (quasi il 70% secondo dati di Vortexa, societa’ di data intelligence specializzata nel monitoraggio dei flussi globali di petrolio, gas e prodotti raffinati) spesso attraverso intermediari.
Uno stop o un rallentamento delle spedizioni inciderebbe su una quota relativamente contenuta dell’import cinese. A ottobre 2025, la Cina ha importato circa 600.000 barili al giorno di greggio venezuelano, pari a circa il 7% delle importazioni mensili, dietro a Russia (11%), Arabia Saudita (20%) e Iran (23%).
Anche per il gas naturale il quadro delineato dalla Eia insiste sulle difficolta’ strutturali: il Venezuela dispone di 195 Tcf di riserve di gas naturale (2023), oltre il 70% del Sudamerica, ma la produzione resta legata al petrolio.
Un mondo contro
Le reazioni dalla maggior parte del mondo sono state soprattutto negative nei confronti degli attacchi al Venezuela e in particolare del puro e semplice rapimento di un capo di stato in carica, indipendentemente dai giudizi politici sul suo regime, che certo non è l’unico autoritario.
Dalla Russia prevale la solidarietà a Caracas, pur nella coscienza di non dover rompere con gli USA. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha sentito la vicepresidente Rodriguez e le ha detto: “Esprimiamo ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata. La Russia continuerà a sostenere la politica del governo bolivariano volta a proteggere gli interessi nazionali e la sovranità del Paese. Entrambe le parti hanno sostenuto la necessità di impedire un’ulteriore escalation e di cercare una soluzione attraverso il dialogo. Nel corso della conversazione è stato espresso l’impegno reciproco a rafforzare ulteriormente il partenariato strategico globale tra Russia e Venezuela”.
In Russia circola però anche il sospetto che possa essere un’azione concordata sottobanco fra Mosca e Washington in una sorta di “spartizione” del mondo in stile Yalta, con reciproco riconoscimento di sfere d’influenza.
Lo sussurrano alcuni blogger militari russi, secondo cui ciò accadrebbe sulla scia dei rivolgimenti recenti in Armenia, Siria, Iran.

Sulle reti social e i forum, i “milblog”, i blogger militari, si sbizzarriscono, forse facendo trapelare messaggi dal Cremlino. Rybar, considerato il canale Telegram filorusso meno parziale e utilizzato, tra gli altri, come fonte da CNN e Institute for the Study of War, sostiene le autorità di Caracas fossero state avvertite di un attacco imminente dai consiglieri militari russi presenti nel Paese sudamericano:
“Lo stato delle forze armate del Paese è chiarito dal fatto che non abbiano nemmeno un sistema adeguato di rilevamento radar, i dati sui movimenti delle forze aeree USA sono stati forniti per lo più da unità russe. Che ciò sia stato negligenza, un accordo sottobanco o entrambe le cose non importa più tanto: gli americani hanno raggiunto la loro meta prefissata”.
Secondo Rybar, Mosca aveva proposto a Caracas un aumento del contingente russo in Venezuela ma aveva ricevuto una risposta negativa.
ta di Palazzo Chigi fa capire che l’azione di Trump viene in sostanza approvata dall’Italia nei moventi, ma non nei modi: “Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

Il governo italiano rende noto che “il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha seguito gli sviluppi in Venezuela fin dalle loro primissime evoluzioni poiché l’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto”.
Fortemente critica è la Turchia, che pur membro della NATO sostiene il Venezuela e accusa l’America di “banditismo”.
Per il consigliere capo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, Cemil Ertem: “L’offensiva americana è un atto di banditismo che non deve restare impunito. Ankara è al fianco del popolo del Venezuela e del suo presidente. E’ un’azione illegale che richiede l’intervento della giustizia internazionale”.
Per la imbarazzata Germania, nelle prime ore, ha parlato il parlamentare della Cdu Roderich Kiesewetter, membro della commissione Esteri del Bundestag: “Con il presidente Trump, gli Stati Uniti abbandonano definitivamente l’ordine basato sulle regole che ci ha caratterizzato dal 1945. Il Venezuela è certamente uno Stato non democratico, ma non è l’Iran, che minaccia l’esistenza dei paesi vicini come Israele”.
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E prosegue: “Con l’attacco in Venezuela gli Stati Uniti ritornano alla vecchia dottrina statunitense antecedente al 1940. Un’idea basata sulle zone di influenza nelle quali vige la legge del più forte e non il diritto internazionale. Noi europei dobbiamo emanciparci in larga misura dagli Stati Uniti e, grazie alla nostra forza, rispettare e far rispettare il diritto nella nostra area di responsabilità. Dobbiamo sostenere pienamente partner come il Canada e la Danimarca, che è sotto pressione da parte degli Stati Uniti a causa della Groenlandia. Trump sta distruggendo ciò che resta della fiducia negli Stati Uniti”.
Nelle ultime ore del 3 gennaio la vicepresidente del Venezuela Delcy Rodriguez ha pronunciato un duro discorso alla nazione, accusando Washington di aver lanciato “un’aggressione militare senza precedenti“, un attacco “brutale” e chiedendo la liberazione di Nicolas Maduro, definito “l’unico presidente del Venezuela”.
Parlando in diretta televisiva, Rodriguez ha denunciato l’operazione militare statunitense come una grave rottura delle relazioni bilaterali.
“Gli Stati uniti hanno lanciato un’aggressione militare senza precedenti che costituisce una macchia terribile nello sviluppo delle relazioni bilaterali”, ha affermato.
Secondo la presidente ad interim, con l’attacco “sono cadute le maschere, rivelando un solo obiettivo: il cambio di regime in Venezuela“.
Rodriguez ha quindi accusato Washington di puntare alle risorse del Paese. “Questo cambio di regime permetterebbe anche l’appropriazione delle nostre risorse energetiche, minerarie e naturali. Questo è il vero obiettivo, e il mondo e la comunità internazionale devono saperlo”, ha dichiarato.
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Il Brasile ha reso noto che riconosce la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez come presidente ad interim del Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti.
Lo ha confermato la segretaria generale dell’Itamaraty, il ministero degli Esteri brasiliano, Maria Laura da Rocha, durante una conferenza stampa a Brasilia, secondo quanto riportano i principali media del Paese sudamericano.
“In assenza del presidente Maduro, la guida del Paese spetta alla vicepresidente. Delcy Rodríguez assume dunque le funzioni di presidente ad interim”, ha dichiarato al termine di una riunione dedicata alla crisi venezuelana. L’annuncio è arrivato dopo un vertice dell’Itamaraty al quale ha preso parte anche il ministro della Difesa, José Múcio Monteiro, mentre il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha seguito i lavori in collegamento virtuale.
Monteiro ha assicurato che la situazione al confine con il Venezuela, in particolare nell’area di Pacaraima, nello Stato di Roraima, è “tranquilla” e che le frontiere restano aperte, senza alcuna restrizione alla circolazione. Secondo Maria Laura da Rocha, inoltre, circa un centinaio di turisti brasiliani presenti nella zona di confine ha già lasciato il territorio venezuelano senza difficoltà.
Foto: Casa Bianca e Presidenza Venezuelana, Us Departmemt of War, Governo italiano, BBC e Anadolu
Mirko MolteniVedi tutti gli articoli
Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.








