Siria: i curdi ancora una volta sacrificati ai nuovi equilibri
Il gennaio 2026 ha visto ricominciare in Siria intensi combattimenti nelle regioni nordorientali a maggioranza locale curda. L’esercito governativo di Damasco, dove da oltre un anno s’è insediato il presidente, ex-capo delle milizie sunnite, Ahmed Al Sharaa, che a dicembre 2024 aveva scacciato Bashar El Assad, è passato all’offensiva per riprendere il controllo integrale del paese e soffocare le autonomie che le milizie curde delle Siryan Democratic Force (SDF).
Tali milizie si erano conquistate negli ultimi anni grazie anche all’appoggio degli Stati Uniti che schierano centinaia di soldati stanziati in presidi gravitanti attorno alla base di Al Tanf.
Nonostante un fragile cessate il fuoco in vigore dalla sera del 20 gennaio, gli scontri proseguono e di fatto i curdi sono stati abbandonati dagli ex-alleati americani, dopo che il presidente Donald Trump ha delegato alla Turchia guidata da un altro “uomo forte”, Recep Erdogan, principale sponsor dell’attuale governo di Damasco, la stabilizzazione della Siria.
Evidentemente a qualsiasi prezzo. La pressione governativa è finalizzata a porre all’SDF il sostanziale ultimatum volto a spingerli a “integrarsi” con le autorità siriane alle condizioni del governo centrale, abbandonando qualsiasi istanza di autonomia federalistica.
Via libera da Washington
E’ stato prolungato di 15 giorni, vale a dire fino all’8 febbraio prossimo, il cessate il fuoco siglato il 20 gennaio 2026 fra l’esercito governativo siriano e le milizie SDF a prevalenza curda che negli ultimi giorni hanno abbandonato le loro posizioni per ritirarsi nelle zone più settentrionali della Siria, specie nelle due aree attorno a Kobane e Hasakah.
La tregua doveva scadere il 24 gennaio, ma è stata prorogata specialmente per la mediazione degli Stati Uniti, che intendono sfruttare una finestra temporale sufficiente affinché il locale contingente americano possa trasferire in Iraq migliaia di ex-terroristi dell’ISIS finora detenuti dai curdi, ma che potrebbero approfittare della confusione della contrapposizione arabi-curdi per fuggire e rimpolpare i superstiti nuclei dell’ex-Califfato.
La tregua resta però fragile, tanto che il 24 gennaio esercito siriano e milizie curde si sono affrontati con droni a Sudest di Qamishli e anche sul fronte di Kobane.
La relativa pausa verrebbe valorizzata soprattutto dai curdi per fortificare le rispettive posizioni con multiple linee di difesa ottenute scavando nuove trincee soprattutto ad Hasakah e Qamishli, dove peraltro sono arrivati rinforzi da curdi provenienti dalla diaspora all’estero.
Il tutto sotto lo sguardo degli Stati Uniti, che dopo aver protetto per anni i curdi siriani con un loro contingente, finché li hanno ritenuti utili, hanno deciso poi di sacrificarli a nuovi equilibri pur di riconciliarsi con l’asse Ankara-Damasco.
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Una lunga telefonata si è svolta il 22 gennaio 2026 tra il comandante del Centcom, il Central Command delle forze armate USA, competente per il Medio Oriente, generale Michael Erik Kurilla, e il presidente siriano Ahmed Al Sharaa, l’ex-capo miliziano sunnita, in odore di qaedismo, insediatosi a Damasco dal dicembre 2024 dopo aver sconfitto gli ultimi resti del regime baathista di Bashar El Assad, infine scappato in Russia.
E’ stata l’ennesima riconferma del fatto che gli Stati Uniti hanno deciso di scommettere sul governo siriano, e sul suo egemone, la Turchia che lo spalleggia e manovra, per stabilizzare la Siria sacrificando le aree curde autonome, gestite dalle milizie del gruppo SDF, Syrian Democratic Forces, composto soprattutto dai curdi del movimento YPG, Yekîneyên Parastina Gel, Unità di Protezione Popolare, ma che ha anche arabi e turcomanni tra le sue fila.
