Reportage – Akhmat Spetsnaz: la guerra dei veterani della Wagner sui fronti ucraini

 

 

Dal memoriale della Wagner a Mosca alle retrovie di Pokrovsk con il dramma dei civili rimasti in città che cercano di raggiungere le linee russe, dal settore di Avdiivka a Lugansk, Donetsk, Khaliv e alle regioni russe di confine, dalla costante minaccia dei droni all’addestramento dei fanti e degli operatori di droni.

Il reportage di Gian Micalessin realizzato tra le linee russe nel dicembre scorso, ci accompagna attraverso diversi reparti di Akhmat Spetsnaz, l’unità multinazionale che incorpora anche gli ex combattenti del Gruppo Wagner e di altre compagnie militari private, con l’intervista al generale Apti Alaudinov e a un veterano delle tante guerre combattute dalla Wagner.

 

 Il memoriale della guerra a Mosca

Al centro il testone rasato di Evgenij Prigozhin. Più su la bandiera con teschio e tibie della Wagner. E tutt’intorno le foto del comandante Dmitry Utkin e di decine di caduti della più famosa compagnia militare privata dispiegata dall’Africa ai fronti del Donbass.

Ma non ci sono solo loro. Accanto allo stendardo con il teschio e le tibie sventolano il drappo nero di Espanola, la formazione militare messa insieme dagli ultras del calcio russo, lo stendardo dei Veteran della compagnia privata formata da reduci delle guerre più recenti, le bandiere dei gruppi Bars e Storm Z reclutati nelle prigioni assieme a quelli di decine di altre formazioni scese in campo accanto alle unità regolari dell’esercito russo.

Primo fra tutti il Battaglione Sparta sorto nel 2014 nelle trincee del Donetsk indipendentista. Le loro insegne sono tutte lì, circondate da fiori e corone di alloro allineate lungo i tre grandi pannelli di 15 e passa metri dispiegati sui marciapiedi della Varvarka Ulica, la via che ottocento metri più avanti incrocia le torri del Cremlino.

A Mosca dunque la guerra e i suoi morti, compresi quelli più scomodi e ingombranti come Prigozhin e i suoi mercenari, non sembrano più essere un tabù. Del resto murales come quello di Varvarka Ulica sorgono non solo a due passi dal Cremlino ma anche in decine di grandi e piccoli centri della Russia, da San Pietroburgo alla Penisola di Kola.

La guerra, o meglio la SVO (Operazione Militare Speciale -Spetsial’naya voyennaya operatsiya) con il suo carico di morti (oltre 156mila secondo le stime più accreditate) e feriti è ormai una realtà evidente a larga parte dell’opinione pubblica russa.

La guerra tuttavia resta fisicamente e psicologicamente lontana dai grandi centri e dalla percezione della maggior parte dei cittadini. Certo le notizie delle improvvise chiusure degli aeroporti, primi fra tutti quelli di Mosca, obbiettivo privilegiato dei droni ucraini sono ormai quotidiane.

Ma pochi ci fanno caso. “Tanto ormai chi viaggia più?” – commenta sorridendo Viktor, l’autista che ci accompagna in giro per Mosca. Più impressione e più disagio creano i raid, spesso efficaci, sulle infrastrutture elettriche e raffinerie.

Negli ultimi mesi del 2025 queste incursioni hanno lasciato al buio interi quartieri di Mosca, imposto razionamenti del carburante e l’offuscamento della rete internet usata dai droni ucraini quando devono muoversi in territorio russo. Ovviamente la guerra e le sue conseguenze sono inversamente proporzionali  alla distanza dal suo   epicentro.

 

In viaggio verso la guerra

I 900 chilometri di autostrada che portano verso le ex regioni ucraine di Lugansk e Donetsk, annesse dall’autunno 2022 alla Federazione Russa, ne sono la dimostrazione.

Nella città di Lugansk un murales è dedicato a Elia Puzzolu volontario italiano caduto nel 2022 mentre combatteva con le forze della Repubblica di Donetsk. La scritta recita “Dedicato agli stranieri che hanno combattuto per liberare il Donbass”.

Il prezzo della benzina stabile lungo buona parte del tragitto s’impenna man mano che ci avviciniamo ai confini del Donetsk.

E assieme ai prezzi del carburante si fa più intenso anche l’impatto della guerra: gli ultimi trenta chilometri dell’autostrada da Lugansk a Donetsk sono nel mirino dai droni ucraini.  E lo testimoniano i relitti carbonizzati di camion, auto civili e mezzi militari abbandonati ai bordi dell’asfalto subito dopo la cittadina di Gorlovka.

Nonostante l’evidente rischio il traffico resta però intenso. “Ormai ci siamo abituati, il drone è una fatalità accettata” – mi spiega Vladimir l’autista di Donetsk che qualche ora prima è venuto a prendermi al valico con la regione russa di Rostov.

Nonostante l’annessione risalga ufficialmente all’autunno del 2022 i controlli dei passaporti e dei documenti non sembrano esser stati aboliti né per i russi, né per gli stranieri. E sono particolarmente attenti, per questi ultimi obbligati, come nel caso di chi scrive, a consegnare il telefonino e ad autorizzare un approfondito controllo computerizzato di tutti i contatti e di tutti i messaggi.

Controlli che implicano la spiegazione di eventuali contatti con persone di nazionalità ucraina o colleghi abituati a frequentare le prime linee di Kiev. A Donetsk, omonima capitale della regione indipendentista, la situazione appare notevolmente migliorata rispetto a un anno e mezzo fa quando il fronte attraversava il sobborgo di Avdiivkva, la zona industriale 21 chilometri a nord ovest dal capoluogo.

Allora le incursioni di droni e il lancio di missili ucraini sui quartieri centrali della città erano praticamente quotidiani con un pesante corollario di morti e feriti. Oggi, grazie all’allontanamento del fronte spostato dopo l’avanzata russa su Pokrovsk ad oltre 50 chilometri di distanza in linea d’aria la minaccia è parzialmente scongiurata.

Ma se i piccoli droni, con un’autonomia massima di quindici chilometri, sono scomparsi restano attivi i velivoli senza pilota di lungo raggio usati per colpire le infrastrutture industriali russe. Le centrali elettriche di Zuivska e Starobesheve, da cui dipendono le forniture della città di Donetsk, sono l’obbiettivo privilegiato di questi droni con conseguenti oscuramenti e blocco delle forniture nel capoluogo e nelle zone circostante.

