Perché il petrolio del Venezuela è così importante per l’amministrazione Trump

Il processo a carico di Nicolas Maduro ha preso una piega clamorosa. Il Dipartimento di Giustizia statunitense si dissocia formalmente dalla narrazione costruita dall’amministrazione Trump a giustificazione della cosiddetta “operazione di polizia” culminata con il sequestro del presidente venezuelano, secondo cui Maduro rappresentava il vertice della potentissima organizzazione dedita al narcotraffico denominata Cartel de los Soles.
L’impianto accusatorio costruito dai procuratori statunitensi identifica il Cartel de los Soles come un «“sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dai proventi del narcotraffico».
Il ridimensionamento delle accuse nei confronti del presidente venezuelano deposto dagli Stati Uniti nell’ambito dell’Operazione Absolute Resolve apre automaticamente il varco a una profonda rivalutazione dei moventi reali alla base dell’iniziativa militare statunitense, che ha mietuto decine di vittime sia civili che militari in Venezuela.
Un compito, quello di individuare gli obiettivi strategici statunitensi, che lo stesso presidente Trump ha reso particolarmente agevole menzionando ripetutamente la necessità di porre le risorse petrolifere venezuelane sotto il controllo di Washington.

Il 6 gennaio, Trump ha dichiarato di aver concordato con il governo ad interim guidato da Delcy Rodriguez l’esportazione di 2 miliardi di dollari di greggio verso gli Stati Uniti, nell’ambito di un negoziato volto a distogliere le forniture venezuelane dalla Cina e porre allo stesso tempo Caracas nelle condizioni di evitare tagli più profondi alla produzione.
L’accordo, afferma «Reuters», rappresenta un «segnale forte che il governo venezuelano sta rispondendo alla richiesta di Trump di aprirsi alle compagnie petrolifere statunitensi […]. Trump ha affermato di volere che la presidente ad interim Delcy Rodríguez conceda agli Stati Uniti e alle aziende private accesso totale all’industria petrolifera venezuelana». Altrimenti, ha intimato lo stesso inquilino della Casa Bianca nel corso di un’intervista a «The Atlantic», la Rodriguez potrebbe «pagare un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro».
L’importanza del petrolio venezuelano
Trump ha poi scritto in un post pubblicato sul suo profilo Truth che il Venezuela consegnerà agli Stati Uniti «tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio sanzionato», che «verrà venduto al suo prezzo di mercato e quel denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti!». Questo petrolio, ha spiegato Trump, verrà prelevato dalle navi cisterna rimaste all’ancora nei porti venezuelani a causa del blocco statunitense in vigore dalla metà di dicembre.
La realizzabilità dello scenario delineato dal presidente statunitense risulta insidiata da diverse incognite di enorme rilievo, a partire dall’ammontare ciclopico di investimenti necessari alla riparazione delle infrastrutture utili allo sfruttamento dei giacimenti venezuelani.

Secondo Wood Mackenzie, ripristinare la produzione a 3 milioni di barili al giorno richiederebbe un esborso compreso tra gli 85 e i 130 miliardi di dollari.
Se portata anche molto parzialmente a regime, per di più, la produzione venezuelana comporterebbe un’espansione dell’output quantificata da JpMorgan Chase in 250.000 barili al giorno, con conseguente incremento delle pressioni ribassiste sui prezzi internazionali del petrolio – calati significativamente subito dopo l’Operazione Absolute Resolve – destinata a mettere fuori mercato i produttori statunitensi di petrolio non convenzionale.
Le tecniche innovative come la fratturazione idraulica e la trivellazione orizzontale applicate a partire dal 2008 circa hanno reso gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio nel 2020, ma richiedono costi particolarmente elevati.
Vengono inoltre impiegate per sfruttare giacimenti scistosi che accusano un calo della resa destinato secondo le stime più accreditate ad accentuarsi nel corso dei prossimi anni, e forniscono un tipo di petrolio leggero e dolce incompatibile con le grandi raffinerie del Texas e della Louisiana. Vale a dire impianti tarati per la lavorazione di greggio pesante e acido proveniente dal Medio Oriente, dal Venezuela, dal Canada e dal Messico.
Questo spiega perché, sebbene la produzione domestica (13-14 milioni di barili al giorno) risulti quantitativamente sufficiente a coprire una porzione cospicua del fabbisogno interno (circa 20 milioni di barili al giorno), gli Stati Uniti ricorrono sistematicamente alle importazioni dai propri vicini settentrionale e meridionale e orientano all’export buona parte del tight oil estratto localmente.
Più specificamente, il 40% del petrolio raffinato negli Stati Uniti (oltre 6 milioni di barili al giorno) ha origine straniera, soprattutto canadese (60%) e messicana (7%).
Come rileva l’American Fuel & Petrochemical Manufacturers, «i greggi leggeri non sono buoni sostituti del greggio pesante che otteniamo da Canada e Messico».