Aree che negli ultimi anni si erano mantenute indipendenti anche grazie alla presenza di militari USA, ivi stanziati, pur in piccolo numero, a partire dal 2014 per contrasto ai nuclei terroristi dell’ISIS, oltre che per controllare la più ricca zona petrolifera della Siria.
L’avallo all’offensiva iniziata dalle truppe di Damasco lo scorso 13 gennaio e solo apparentemente smorzata dal fragile cessate il fuoco del 20 gennaio, passa anche dal problema dei membri ISIS prigionieri nell’area curda e di questo hanno parlato Kurilla e Al Sharaa.
Stando al portavoce del Centcom, colonnello Tim Hawkins: “Hanno discusso l’importanza del pieno rispetto da parte delle forze governative siriane del cessate il fuoco con le Forze Democratiche Siriane, nonché il sostegno al processo coordinato di trasferimento dei detenuti affiliati all’ISIS dalla Siria all’Iraq”.
Ciò perché, sull’onda dell’avanzata siriana, le truppe americane presenti nell’area curda hanno trasferito, finora 150 detenuti dal carcere di Hasakah ad analoghe strutture situate in Iraq, nell’ambito di un piano che prevede il trasferimento totale di 7.000 detenuti che una decina d’anni fa contribuivano a formare il nerbo del Califfato ISIS che nel 2014 si stendeva a cavaliere del confine Siria-Iraq.
Problema non da poco, poiché il 20 gennaio era stata segnalata l’evasione di ben 1.500 carcerati ex-ISIS dalla prigione di Shaddadi, dopo il ritiro delle fanterie curde sotto l’avanzata governativa.
Di quella “grande fuga”, i curdi SDF, per bocca del portavoce Farhad Shami, hanno accusato i governativi, mentre l’esercito siriano l’ha sua volta accreditata ai curdi. Forte è il timore che almeno una parte degli ex-ISIS possano essere utilizzati come manovalanza e “irregolari” di comodo nel confronto con i curdi, ma certo spicca il via libera di Washington alle nuove operazioni di Al Sharaa, arrivato dopo un lavorio diplomatico che gli Stati Uniti hanno compiuto nei confronti di Damasco e anche di Ankara.
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Certo, restano inquietanti i trascorsi di Al Sharaa (nella foto sopra), già capo, col nome di battaglia Abu Al Jolani, delle milizie integraliste sunnite Hayat Tahrir Al Sham, HTS, di ispirazione salafita, che hanno fatto da ariete per la caduta di Assad alla fine del 2024, sostenute dai turchi. E
che di fatto sono state inglobate nel nuovo esercito siriano giusto un anno fa, il 29 gennaio 2025, dietro il paravento del loro scioglimento ufficiale.
Significa che gran parte delle attuali truppe siriane, provenienti dalle file di HTS e di altre milizie anti-Assad alleate, non è troppo lontano, come forma mentis, dall’ISIS.
Lo sa bene anche il presidente statunitense Donald Trump, che il 20 gennaio ha ammesso apertamente il passato jihadista di Al Sharaa/Al Julani, che però non impedisce affatto l’appoggio USA nell’ottica di una realpolitik mirata a una pacificazione, con pugno di ferro, per procura dell’area.
Anzi, l’uomo della Casa Bianca fa capire che proprio la durezza del presidente siriano ne fa l’uomo adatto alla bisogna. Ha detto Trump, col suo linguaggio colorito: “Il presidente della Siria sta lavorando molto duramente. È un uomo forte, un duro con un curriculum piuttosto brutale. Ma non puoi mettere un chierichetto a fare quel lavoro”.