L’arresto dei sistemi di pompaggio rende ancor più complesso l’approvvigionamento idrico di una città già costretta a far i conti con il blocco imposto dagli ucraini. Dal 2022 Kiev tiene chiuse le condutture del canale a nord di Sloviansk, costruito 75 anni fa dall’Unione Sovietica, che portava in città l’acqua del fiume Siversky Donets.

Un problema che Mosca non è riuscita a risolvere neanche con l’inaugurazione, nel 2023, della conduttura sostitutiva progettata per convogliare l’acqua del bacino del Don distante oltre 200 chilometri. L’opera, commissionata dal Ministero della Difesa di Mosca e costata oltre due miliardi e mezzo di euro, si è rivelata decisamente inadeguata a sanare la sete della città.

E questo non solo per gli errori di progettazione, ma anche a causa della corruzione vera piaga – fino alle purghe del 2024 – dei funzionari e vertici del Ministero della Difesa.

Gli errori di progettazione hanno largamente sottovalutato il maggior consumo idrico causato dal rientro in città di centinaia di migliaia di sfollati ritornati dopo la caduta di Avdiivka quando l’allontanamento del fronte ha reso più sicura la vita.

Il problema più serio resta però l’inefficienza delle condutture costruite in appalto da una serie di ditte legate al vice ministro Timur Ivanov, accusato di aver intascato oltre 7 milioni di tangenti e condannato, nel luglio 2025, a 13 anni di galera.

In questa situazione le frequenti incursioni dei droni ucraini sulla centrale elettrica della zona rendono ancor più complessa la distribuzione dell’acqua che, in base al razionamento introdotto dalle autorità, prevede il funzionamento dei sistemi di pompaggio solo due volte la settimana.

Le inefficienze idriche contrastano con la vasta opera di ammodernamento e ricostruzione che negli ultimi due anni ha regalato a Donetsk nuove strade e una capillare opera di restauro e ricostruzione degli edifici colpiti dai bombardamenti ucraini. Quest’opera di maquillage estetico e il rientro degli sfollati contribuiscono a restituire alla città i ritmi della vita quotidiana.

L’impressione, se si scordano black out e rubinetti a secco, è quella di una guerra assai più lontana dei circa 80 chilometri di strada che separano il capoluogo al fronte di Pokrovsk.

A riportarti alla realtà ci pensa Ekaterina Mezinova (nella foto sotto), 43enne direttrice e fondatrice di Dobro Angel (L’Angelo Buono), un’organizzazione umanitaria russa che si occupa di distribuire viveri nelle zone di guerra e portare in salvo i cittadini bloccati nelle città al fronte.

Per Ekaterina Donetsk è il punto di partenza da cui raggiungere Selidovo, una cittadina nell’immediata retrovia di Pokrovsk. Lì Dobro Angel gestisce un punto di assistenza in cui vengono accolti gli abitanti di Pokrovsk che raggiungono le linee russe dopo aver superato sei chilometri di terra nessuno.

“Vuoi capire come funziona e perché scappano dalla nostra parte? Allora vieni con noi” – risponde divertita Ekaterina quando le chiedo come mai alcuni abitanti di Pokrovsk scelgano di fuggire dalla parte di chi assedia la città.

 

Verso il fronte di Pokrovsk

La mattina dopo l’auto blindata di Ekaterina mi attende all’entrata del Park Inn Hotel. Come tutti i mezzi costretti a sfidare i droni monta sul tetto una sorta di cilindro circondato da sensori che serve a percepire i velivoli senza pilota e confonderne il segnale.

“Ma non rallegrarti troppo il sistema non sempre funziona…se ad attaccarti è un drone a fibra ottica come capita sempre più spesso, le contromisure di questo aggeggio non funzionano… quindi – precisa con realismo poco incoraggiante – se ci ritroviamo un drone alle calcagna meglio buttarsi fuori e darsela a gambe.”

La prima parte del viaggio attraversa il tratto di autostrada sopraelevata che nel 2023, quando visitai per l’ultima volta il fronte di Avdiivka, disegnava la prima linea. A quel tempo sotto ogni pilone dell’autostrada si nascondeva una postazione russa circondata da sacchetti di sabbia e coperta dalle corsie sopraelevate che assorbivano i colpi dei droni e dell’artiglieria.

Oggi le corsie dell’autostrada, crivellate dalle granate e disseminate di voragini, raccontano l’intensità di un assedio iniziato nel lontano 2014 quando le milizie filo russe del Donetsk circondarono per la prima volta questo sobborgo industriale.

Ma ancor più dell’autostrada te lo racconta la muta e deserta distesa di rovine allineata ai lati dell’asfalto. Alla mesta immobilità del devastato paesaggio si contrappone il brusco cambio di panorama stradale.

Appena oltre i tronconi tranciati dalle bombe di una circonvallazione sopraelevata la nostra macchina diventa l’unico veicolo civile ancora in circolazione. Scomparsi Tir e automobili incrociamo o seguiamo solo lunghe colonne di camion Ural e Typhoon con le insegne dell’esercito russo, i sensori anti droni e le reti anti carica cava dispiegate attorno a cabina e cassone.

Ma i mezzi più curiosi sono quelli che Ekaterina mi descrive come i nuovi mezzi d’assalto dell’esercito russo. Vecchie Uaz o Lada Niva spogliate di vetri e carrozzeria dove gruppi di fanti in equilibrio sulle assi del telaio si stringono attorno all’unico sedile occupato dal guidatore.

“Sono il modo migliore per evitare i droni senza rischiare la vita e la distruzione di mezzi molto più costosi” – spiega Ekaterina – quando vedi un drone semplicemente ti butti giù e abbandoni il mezzo al suo destino stando ben attento a tenerti lontano dagli altri compagni. Così, mal che vada, il drone colpirà solo un soldato anziché un blindato con dentro una squadra al completo”.

Nel frattempo l’autostrada E 50 si è trasformata in un semplice tratturo sterrato dove l’auto rimbalza tra i crepacci scavati dall’artiglieria. Lo snodarsi del tracciato coincide di fatto con l’avanzata di un fronte che – dopo la caduta di Avdiivka del 17 febbraio 2024 – ha raggiunto la periferia di Pokrovsk agli inizi del settembre 2024.

Oggi come testimonia il traffico di blindati, camion e altri mezzi militari questa resta la principale arteria su cui scorre la logistica russa impegnata a rifornire le prime linee.  Proprio per questo la strada è costantemente nel mirino dei droni ucraini.