Ristrutturare la rete locale di raffinerie per lavorare esclusivamente petrolio greggio leggero statunitense costituirebbe un azzardo: «un investimento multimiliardario rischioso, che richiederebbe decenni per essere autorizzato, costruito e infine ammortizzato. Non disponiamo delle infrastrutture (come gli oleodotti) necessarie per rifornire di petrolio greggio e prodotti raffinati statunitensi ogni regione in modo economicamente vantaggioso. Anche se la riqualificazione economica dei nostri impianti funzionasse, ci vorrebbero quasi dieci anni per autorizzare e costruire oleodotti negli Stati Uniti».
L’accesso alle risorse venezuelane si rivelerebbe inoltre funzionale a porre rimedio alla penuria di petrolio nelle riserve strategiche (costituite come “magazzino d’emergenza” a cui attingere nei periodi di emergenza bellica o di fronte a interruzioni inaspettate degli approvvigionamenti), imputabile anzitutto ai prelievi sistematici effettuati dall’amministrazione Biden per aumentare l’offerta globale.
L’obiettivo consisteva nell’attenuare le pressioni inflazionistiche esercitate dalla politica di “alti prezzi” portata avanti dall’Opec+ e dalla disarticolazione delle catene di approvvigionamento ascrivibile al conflitto russo-ucraino e alle sanzioni contro la Russia che ne sono conseguite.
L’efficacia dell’impiego “non convenzionale” delle riserve strategiche si è rivelata alquanto modesta, al punto da indurre la stessa amministrazione Biden a venir meno agli impegni assunti durante la campagna elettorale nel 2020 approvando un gigantesco progetto di trivellazione petrolifera in Alaska.

La decisione fu aspramente criticata sul piano interno e quindi revocata nell’arco di pochi mesi, con conseguente aggravio di una situazione energetica resa particolarmente critica dal sostanziale fallimento in cui si era risolta l’operazione di regime change orchestrata in Venezuela dalla prima amministrazione Trump.
La finalità consisteva nel rovesciare il presidente Maduro e rimpiazzarlo con Juan Guaidó, fiduciario di Washington che secondo le ammissioni dello stesso magnate newyorkese avrebbe posto le risorse petrolifere del Paese nella disponibilità degli Stati Uniti come contropartita per l’appoggio ricevuto.
L’inaspettata capacità del l’apparato bolivariano di resistere alla pressione statunitense ha finora privato Washington della possibilità di assumere il controllo diretto dei giacimenti del Venezuela.
Stando a quanto denunciato dal Ministero del Petrolio e delle Risorse Minerarie di Damasco, gli Stati Uniti si sarebbero “rivalsi” sui giacimenti siriani, con un prelievo indebito che verso la metà del 2022 aveva raggiunto una media di circa 66.000 barili al giorno, equivalenti all’83% della produzione petrolifera siriana.
L’opera di sottrazione sistematica del petrolio siriano era stata riconosciuta dallo stesso Trump nell’ottobre 2019, ma sarebbe proseguita anche sotto l’amministrazione Biden grazie alla presenza (del tutto illegittima) di 1.000/2.000 militari statunitensi in alcune basi nella Siria Orientale situate non a caso in prossimità dei pozzi petroliferi, giustificata con il sostegno alle milizie curde e arabe delle Forze Democratiche Siriane (FDS).
Senonché, il saccheggio delle risorse petrolifere siriane, la rimozione definitiva dei limiti allo sfruttamento petrolifero della Alaska disposta dalla seconda amministrazione Trump e il boom delle importazioni di petrolio bituminoso canadese si sono rivelati insufficienti ad assorbire l’impatto dirompente generato dal deterioramento delle riserve strategiche.
Petrolio e dollaro
In tale contesto, l’Operazione Absolute Resolve acquisisce una logica ben precisa, perché si propone di acquisire il controllo diretto delle immense riserve di petrolio pesante e acido del Venezuela, che ormai da anni si dirigono in larghissima parte verso la Cina sia come forma di rimborso dei debiti, sia nell’ambito di transazioni processate in yuan-renminbi.
La stessa valuta che regola una quota crescente degli scambi tra la Cina e i suoi fornitori di energia, dall’Iran alla Russia passando per l’Arabia Saudita, che nel 2024 ha rifiutato di rinnovare l’accordo sul petrodollaro sottoscritto cinquant’anni prima dal segretario al Tesoro Simon e re Faysal.
Con l’acquisizione dello status di partner del BRICS+ nel 2024, il Venezuela si è per di più garantito l’accesso ai sistemi di pagamento alternativi sviluppati dall’organismo apertamente identificato da Trump come una minaccia, avvalendosi della sponda cinese per svincolarsi dal circuito del dollaro.
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Un “atto di insubordinazione” a cui gli Stati Uniti hanno storicamente reagito con la forza. L’Iraq è stato invaso nel 2003, pochi anni dopo che Saddam Hussein aveva provveduto alla conversione del fondo oil for food da dollari a euro.
La Libia è stata attaccata nel 2011 inizialmente da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia con un’operazione poi passata alla gestione della NATO, a seguito della proposta relativa all’istituzione di una valuta panafricana ancorata all’oro avanzata dal colonnello Gheddafi.
L’Iran è a tutt’oggi sotto sanzioni e costantemente bersaglio di operazioni militari, avendo abbandonato il dollaro come valuta di riferimento per la regolazione del proprio export petrolifero già dal 2017.
Il Venezuela, colpito dall’Operazione Absolute Resolve la mattina del 3 gennaio, rappresenta l’ultima voce di questo elenco anche perché si colloca su una delle linee di faglia più critiche per la tenuta del sistema dollaro-centrico.
Colpire un Paese disallineato in America Latina, considerata da decenni come il proprio “cortile di casa” dalle classi dirigenti di Washington, serve a lanciare un forte monito, come esplicitato dallo stesso Trump all’indomani dell’Operazione Absolute Resolve.
Foto: Casa Bianca, MASH e PDVSA
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Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli
Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).