Lo stesso giorno, l’inviato speciale americano nel Levante, il diplomatico Tom Barrack (nella foto sotto), ha utilizzato il pretesto del possibile risorgere dell’ISIS per giustificare l’avanzata siriana contro i curdi vedendola come il male minore, pur di imporre su tutto il territorio un’unica autorità, meglio se gradita all’alleata Turchia: “Ai curdi viene offerto un percorso verso la piena integrazione in uno stato siriano unificato con diritti di cittadinanza, tutele culturali e partecipazione politica. I curdi erano il partner più adatto con cui Stati Uniti potessero collaborare per sconfiggere l’ISIS ma la situazione è cambiata radicalmente, poiché Damasco è ora attrezzata per collaborare con Washington negli sforzi di antiterrorismo. L’alternativa, una separazione prolungata, potrebbe portare all’instabilità o alla rinascita dell’ISIS”.
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Proprio Barrack era stato l’artefice, nei mesi precedenti, del disgelo fra gli Stati Uniti e la nuova Siria di Al Sharaa, avendo egli fatto assiduamente la spola fra Washington, Damasco e l’egemone locale Ankara.
Del resto, già il 10 novembre 2025 Trump aveva accolto alla Casa Bianca in visita ufficiale Al Sharaa, l’ex-jihadista “ripulitosi” con giacca e cravatta, ed era stato anche quello uno dei primi indizi della nuova tendenza in corso. Il 21 gennaio Trump ha parlato per telefono direttamente con il presidente turco Recep Erdogan, il gran burattinaio di Al Sharaa.
Oltre a discutere di altri scacchieri, come Gaza, Trump e Erdogan hanno concordato che “una Siria pacifica, libera dal terrorismo e in via di sviluppo sotto tutti gli aspetti, contribuirà alla stabilità della regione”.
Erdogan, dal canto suo, ha definito le milizie curde SDF “gruppi terroristici legati al PKK”, la celebre sigla operante da decenni sul versante turco del Kurdistan.
Il “sultano” di Ankara ha anche lanciato preciso moniti ai curdi dichiarando alla televisione di Stato turca TRT che l’SDF deve deporre le armi: “La nostra speranza è che questa questione venga risolta definitivamente senza ulteriori spargimenti di sangue, che l’organizzazione terroristica, confinata in alcune aree della Siria settentrionale, deponga le armi, venga eliminata e cessino ulteriori conflitti. È impossibile per l’organizzazione terroristica mantenere la sua presenza nelle aree in cui è confinata. In questa fase, ricorrere alle provocazioni è chiaramente un suicidio”. E poi: “Non possiamo tollerare una struttura separatista che rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza del nostro Paese lungo i confini meridionali della Turchia”.
Ribaltamento e crisi
A conferma della giravolta degli Stati Uniti, il Wall Street Journal ha scritto il 22 gennaio che il governo di Washington sta valutando in questi giorni “il ritiro totale delle truppe americane dalla Siria”, come anticipano anonimi funzionari del Pentagono sentiti dal giornale.
Ciò perché, se davvero le forze SDF si sciogliessero, costrettevi dall’offensiva dei soldati di Al Sharaa, per gli Stati Uniti perderebbe ogni significato mantenere in Siria un migliaio di soldati, un contingente, quello del Pentagono, che peraltro ha sempre avuto una forza relativamente limitata perché sparpagliato sul territorio e dotato di pochi armamenti pesanti, come ad esempio i veicoli cingolati da combattimento M2 Bradley, pur contando all’occorrenza sul massiccio appoggio aereo proveniente dalle varie basi dell’USAF in Medio Oriente, che siano la turca Incirlik, la qatariota Al Udeid e altre.
Come ha scritto il Wall Street Journal: “Washington sta considerando una completa ritirata delle truppe americane dalla Siria, dicono ufficiali USA, in quanto il presidente siriano Ahmed Al Sharaa s’è mosso per strappare il controllo della parte nordorientale del paese da una milizia a guida curda sostenuta dagli americani.