“Scrutare il cielo o confidare nell’aggeggio elettronico che abbiamo sul tetto serve a poco – spiega Ekaterinaquelle bestiacce e parlo degli FPV (First Person View – visuale in prima persona) controllati dall’operatore attraverso la fibra ottica ti aspettano parcheggiati ai lati della strada nascosti, dentro una buca o dietro un avvallamento del terreno. In alto nel cielo si muove un drone più grande che dirige gli avvistamenti e sceglie i bersagli. Se sei fra questi l’Fpv si alza in volo e ti viene contro. Se non lo vedi mentre sta ancora a terra sei fregato”.

Non ha finito di dirlo che il tratturo s’infila una sorta di galleria coperta da reti agganciate alle file di piloni eretti a lato del percorso.

“Servono a fermare i droni che scendono in picchiata per colpirti – spiega Ekaterina mentre attraversiamo questa sorta di tunnel protettivo costruito, in molti tratti, usando semplici reti da pesca. Accanto ai piloni su cui si reggono le reti sono scavati, a distanza di qualche chilometro l’uno dall’altro, piccoli bunker da cui sporgono numerose antenne. Sono i centri d’avvistamento impiegati per segnalare i droni e cercare fermarli impiegando contromisure elettroniche capaci di confondere il segnale guida.

Ma, come già spiegato da Ekaterina non bastano a fermare gli FPV guidati da matasse di cavo di fibra ottica lunghe fino a 15 chilometri. Quelle matasse sottili aggrovigliate a moncherini di alberi spogli e carbonizzati sono diventate la nuova orribile vegetazione di questa pianura desolata.

Ma la vera novità me la mostra Ekaterina puntando il dito su un improbabile semaforo bloccato sul giallo. “E’ un semaforo anti-drone. Ci stiamo avvicinando a Selidovo, ovvero alla retrovia logistica russa, bersaglio preferito dai droni ucraini. Quando arrivano a dozzine il semaforo segna rosso perché non c’è modo di bloccare gli attacchi e la strada viene chiusa. Il segnale giallo indica che anche oggi ne volano parecchi, ma possiamo entrare. A patto di far molta attenzione”.

A Selidovo Ekaterina si muove con estrema circospezione chiedendoci di non scattare foto e non girare video. “Gli ucraini erano qui fino all’ottobre del 2024, conoscono ogni angolo della città, qualsiasi immagine del nostro centro o delle postazioni dell’esercito può trasformarli in un bersaglio per i droni o per i missili Himars”.

La cittadina che un tempo contava 21mila abitanti appare semideserta, ma non eccessivamente segnata dalla guerra. Il monumento sovietico situato nella piazza centrale su cui sventolano i tricolori della Russia è perfettamente intatto.

E anche le case circostanti non appaiono troppo danneggiate. In compenso i droni non danno tregua. Uno ci passa sulla testa mentre raggiungiamo le tribune semidistrutte dello stadio. Mentre la contraerea apre il fuoco il drone fa un largo giro e torna verso verso di noi.

“Ci ha visto, fate attenzione – urla Ekaterina – mentre corriamo verso i passaggi sotterranei dell’impianto sportivo. Dopo una decina di minuti di tensione segnati da colpi di mitragliatrici ed esplosioni riusciamo a rimontare in auto e guadagnare l’entrata del centro di accoglienza di Dobro Angel.

 

I sopravvissuti di Pokrovsk

Ad attenderci nel centro di accoglienza di Dobro Angel ci sono Victoria, un medico 45enne e suo marito Alexander, infermiere di 48 anni.

Sono arrivati solo 48 ore prima da Pokrovsk e adesso attendono assieme a qualche altro sfollato di raggiungere una zona più sicura intorno a Donetsk. “Più sicura? Ma questo per noi è già il paradiso” – mi sussurra Victoria. “Per venire qui ho visto “smert, smert e ancora smert”. Ripete ossessivamente la parola “smert” (morte). Poi si calma e racconta.

“Quei sei chilometri di incubo per uscire dalla città…vivessi cent’anni non li dimenticherò mai. I soldati russi mi avevano spiegato che non sarebbe stato facile…. ma io non ci pensavo…Pensavo che finalmente saremmo tornati in Russia. Pensavo che presto avremmo potuto parlare di nuovo il russo, la nostra lingua. Avevamo deciso di restare a Pokrovsk e di non farci evacuare in Ucraina proprio per attendere i soldati russi.

Attraversare le linee – mi dicevo – non potrà essere peggio di questi mesi passati in cantina, delle corse sotto le bombe per medicare chi aveva perso braccia e gambe. Non sarà peggio di quando le bombe hanno ucciso i nostri due vicini. Invece è stato terribile”.

Victoria (nelle foto sotto) si zittisce. Ripete ancora quella parola “smert…smert solo smert”.

Poi riprende il racconto. “Nella boscaglia avevi i droni sulla testa e tutt’attorno i corpi di chi non ce l’aveva fatta ed era rimasto su quel sentiero. Ad ogni passo inciampavi nelle matasse di cavi dei droni, a volte non riuscivi a uscirne, cadevi sui cadaveri, ti rialzavi con l’odore della morte nella gola…Il momento più tremendo è stato l’attraversamento dell’ultimo fossato anticarro prima delle linee russe. I droni ci giravano sopra…sembravano avvoltoi sulle carogne. Il fossato era pieno di corpi fatti a pezzi…li calpestavi e ti dicevi che saresti morto anche tu”.

Victoria si asciuga le lacrime. Per lei ora parla suo marito Alexander. “E’ vero è stata dura ma ne è valsa la pena… Siamo russi, non ne potevamo più di parlare l’ucraino e di dover nascondere o mettere da parte la nostra identità.” 

Dal gruppetto degli sfollati si fa avanti Sasha. Fa l’elettricista, ha 36 anni, ed è arrivato pure lui nelle ultime 48 ore.

“Ho fatto anch’io come loro e mi sembra assurdo che voi italiani ci chiediate perché siamo corsi incontro ai soldati russi…

Sono il mio esercito, non mi hanno mai fatto paura. Sapevo che mi avrebbero portato in salvo, i loro nemici sono i soldati ucraini non certo i civili.  Fanno solo il loro dovere dovete smetterla di raccontare la guerra da una parte sola. Io mi sento russo…per quel che mi riguarda erano i soldati ucraini a nascondersi alle nostre spalle e ad usarci come scudi umani”.