L’iniziativa porrebbe fine a un’operazione americana durata un decennio in Siria, che iniziò nel 2014 quando l’ex-presidente Barack Obama intervenne nella guerra civile del paese. E ciò avverrebbe in quanto il governo di Al Sharaa ha ordinato al partner militare di lunga data degli Stati Uniti nella regione la milizia a guida curda Syrian Democratic Forces, di smantellarsi dopo un’offensiva lampo nel fine settimana che ha portato la milizia sull’orlo del collasso”.
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Negli ultimi giorni le truppe americane si stanno in sostanza occupando solo del trasferimento in Iraq dei detenuti ex-ISIS presenti nelle carceri e nei campi di prigionia, confermando che, a livello di pretesto politico, era sempre l’evitare il risorgere di nuclei del Califfato lo scopo principale del loro dispiegamento nella zona, oltre alla vigilanza sui campi petroliferi Conoco, e non certo un improbabile interesse americano per l’autonomia locale dei curdi siriani.
L’avanzata governativa sta mettendo in crisi le formazioni dell’YPG e riducendo a vista d’occhio il territorio della regione autonoma curda, denominata in curdo Rojava ma nota anche con la sigla inglese DAANES, da Democratic Autonomous Administration of North and East Syria.
L’esercito siriano, la cui forza complessiva è valutata attualmente in circa 100.000 uomini, ancora lontani dall’obbiettivo di Damasco di arruolarne in permanenza almeno 200.000, è guidato dal ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra e dal capo di Stato Maggiore Ali Noureddine Al Naasan, entrambi ex-comandanti militari del movimento jihadista HTS di Al Sharaa, e può vantare una certa superiorità numerica sulle milizie SDF, che vengono valutate in almeno 50.000 uomini e donne, di cui almeno 35.000 dell’YPG, considerato che, da tempo, parte dello sforzo bellico curdo viene sostenuto da reparti interamente femminili, specie quelli raggruppati nell’YPJ, o Yekîneyên Parastina Jin, Unità di Protezione delle Donne, che essa sola può schierare sul campo almeno 8.000 donne ben addestrate alla guerriglia fin dai tempi della lotta contro i soprusi dell’ISIS.

Prima di poter concentrare la propria forza nel Nordest, ingrossata da milizie di estremisti arabi anti-curdi, il governo doveva assicurarsi di chiudere le ostilità con i drusi nel Sud, d’intesa con Israele, che nel corso del 2025 li ha più volte protetti con incursioni aeree sulle installazioni militari siriane.
I curdi sono stati costretti a ripiegare, entro le ultime settimane di gennaio verso le regioni di Kobane e Hasakah, dove si sono arroccati. In parole povere, le truppe siriane stanno schiacciando le milizie a prevalenza curda con le spalle al muro, pressandole nelle estremità settentrionali del paese a ridosso della frontiera con l’ostile Turchia, che fa da incudine insieme alle milizie filo-turche attive nella zona.
Solo nei primi 8 giorni della campagna militare, dal 13 al 21 gennaio, la lotta, caratterizzata da parte siriana da intensi martellamenti d’artiglieria per far sloggiare i miliziani curdi, avrebbe causato circa 1000 morti per ciascuna delle due parti, stando a fonti come il Syrian Observatory for Human Rights.
Nonostante il cessate il fuoco in vigore dalle ore 20.00 del 20 gennaio, in base al quale Damasco promette di non far entrare le sue truppe ad Hasakah e Qamishli, concedendo il tempo perché i curdi decidano i modi “dell’integrazione” delle loro provincie col resto del paese, le schermaglie sono proseguite e solo il 21 gennaio sarebbe stato violato 11 volte.
Il Ministero della Difesa siriano ha diffuso il 22 gennaio un comunicato secondo il quale nelle sole prime 24 ore dalla tregua “le forze SDF hanno colpito oltre 35 volte le posizioni dell’esercito siriano, causando la morte di 11 militari e il ferimento di più di 25 altri”.
Ciò nonostante proseguano le trattative fra Damasco e i curdi, utilizzando come sede esterna la città di Erbil, nel Kurdistan iracheno, sotto i buoni auspici dello storico leader dei curdi iracheni, Masoud Barzani, che in queste settimane ha sentito più volte per telefono il presidente siriano Al Sharaa.
Proprio a Erbil sarebbe imminente un nuovo round di colloqui fra una delegazione siriana guidata dal ministro degli Esteri Asaad Al Shibani e una delegazione dell’SDF comprendente lo stesso comandante Mazloum Abdi e Rojda Afrin, responsabile delle milizie curde femminili YPJ parte delle SDF.
Anche se le trattative, pur a singhiozzo, proseguono, la situazione resta caotica e il 22 gennaio sono emersi i primi importanti resoconti sulla crisi umanitaria causata da questo nuovo rivolgimento della Siria.
Stando all’Osservatorio Nazionale per i Diritti Umani il sostanziale stato di assedio a cui è sottoposta la città curda di Kobane sta dando origine a una “grave emergenza umanitaria”. Stando agli attivisti locali “tutte le principali vie di accesso alla città sono state chiuse” e quindi non arrivano gli autocarri con rifornimenti di cibo o carburanti, mentre mancano acqua ed elettricità.
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Gli abitanti campano con le magre scorte personali accumulate in casa e per giunta arrivano migliaia di sfollati. I civili di Kobane incolpano della situazione “la mancata applicazione del cessate il fuoco da parte delle forze di Sharaa e al loro assedio”.
Il governo autonomo curdo Rojava/DAANES denuncia “crimini di guerra” nell’area di Kobane, attribuendoli alle “fazioni affiliate a Damasco” che avrebbero “violato deliberatamente e sistematicamente” il cessate il fuoco.
Il comunicato delle autorità locali curde, diffuso il 22 gennaio, afferma: “Le fazioni armate affiliate al governo di transizione di Damasco continuano, deliberatamente e sistematicamente, a violare l’accordo di cessate il fuoco, intensificando i loro brutali attacchi contro i civili e le nostre aree popolate, in particolare nella città di Kobane e nella regione di Jazira. Esprimiamo pieno e inequivocabile impegno per il cessate il fuoco dichiarato e costante preoccupazione di risparmiare il sangue del nostro popolo e di preservare la stabilità e la sicurezza nella regione”.
Un portavoce del Rojava conferma che “Kobane è oggi senza acqua, elettricità o servizi di base a causa dei continui attacchi alle sue infrastrutture, l’ultimo dei quali è stato il blocco della rete internet e l’isolamento dal mondo esterno.
La campagna a Est dell’Eufrate è una guerra sistematica di annientamento, volta a spezzare la volontà del nostro popolo e a cancellare le sue conquiste”. Vano sembra il richiamo del Rojava alla comunità internazionale e soprattutto al vecchio alleato, gli Stati Uniti, affinché intervengano.
Il rovesciamento delle alleanze rende, purtroppo per il popolo curdo, patetiche queste parole: “Lanciamo un appello alla comunità internazionale e alla coalizione guidata dagli Stati Uniti perché intervengano con urgenza e immediatezza per fermare questi attacchi e mettere fine ai crimini di guerra commessi contro i civili”.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) ha inoltre calcolato che, solo dal 18 al 22 gennaio, il numero degli sfollati nella provincia di Hasakah è salito vertiginosamente da 5.275 a ben 134.803 persone.
Gli abitanti dei villaggi fuggono temendo un intensificarsi degli scontri, inoltre almeno 41.000 persone sono in “rifugi collettivo con urgente bisogno di cibo e beni di prima necessità”, mentre 1.647 sfollati sono stati segnalati fra Aleppo e Kobane.
Il 21 gennaio, nell’evidente tentativo di sensibilizzare l’Occidente sulla sorte dei propri fratelli siriani, lo storico leader del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, è stato in visita a Roma, dove ha incontrato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, il quale gli ha ribadito la posizione dell’Italia a favore della riconciliazione in Siria. Il capo della Farnesina ha detto a Barzani: “La stabilità in Siria è cruciale per noi ma anche per il Medio Oriente. In Siria lavoriamo per rafforzare il dialogo tra Al Sharaa, i curdi, i cristiani, le persone siriane”.