 

L’intervista con il generale Apti Alaudinov

Per proseguire il nostro viaggio nel fronte russo ora dobbiamo abbandonare i territori del Donetsk, tornare verso Lugansk e viaggiare in direzione nord est e costeggiando il lato settentrionale del confine ucraino fino alla regione di Belgorod.

Un viaggio di una decina di ore per incontrare in un giorno e un’ora imprecisati Apti Alaudinov, un generale di origine cecena celebrato come uno dei più abili comandanti della Federazione.

Gran parte della sua fama è frutto della vittoriosa controffensiva nella regione di Kursk dove è riuscito a contenere e poi respingere l’incursione delle truppe ucraine che nell’ agosto 2024 avevano occupato quasi mille chilometri quadrati di territorio russo.

Alaudinov è famoso anche per aver pianificato la cosiddetta “Operazione tubo” ovvero l’infiltrazione alle spalle dell’esercito ucraino di centinaia di uomini delle forze speciali mossisi per oltre 16 chilometri attraverso le condutture di un gasdotto dismesso largo un metro e mezzo a Sudzha.

Un’operazione che nel marzo del 2025 segnò la definitiva ritirata delle forze di Kiev dalla regione del Kursk.

Alaudinov è anche il comandante di Akhmat Spetnasz una formazione composta originariamente da combattenti ceceni in cui sono confluiti, dopo la morte di Prigozhin, i resti della Wagner, varie altre unità private russe e un certo numero di combattenti stranieri.

Aldilà della sua forza militare – garantita dall’esperienza dei reduci della Wagner – l’Akhmat Spetnasz serve simbolicamente ad affermare l’unità delle diverse nazioni che compongono la Federazione Russa.

Anche per questo l’unità ha lo status di una truppa d’élite e può contare su forniture e finanziamenti di alto livello. Per tutti questi motivi Alaudinov è nel mirino dei servizi segreti di Kiev che lo considerano un obbiettivo prioritario. “Non so dirvi né quando, nè dove riusciremo a incontrarlo…  il generale non dorme mai nello stesso posto” – spiega il suo attendente, nome in codice Prius, incaricato di accompagnarci da lui.

Verso mezzanotte, dopo un interminabile andirivieni intervallato da scarne comunicazioni radio il nostro SUV imbocca un sentiero nella boscaglia e si ferma sotto un albero. Da lì dopo una camminata di quindici minuti nell’oscurità raggiungiamo un’anonima casetta di legno nascosta tra gli alberi.

Il generale ci raggiunge un’oretta dopo. “Ciao italiani, voi e il vostro paese siete sempre nel nostro cuore anche se state con il nemico. In tutta la Russia, Cecenia compresa, siamo cresciuti ascoltando le canzoni di Adriano Celentano e nonostante le scelte del vostro governo non proviamo alcuna animosità nei vostri confronti. A dirvi la verità spereremmo che i rapporti tornino quelli di un tempo perché non riusciamo a considerarvi dei nemici. Per questo ho accettato d’incontrarvi. Da domani Prius vi farà vedere come combattiamo questa guerra. Con lui visiterete i nostri campi d’addestramento, le basi dei droni e incontrerete alcuni nostri comandanti. Vedrete qualcosa che pochi stranieri hanno visto”.

 Generale come va la guerra?

Da generale direi che la Russia stia vincendo. In precedenza gli ucraini potevano contare sulle forniture dell’’Occidente e si erano convinti di poter costringere la Russia a firmare un trattato alle loro condizioni. Tutto questo li ha portati a subire perdite molto pesanti. Molto più pesanti di quelle russe. Così oggi sono a corto di reclute da schierare in prima linea. E fanno i conti con l’esaurimento delle risorse garantite da America e paesi europei.

Gli americani vi offrono un piano di pace. Non è il momento giusto per fermarsi?

Prima o poi tutte le guerre finiscono. Prima finirà meglio sarà, sia per i russi sia per gli ucraini. La Russia è sempre stata favorevole a dei piani di pace, ma per fare la pace non basta congelare la guerra. La pace ha senso se risolve le ragioni alla radice del conflitto. Non può essere una tregua utile all’avversario per riorganizzarsi e tornare a minacciarci.

Ma l’esercito russo non è stanco?

Ovviamente dopo quasi 4 anni di guerra anche il nostro esercito è stanco. Chi non lo sarebbe? Oggi però abbiamo la più elevata capacità di mobilitazione e la più vasta esperienza di combattimento. Inoltre abbiamo aumentato la produzione di armamenti e di droni.

Non combattiamo più in maniera improvvisata e operiamo con maggiore calma rispetto al 2022 o al 2023. All’inizio siamo stati sicuramente in difficoltà, ma oggi la riorganizzazione dell’economia russa ci consente di affrontare la guerra senza problemi.

 Il Cremlino chiede all’Ucraina di ritirarsi dal Donetsk. Parliamo di territori piccolissimi rispetto alla grandezza della Russia Ha senso continuare a combattere per questo?

La liberazione di quattro regioni che oggi fanno parte della Federazione Russa è fondamentale. Ma dietro questa guerra non c’è una questione di territorio bensì di sicurezza. Non possiamo accettare di avere i missili della NATO a 500 chilometri da Mosca. Dopo la caduta del Muro di Berlino si stabilì che la NATO non sarebbe avanzata verso oriente. Invece ha inglobato gran parte dei paesi dell’Est. Nel nome dei nostri interessi nazionali, della nostra sicurezza e della difesa della nostra sovranità non possiamo permettere che l’Ucraina completi questa catena.

Lei è famoso per aver riconquistato i territori della regione russa di Kursk. E’ stato un errore per gli ucraini tentare quell’operazione?

L’Ucraina sta perdendo la guerra, proprio a causa dell’avventura nel Kursk. Avevano garantito alla NATO di poter conquistare il Kursk e la centrale atomica di Kurchatov invece hanno perso le migliori unità da combattimento e tantissimi armamenti.

Cosa c’entra la NATO?

Non è stata un’operazione ucraina, Il via libera l’ha dato lo Stato Maggiore Congiunto del blocco NATO con gli Stati Uniti in testa. Erano convinti c di poterci mettere ginocchio e farci firmare un trattato di pace, a qualsiasi condizione. Puntavano alla cattura della centrale di Kurchatov e alla caduta del Kursk in mani ucraine. Questo avrebbe dovuto segnare la fine della guerra alle condizioni della NATO. Ma hanno fallito e l’Ucraina ha subito perdite enormi.

 Lei è stato fra gli artefici della sconfitta ucraina….

Certo e ne sono orgoglioso. L’intera linea difensiva si basava sulle forze speciali di Akhmat. Per otto mesi, abbiamo affrontato il nemico quotidianamente e l’8 marzo grazie all’Operazione Tubo, siamo riusciti a prenderlo alle spalle. I miei soldati per portare a termine quell’operazione si sono introdotti in un gasdotto dismesso l’hanno attraversato e sono sbucati alle spalle del nemico costringendolo ad abbandonare l posizioni e a fuggire.

 Mi spieghi meglio i dettagli dell’operazione.

Beh, la larghezza e il diametro del “Tubo” erano di 1 metro e 40 centimetri, la distanza era di 15 chilometri e 700 metri Nel “Tubo” sono entrati 680 soldati che hanno marciato da un’estremità all’altra per due giorni. E in testa a tutti c’erano le forze speciali di Akhmat.

Mi spiega cos’è l’Akhmat Spetnaz?

Le forze speciali di Akhmat sono l’unità più composita dell’esercito russo. Con Akhmat combattono cittadini di ogni nazionalità russa e di quasi tutte le nazionalità dell’ex Unione Sovietica. Ma abbiamo anche giapponesi, cinesi, coreani e persino africani. Crediamo nelle leggi divine dell’Islam e del Cristianesimo Ortodosso e ci battiamo per la difesa dei valori tradizionali, dei valori familiari e dei valori umani universali. Questo è il fondamento della nostra unità.

 Ceceni e russi hanno combattuto due guerre sanguinosissime Com’è possibile che ora combattiate assieme?

Ceceni e russi non si sono mai combattuti. La sua è un’affermazione errata. La mia guerra è iniziata contro i Dudaev e i Basaev. La mia guerra contro questa gente è iniziata 31 anni fa. Noi ceceni, per la maggior parte, abbiamo combattuto contro i Dudaev. Non è stata una guerra tra russi e ceceni. Anche allora io ho combattuto dalla parte della Russia e continuo a farlo.

Lei è anche nel mirino dei servizi di sicurezza di Kiev. Non teme per la sua vita?

So bene di essere un bersaglio, ma gli ucraini devono darsi da fare perché la fila di chi vuole farmi fuori è molto lunga. Finché Dio mi ama resto fuori dalla loro portata. Ma se Dio cambierà idea allora saluterò e abbraccerò la mia morte.

 

L’accademia dei droni.

La mattina dopo siamo di nuovo sul SUV di Prius in una zona a sud di Belgorod che ci viene chiesto di non identificare. “Oggi vi porto a vedere la nostra accademia dei droni. E’ dove addestriamo i tecnici che garantiranno la manutenzione dei velivoli e i loro futuri piloti. Ovviamente valgono le solite regole. Potete fotografare e filmare gli interni, ma attenzione neanche una facciata esterna dev’essere riconoscibile”.

La facciata è quella di un complesso industriale apparentemente abbandonato, ma sigillato da un pesante cancello controllato da numerose telecamere. Appena nel cortile interno Valery, un ragazzo di 24 anni che si presenta come il capo-addestratore, ci spinge all’interno della struttura.

In un salone tappezzato di telo mimetico una decina di ragazzini si destreggiano in complessi videogiochi davanti a schermi alimentati da potenti computer.

“I videogiochi spiega Valery sono la prova perfetta per selezionare i nostri candidati. Li teniamo qui per una settimana e dopo selezioniamo quelli che potranno accedere ai corsi. Chi se la cava bene ai videogiochi diventerà un ottimo piloti di droni. Le tecniche e i modi di azionare i comandi sono gli stessi. L’unica differenza – aggiunge – è che in questo gioco si muore sul serio. Muore chi viene scovato dai nostri droni, ma anche li pilota se il luogo da cui dirige gli attacchi viene individuato”.

In un’altra aula si addestrano i futuri responsabili della manutenzione. Gorlov, nome in codice del capo istruttore della sezione, ci mostra una manciata di microchip.

“Questi sono il cuore di tutto. Senza il microchip il drone non fa nulla. La maggior parte arriva dalla Cina. I cinesi li vendono sia a noi sia agli ucraini. Quando vado a ordinarli spesso mi raccontano cosa hanno venduto al nemico. Potendo contare sugli stessi chip e sulle stesse macchine ormai combattiamo praticamente alla pari. Almeno nel campo dei piccoli droni. Qualche differenza rilevante resta soltanto nel campo dei droni più grandi In quel settore gli ucraini possono beneficiare di molte tecnologie possedute esclusivamente dalla NATO e dalle industrie occidentali”.

Il panorama generazionale cambia bruscamente quando dal salone addestramento e manutenzione si passa a quello dedicato agli armamenti. Qui l’età media degli allievi va dai 30 ai 50 anni e passa.

 “La ragione è semplice – spiega Valery- per guidare i droni ci vogliono talenti giovani con le capacità e le peculiarità di chi ha passato lungo tempo alla consolle. E lo stesso dicasi per chi deve ripararli o modificarli. Invece per armare un drone basta attaccargli sotto una granata scelta a seconda dell’obbiettivo. Ma questo lo decide chi dirige l’operazione. Gli armieri devono solo rispondere ai comandi e dotare il drone della granata scelta in base all’obbiettivo.

Le più classiche sono le granate anti- uomo da usare contro le trincee e le squadre nemiche in campo aperto. Per colpire i blindati si usano quelle a carica cava. Invece nel caso di bunker o edifici difesi da molti nemici la scelta migliore sono le granate termobariche (nella foto sotto): bruciano l’ossigeno e uccidono per soffocamento chiunque chi si trovi in uno spazio chiuso.”

Finita la visita a questa sezione Valery (nella foto sotto) mi accompagna verso un capannone collegato al complesso industriale. Su un lato del fabbricato un allievo con il volto coperto da una maschera visore segue il volo di un drone che supera una serie di ostacoli situati all’altra estremità dell’edificio.

“Qui addestriamo gli allievi all’uso dei droni FPV in ambienti chiusi – spiega Valery. “Grazie a quella maschera e alla fibra ottica l’allievo o l’operatore hanno l’impressione di stare nella cabina del drone. Con questo sistema possiamo penetrare dentro le postazioni nemiche o dentro gli edifici di una città”.