L’indomani è stata la Francia, che peraltro un secolo fa era potenza mandataria in Siria dopo il crollo dell’Impero Ottomano, a mostrare di interessarsi della questione. Stando al portavoce del Ministero degli Esteri di Parigi, Pascal Confavreux: “La Francia resta impegnata nel processo di appoggio ad una Siria che includa tutte le minoranze. Noi non abbandoniamo i curdi, sappiamo quello che dobbiamo loro. Sono nostri fratelli d’armi”.
Nelle stesse ore l’Eliseo rendeva noto che il presidente francese Emmanuel Macron in persona aveva sentito per telefono Al Sharaa, dicendosi a favore di una Siria unita, ma nel rispetto delle sue minoranze: “Esprimiamo appoggio alle autorità siriane per costruire una Siria unita, sovrana nel rispetto dei nostri interessi di sicurezza e in particolare della lotta contro il terrorismo. Auspichiamo l’applicazione della tregua sulla base dell’unità della Siria e del rispetto di tutte le sue componenti, in particolare delle sue popolazioni curde. Ciò implica, anche sul piano della sicurezza, un coordinamento in seno alla coalizione anti-ISIS per garantire la sicurezza e un trasferimento ordinato dei centri di detenzione”.
Curdi sotto pressione
Come rilevato il 23 gennaio 2026 da una mappa dell’istituto americano ISW, la situazione sul campo aggiornata alla sera del giorno 22, mostrava le milizie curde sotto pressione e separate dall’insinuarsi dell’esercito siriano e delle sue milizie tribali di appoggio in un ampio saliente che separa le due grosse sacche dei circondari di Kobane e di Hasakah.
L’esercito siriano impegnava le milizie curde nella parte Sud del territorio di Kobane, mentre nelle retrovie curde la città soffriva ormai carenza di beni e di energia. Nel frattempo un incontro tenutosi a Erbil, in Iraq, fra il comandante dell’SDF Abdi e l’inviato speciale americano per la Siria, Barrack, per discutere l’integrazione richiesta da Al Sharaa delle milizie curde nell’esercito siriano non ha avuto risultati positivi.

La parallela analisi pubblicata dall’Institute for the Study of War (ISW) il giorno 23 è impietosa, criticando l’irruenza del governo di Al Sharaa e spronando gli USA a cercare di comporre la frattura fra Damasco e i curdi nel superiore interesse della lotta al terrorismo e del non lasciare spazi di manovra ai superstiti nuclei dell’ISIS: “La minaccia globale dell’ISIS è stata contenuta in larga parte nei campi in Siria sorvegliati dai partner delle milizie curde SDF.
L’operazione dell’attuale governo siriano per prendere pieno controllo delle aree curde in Siria in un modo rapido e disorganizzato mette a rischio un decennio di successi contro l’ISIS. Gli Stati Uniti devono prontamente e fermamente trattenere Damasco e pressarla verso un compromesso con le forze curde che consenta alle sole forze immediatamente disponibili di continuare a tener testa alla minaccia di un risorgente ISIS”.
In sostanza, si riconosce che nelle impervie regioni della Siria nordorientale, solo le milizie curde, con l’appoggio americano, possono realmente arginare i gruppi che puntano ancora per restaurare il Califfato.
L’analisi dell’ISW rammenta che il governo centrale di Damasco non può sperare di sostituire in breve tempo l’efficiente rete militare e di intelligence dell’SDF, che ha consentito ai curdi, insieme ai loro consiglieri americani, di gestire e vigilare su un totale di 9.000 prigionieri ex-ISIS.
Ora il caos di questi giorni rischia di vanificare tutto consentendo a molti dei detenuti, fuggiaschi per la disgregazione delle istituzioni di sorveglianza curde, di ridarsi alla macchia prendendo contatto coi loro complici rimasti liberi e ridare spazio alle bandiere nere.
Ciò perché il governo siriano manca dell’esperienza di intelligence e militare adatta alla lotta all’ISIS, anche perché ha obbiettivi diversi da quelli degli Stati Uniti e dell’Occidente, ovvero consolidare una Siria unita a ogni costo, anche schiacciando le autonomie locali curde.
Prosegue il documento dell’ISW: “Il governo siriano ha molte altre priorità nel breve termine che quasi certamente prevarranno sulla lotta all’ISIS. (…) Il governo siriano non può gestire i detenuti nelle strutture guidate dall’SDF in modo così stringente come ha fatto l’SDF, il che può condurre al rilascio dei combattenti ISIS, sia intenzionalmente, sia non intenzionalmente”.
Il 23 gennaio è giunta notizia che le forze curde si sono ritirate dal carcere di Al Aqtan, a Raqqa, pare a seguito dei negoziati in corso tra le fazioni governative e il comando delle forze curdo-siriane, a partire dai contatti del 18 gennaio. Così almeno sostengono fonti del governo di Al Sharaa.

Sarebbero almeno 800 i combattenti curdi che lasciando l’area del carcere di Raqqa, dove nei precedenti 5 giorni avevano resistito alle truppe siriane, hanno potuto ripiegare verso Kobane, per rinforzare la propria compagine assediata dall’esercito regolare.
L’area del carcere era stata lungamente bombardata con artiglieria dai soldati siriani che a detta dell’SDF avevano anche disposto un cordone composto da molte unità di fanteria e di carri armati. Poche ore dopo il Ministero dell’Interno siriano ha informato che i curdi si erano lasciati dietro numerosi ordigni esplosivi con cui avevano minato il suddetto carcere.
I genieri dell’esercito siriano, e in particolare “le unità cinofile K9” hanno però individuato gli ordigni, ed è stata effettuata la relativa bonifica.
Intanto l’UNHCR, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, ha annunciato di essere riuscita a far entrare i propri membri nel noto campo di Al Hol, che ospita da anni migliaia di presunti parenti di combattenti dello Stato Islamico.
Lì l’UNHCR ha ripreso la consegna degli aiuti umanitari. Dopo aver inizialmente affermato che l’ingresso era stato impedito da precarie condizioni di sicurezza, l’UNHCR ha precisato su X che ha potuto infine entrare ad Al Hol “accompagnata da funzionari del governo siriano” e che “la consegna di beni essenziali è ripresa, compresi i camion carichi di pane”.

L’esercito siriano era già entrato nel campo di Al Hol il 21 gennaio con una colonna di veicoli blindati poche ore dopo che i curdi se ne erano ritirati. Al momento attuale vi risiedono 24.000 persone, tra cui 14.500 siriani e 3.000 iracheni, oltre a 6500 provenienti da altri 42 paesi, sottoposti a massima sorveglianza in una sezione separata del campo.
Della “popolazione” di Al Hol fanno parte inoltre 6300 donne e bambini stranieri. Al suo apice nel 2019, nel campo vivevano 73.000 persone, il cui numero s’è poi ridotto per i rimpatri di molti stranieri. Sembra che del caos di questi giorni abbiano approfittato alcune famiglie per fuggire, ma mancano conferme ufficiali. Tom Barrack, inviato degli Stati Uniti in Siria, ha dichiarato che il ruolo delle SDF come principale forza anti-Isis “è in gran parte scaduto, poiché Damasco è ora disposta e pronta ad assumersi le responsabilità in materia di sicurezza”. Ha aggiunto che “i recenti sviluppi dimostrano che gli Stati Uniti stanno attivamente facilitando questa transizione”.
L’atteggiamento del governo siriano è stato però fin dall’inizio sospetto nei riguardi di Al Hol, dato che, a parte far entrare l’UNHCR, il Ministero dell’Interno di Damasco ha vietato il 21 gennaio l’accesso dichiarando il campo e le aree limitrofe “zone completamente vietate all’avvicinamento”.