Ma il vero passo avanti nel campo dei droni FPV sono le nuove bobine di fibra ottica che consentono agli operatori russi di seguire il velivolo fino a 50 o 60 chilometri. Una distanza quasi quattro volte maggiore di quella dei droni ucraini dotati di bobine di fibra ottica di 15 chilometri al massimo.

“Queste machine – spiega Valery – hanno cambiato la guerra in maniera irreversibile.  Io combatto del 2023 e da allora la trasformazione è stata continua. La prima volta che ho messo piede in un centro come questo noi russi eravamo molto indietro. Non conoscevamo le potenzialità dei droni e li usavamo pochissimo sul campo di battaglia. Non avevamo né dei testi, né delle strategie definite. Per addestrarmi mi documentavo su internet o seguivo gli “youtuber” americani.

Loro usavano i droni per scopi ricreativi ed io mi sforzavo di applicare le loro tecniche all’utilizzo bellico. Ma il divario con gli ucraini era enorme. Nel 2022 avevano già sviluppato delle strategie di produzione e utilizzo d’intesa con la NATO. Il divario era enorme ma questo ci ha motivati spingendoci a compensare lo svantaggio.

In un paio di anni ci siamo messi quasi alla pari e oggi in alcuni settori otteniamo risultati anche migliori dei loro. Ma la vera innovazione sono questi centri di addestramento dove trasmettiamo ai futuri operatori tutte le nozioni apprese negli ultimi anni”.

 

Droni russi sulla regione di Kharkiv

La mattina dopo siamo di nuovo sul SUV di Prius. Ci muoviamo in territorio russo costeggiando il confine con la regione ucraina di Kharkiv. Mentre Prius guida il rilevatore di droni collegato a due radio VHF incomincia a suonare.

Sul monitor compare la scritta “drone a un chilometro e mezzo”. Il fastidioso allarme ci accompagna per almeno cinque minuti. Prius intuisce il nervosismo.

“Oggi piove e c’è foschia quindi è difficile che ci colpiscono, ma fate bene a preoccuparvi… In questa regione ogni settimana fanno fuori qualche camion e varie macchine. Siamo vicini al confine lo fanno per intimorire e innervosire la popolazione. Del resto non è facile difendersi. Io nonostante il rilevatore sono stato colpito due volte. La seconda sono sopravvissuto per miracolo”.

Anche stavolta il viaggio è complesso e articolato. Per evitare di venir seguiti dall’alto o da terra Prius si ferma spesso, cambia direzione con brusche inversioni e abbandona la strada principale imboccando viuzze secondarie-

“Stiamo andando al centro da cui dirigiamo le operazioni nella zona di Kharkiv…potremmo esser seguiti dal cielo o dalla strada visto il numero di infiltrati che hanno qui gli ucraini.” Arrivati davanti ad un’anonima casetta bianca, Prius e un soldato sbucato dal nulla ci fanno segno di correre verso l’ingresso mentre l’autovettura viene fatta nascondere in un garage dall’altra parte della strada.

Il centro di controllo, come lo chiama Prius, serve a monitorare l’attività dei droni russi in volo sul cielo di Kharkiv e dintorni. L’attività di ogni drone è seguita su quattro mega schermi a cristalli liquidi situati alle pareti della sala comando al primo piano.

A farci da guida c’è Sofia, una 36enne lettone di origini russe che ha abbandonato il paese d’origine ed è diventata la portavoce di questa unità di droni. Parla sei lingue e tra queste anche l’italiano studiato durante un soggiorno di due anni in Sardegna in cui frequentò il liceo linguistico di Oristano.

“I nostri droni colpiscono solo infrastrutture militari e non – ci tiene a chiarire – obbiettivi civili come fanno i droni ucraini che volano qui fuori”. Le chiedo come mai su uno degli schermi continui a comparire il tetto ondulato di un capannone che sembrerebbe a tutti gli effetti struttura civile.

“Perché in quella struttura civile l’esercito ucraino nasconde i suoi uomini e i suoi apparati. Lo stiamo seguendo da due giorni. In base ai rilevamenti riteniamo che lì dentro si trovino apparecchiature elettroniche per la guerra anti droni”.

Cinque minuti più tardi un’esplosione illumina lo schermo, mentre un fumo bianco offusca il tetto ondulato del capannone.  “Obbiettivo colpito – esclama Sofia – i droni ci avevano visto giusto

 

Il campo d’addestramento

Una volta lasciato il centro comando dei droni Prius ci affida a un gigante in divisa di un metro e novanta con una barba a pizzo in stile ceceno che gli arriva al petto. Il suo nome in codice è Barnaul (nella foto sotto c0n l’autore dell’articolo) ed è chiaramente un ex ufficiale della Wagner entrato come molti altri tra le fila dell’Akhmat Spetsnaz dopo lo scioglimento della compagnia privata.

Con lui rientriamo nei territori del Lugansk e raggiungiamo una larga radura battuta da un insolito sole di dicembre.A lato dell’altura che ne costeggia il lato est si muovono qualche centinaio di uomini in mimetica divisi in tre gruppi. In quello davanti a noi un istruttore con il volto coperto da un passamontagna sta strapazzando un gruppo di militari poco pronta a recepire i suoi ordini.

“Fermi banda di rammolliti! Perché continuate a correre? Dovevate buttarvi a terra subito… non avete sentito la parola CONTATTO? Non ho urlato abbastanza? Siete sordi? Ricordatevi che questo può costarvi la vita! Quando il caposquadra vi urla CONTATTO significa che vi stanno già sparando addosso….  Per questo dovete subito allargarvi sui fianchi e buttarvi a terra.  Altrimenti siete morti!”

L’addestramento basico di per sé non ha nulla di nuovo. Una semplice versione russa dei classici sbalzi, con una coppia di fucilieri impegnata a garantire copertura di fuoco, mentre l’altra si muove invertendo poi i ruoli.

“Quello che cambia – spiega il responsabile dell’addestramento- è la composizione della squadra. Con l’arrivo dei droni sui campi di battaglia mandare avanti squadre di dodici o quindici uomini è un suicidio. Ormai in battaglia lavoriamo con squadre di tre, massimo cinque uomini.

Essendo in pochi è importante che siano perfettamente integrati e si conoscano benissimo. In campi d’addestramento come questo formiamo già le squadre che poi combatteranno assieme. Le formiamo accoppiando dei combattenti con precedenti esperienze sul campo a reclute vere e proprie senza una reale esperienza di combattimento. Da quanto abbiamo visto questa è la ricetta migliore per evitare grosse perdite e far funzionare bene il gruppo”.

Tra le reclute alla primissima esperienza c’è Nikita, un volontario 18enne originario della Kaluga un oblast a sud ovest di Mosca. Nonostante il volto e l’espressione da ragazzino spedito a terminare l’addestramento in è arrivato in questo campo dopo qualche mese trascorso alla cosiddetta Accademia di Akhmat Spetsnaz di Gudermes, in Cecenia.

E tra qualche settimana nonostante i brufoli sulle gote si troverà sulle prime linee di uno dei più sanguinosi conflitti degli ultimi decenni.

“E’ chiaro – ammette con un sorriso un po’ tirato – che un po’ di paura ce l’ho. Devi essere stupido per non aver paura della guerra. Ma noi russi siamo convinti che se difenderemo la Patria, Dio ci starà vicino. E questo ci dà la forza”.

Il compito degli istruttori i questo campo – spiega Barnaul – è capire le capacità delle varie reclute selezionarle e destinarle ai vari settori. Qualcuno come Nikita   diventa un fuciliere, qualcuno un mitragliere qualcuno altro viene mandato a pilotare i droni nell’Accademia che avete già visitato.

Questa selezione è importantissima perché le tattiche e le strategie cambiano con una velocità impressionante a seconda delle tecnologie impiegate. Quindi devi sempre avere dei soldati capaci di adeguarsi ai cambiamenti. Le tattiche legate ai droni, ad esempio si evolvono ogni due settimane e visto che ormai tutto è incentrato sul loro. impiego se non segui quei cambiamenti sei fregato”.

Il cambiamento più drastico sul fronte russo come su quello ucraino riguarda il soccorso ai feriti.

 “La famosa “golden hour” introdotta dalla NATO ovvero la stabilizzazione del ferito da parte degli infermieri e il suo immediato trasferimento all’ospedale da campo ormai è un’utopia da entrambe le parti del fronte. A volte a causa dei droni l’evacuazione deve venir rimandata di giorno in giorno e chi viene colpito deve saper medicarsi e resistere anche da solo perché spesso i paramedici non possono raggiungerlo.

Per questo stiamo dando molto spazio alle lezioni di pronto soccorso Ogni soldato deve imparare a soccorrersi da solo senza far troppo affidamento sugli altri Deve saper utilizzare il laccio emostatico, saper capire quando allentarlo quando stringerlo, quali iniezioni auto praticarsi.

In questo campo sviluppiamo anche la capacità d’impiegare contro-misure elettronica e le tecniche di mimetizzazione. E’ una guerra spietata e sempre più crudele. Ma non tutto è cambiato – spiega con un sorriso amaro Barnaul – la regola fondamentale resta sempre la stessa. Finche lo scarpone del soldato non calpesta il terreno di una località, quel territorio resta zona grigia. E non puoi pretendere di averlo conquistato. Per questo vincere costa caro”.

 

L’ospedale degli ex-Wagner

Lo chiamano ospedale ma non ha né croci, né insegne. L’hanno nascosto nel perimetro di un ex-fabbrica sovietica nell’area industriale di Lugansk. Le sue palazzine desolate e grigie si trasformano, appena superato l’ingresso, in una rete di corsie e sale operatorie.

A guidarlo c’è un ex- ufficiale medico della Wagner di origine Moldava. Il suo nome in codice è Bula. In Africa e in Donbass ha sempre portato il kalashnikov al fianco e lo zaino medico sulla schiena.

Ma l’assedio di Bakhmut ha cambiato la sua vita. Lì una granata di mortaio americano l’ha gravemente ferito alla testa mentre portava soccorso ad un altro ufficiale. Subito dopo la Wagner è stata sciolta. E così Bula dopo quasi dieci anni di guerre in giro per il mondo ha scelto di guidare questo centro medico.

Anche lui come molti altri “suonatori” è transitato dopo la morte di Prigozhin nelle fila dell’Akhmat Spetsnaz del generale Alaudinov. E anche lui come molti membri di quell’unità esibisce un barbone alla cecena senza baffi e con le classiche sfumature rossastre dell’hennè.

“Qui – spiega Bula – curiamo i feriti troppo gravi per gli ospedali da campo o che richiedono cure ed interventi chirurgici troppo complessi per la prima linea”, spiega mentre ci accompagna verso la sala operatoria. Dentro disteso sul lettino c’è un militare appena trasferito dalle retrovie di Pokrovsk.

E pieno di sangue e di bende. Tre infermiere e un medico sono chini su di lui impegnati a estrarre schegge e a suturare le diverse ferite. “E’ appena arrivato vedete – mostra Bula – è pieno di schegge sia nella spalla sia nel ginocchio. Levarle tutte è un’impresa. E’ stato colpito da un drone. Quegli affari hanno trasformato la guerra in un gioco infame”.

Un chirurgo che si prepara ad affiancare il collega conferma. “Gran parte dei feriti che riceviamo in quest’ospedale sono vittime dei cosiddetti droni suicidi. l vero problema delle ferite causate dai droni sono le schegge di diversi materiali. Sono di metallo, plastica o altre leghe, ma la cosa peggiore è che penetrano ovunque. A volte non si riesce nemmeno ad estrarle perché sono piccolissime”.

Per affrontare la minaccia dei droni Bula ha progettato un’ambulanza speciale. Si tratta di un enorme autocarro Typhoon-Ural blindato ridisegnato per garantire il trasporto dei feriti lungo campi di battaglia e retrovie infestate da mine e droni.

Questa ormai la chiamano tutti BulaMobil. Guardate,solo la porta pesa più di duecento chili. Al posto del classico cassone abbiamo messo un’unità di rianimazione difesa da una blindatura che mette l’equipaggio e i feriti al sicuro dalle mine e dagli attacchi dei droni. Abbiamo incominciato ad usare la Bula Mobil a Bakhmut ed ora l’abbiamo introdotta su tutti i fronti più importanti”.

Ma la parte dell’ospedale a cui Bula sembra tenere di più è quella poco lontana dal cancello principale. Lì sorgono una accanto all’altra una chiesa ortodossa dedicata a San Giorgio Martire e moschea intitolata ad Akhmat-Haji Kadyrov, il presidente ceceno grande alleato di Vladimir Putin.

“Abbiamo sistemato questi due luoghi sacri uno accanto all’altro per dimostrare che in Russia le due religioni possono tranquillamente convivere. Gli ortodossi possono pregare in questa cappella, i musulmani possono farlo nella moschea”.

All’entrata della Moschea un quadro raffigura un militare ceceno intento a pregare mentre accanto a lui uno russo spara al nemico. “Questo quadro – racconta Bula – si chiama Fratello” e risale ai primi giorni del conflitto. Un fratello musulmano prega mentre un fratello ortodosso lo protegge. L’immagine rappresenta l’essenza del Paese. Vorrebbero dividerci, ma noi restiamo indivisibili”.

 

Le guerre di Bula

Dal Centrafrica al Mali, dalla Siria a Bakhmut: Bula, l’ufficiale medico della Wagner, racconta le sue campagne.

Bula quand’è iniziata la tua guerra?

All’inizio la mia carriera è stata assolutamente normale. Ho cominciato frequentando l’Istituto Militare dal 2006 al 2011. Poi però ho incontrato Prighozin ed è cambiato tutto. E’ stato lui a farmi completare gli studi in medicina. E da quel momento ho sempre portato kalashnikov e zaino medico.

Perché ha scelto la Wagner?

Perché all’inizio mi hanno offerto di andare con loro nella Repubblica Centrafricana. Li in sei mesi abbiamo liberato quasi il 90 per cento del paese e l’abbiamo strappato ai vampiri occidentali.

Scusi, ma che differenza c’era tra voi e   i “vampiri occidentali? Puntavate tutti e due alle risorse del paese…

Le democrazie occidentale spremevano le risorse naturali di quelle terre, noi le abbiamo restituite al governo. Ho incontrato molti militari francesi da quelle parti. Con alcuni ci ho fatto amicizia. Non erano cattiva gente ma venivano usati per fare gli interessi occidentali.

E voi della Wagner cosa facevate di diverso?

Nella Repubblica Centrafricana io e un altro collega della Wagner eravamo gli unici due medici nel raggio di 300 chilometri. Bambini e vecchi, malati e feriti venivano tutti da noi. Facevamo quel che potevamo, ma cercavamo di aiutare chiunque. Ci chiamate mercenari, ma a noi a differenza dei “contractor” occidentali abbiamo cercato di lasciare quel posto in condizioni migliori di quando siamo arrivati.

E dopo il Centrafrica dov’è andato?

Ho combattuto in Libia, in Siria e in altre parti del mondo, ma il fronte più duro è stato il Mali. Ci siamo ritrovati in 12 contro 120 miliziani di Al-Qaida. Io sono rimasto ferito ad una gamba, ma ho continuato a combattere. Accanto a me un altro ufficiale ha tenuto la posizione sparando con la mitragliatrice nonostante la spalla lussata. Alla fine li abbiamo respinti ma per uscirne vivi abbiamo dovuto attraversare 22 chilometri di deserto a piedi. E trasportare due feriti con temperature di 60 gradi.

 Quando è successo?

Era l’inizio del 2022 Da lì mi hanno evacuato nelle basi in Siria e mentre ferito attendevo il rientro a Mosca ho ascoltato il discorso di Putin che annunciava l’operazione militare speciale. Ho subito pensato che la prossima destinazione sarebbe stato il Donbass. A maggio ero già sul fronte di Popasna e subito dopo a Bakhmut.

Com’è andata a Bakhmut?

Era un vero tritacarne. Noi medici della Wagner abbiamo organizzato un ospedale da campo a soli 400 metri dalla prima linea sfruttando i cunicoli della cantina dove si produceva il miglior champagne di tutta la Russia. Gli ucraini quando hanno capito che la città era perduta hanno usato i missili Himars per colpire l’ospedale. Eppure sapevano che dentro c’erano non solo i nostri feriti, ma anche civili e prigionieri ucraini. Sono morte solo 12 persone ma poteva essere una carneficina visto che almeno due missili non sono esplosi.

E lì è stato nuovamente ferito…

Si una granata americana da 105 mi ha provocato una commozione cerebrale molto seria.  Da allora non posso più combattere.

Poi è arrivata la rivolta della Wagner, lo scioglimento e la morte del vostro capo. Qual’é stato l’errore di Prigozhin?

Lui ci ha insegnato a non fermarci mai. Non so se abbia sbagliato, preferisco non parlarne. In verità continuiamo a fare le stesse cose. Siamo parte di una nuova struttura guidata dal generale Alaudinov, ma nel mio ospedale curo sempre i combattenti della Wagner. E loro continuano a lavorare e combattere su tutti i fronti dal Lugansk al Donetsk, da Zaparizha a Kherson. Noi della Wagner continuiamo ad esserci e non moriremo mai.

La Wagner è nata quando i russi combattevano i ceceni. Non le sembra strano far parte di un’unita di origine cecena?

Utkin o Prighozin non m’hanno mai raccontato com’è nata la Wagner ma anche prima Akhmat e Wagner combattevano assieme. La nostra bandiera con i colori della Russia e della Cecenia, la croce ortodossa e la mezzaluna musulmana simboleggiano quest’unità.  Non conta la nazionalità, ma l’unità nel nome della Russia.

Ha passato la vita a combattere, non ha voglia di pace?

La guerra non è mai un bene. Preferiremmo tutti non ci fosse ma solo se combatteremo fino in fondo non ci saranno altre guerre. Se non ne estirpiamo le cause il conflitto si riprodurrà come una metastasi. Per questo dobbiamo combattere e vincere.

Foto: Gian Micalessin

 

 

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Nato a Trieste nel 1960, è uno dei più noti e apprezzati reporter di guerra italiani. Dal 1983 ha seguito sul campo decine di conflitti inclusi i più recenti in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Ucraina. Reporter e opinionista per Il Giornale e il sito Gli Occhi della Guerra, nella sua carriera ha collaborato con Corriere della Sera, Repubblica, Panorama, Libération, Der Spiegel, El Mundo, L'Express e Far Eastern Economic Review oltre che con le emittenti televisive CBS, NBC, Channel 4, TF1, France 2, NDR, TSI, RaiNews24, RaiUno, Rai 2, Canale 5 e LA7. Per il suo lavoro di reporter di guerra ha ricevuto il Premio Antonio Russo (2003), il Premio giornalistico Cesco Tomaselli (2007) e il Premio Ilaria Alpi (2011).

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