Non è ancora chiaro se Damasco intenderà trattare con la necessaria severità gli ex-ISIS o se invece, come temuto da molti, fra cui gli analisti ISW, si dimostrerà incapace o non interessata a una particolare vigilanza, forse anche per le similitudini di mentalità fra gli islamisti dell’ex-Califfato e quelli del movimento HTS di Al Sharaa confluito nell’esercito siriano.
Da qui a immaginare, nei prossimi mesi, una generale amnistia, o quantomeno una “clemenza” che possa far affluire legioni di terroristi islamici anche in Europa o America, il passo è breve.
Già il 20 gennaio il Ministero della Difesa siriano aveva sostenuto che i reparti dell’esercito erano “pienamente pronti” a prendere in consegna il campo, sostenendo però che era in atto una “strumentalizzazione da parte delle SDF dei dossier dei prigionieri e dei foreign fighters dell’ISIS”, reputata arma di ricatto politico per creare confusione.

Nemmeno gli USA, nonostante il loro recente avvicinamento a Damasco, si fidano comunque troppo del nuovo alleato, specie in fatto di pericolo-ISIS. Perciò, il 21 gennaio, il comandante delle forze statunitensi in Medio Oriente, ammiraglio Brad Cooper, ha chiesto al presidente siriano Al Sharaa di assicurare un reale sostegno al trasferimento dei detenuti jihadisti dalla Siria all’Iraq, a cui sta lavorando il contingente americano in Siria. Cooper ha esortato per telefono Al Sharaa a “evitare qualsiasi azione che possa interferire” con il processo. Al Sharaa e Cooper avrebbero anche parlato “dell’importanza che le forze governative siriane aderiscano a un cessate il fuoco con le forze curde”.
Dal canto suo, il governo iracheno ha già fatto sapere di aver avviato procedimenti giudiziari per i primi 150 detenuti dell’ISIS che i militari USA hanno già portato nel territorio soggetto a Baghdad, i primi di oltre 7.000, per i quali ci vorrà tempo.
Washington aveva reso noto il trasferimento di un primo gruppo di prigionieri dello Stato islamico dal carcere siriano di Hasakah, che fino a poco tempo fa, sin dal 2019, era controllato dalle forze curde, e ora è invece passato sotto il controllo dei militari di Damasco, “verso un luogo sicuro in Iraq”.
Gli Stati Uniti hanno lasciato intendere sfiducia nella tenuta della sicurezza per i detenuti ISIS. Intanto il governo iracheno ha precisato: “Tutti i sospetti di aver fatto parte dell’ISIS, non importa di quale nazionalità o posizione, sono sottoposti esclusivamente all’autorità della giustizia irachena e le nostre procedure giudiziarie saranno applicate senza eccezioni”.
Tuttavia il premier iracheno Mohammed Shia Al Sudani ha parlato il 23 gennaio per telefono con il presidente francese Emmanuel Macron chiedendogli in sostanza che i paesi dell’Unione Europea si occupino degli ex-ISIS stranieri provenienti dalle nazioni occidentali: “I Paesi del mondo, in particolare quelli dell’Unione Europea, si facciano farsi carico dei propri cittadini detenuti come affiliati all’ISIS e trasferiti dalla Siria all’Iraq”.
L’ufficio di Al Sudani ha anche diffuso tale comunicato: “E’ importante che gli Stati assumano le proprie responsabilità, in primis i Paesi europei, riprendendosi gli elementi di propria nazionalità per garantirne il processo e l’applicazione di una pena giusta”.

Da Bruxelles, un portavoce dell’Unione Europea, Anwar Al Anouni ha espresso “grave preoccupazione” per le notizie di fughe di combattenti stranieri ISIS dalle prigioni siriane approfittando degli scontri fra governo centrale e curdi: “Le potenziali fughe avvenute negli ultimi giorni in mezzo agli scontri destano grande allarme. Monitoriamo la situazione con la massima attenzione”.
Secondo fonti riservate ad Al-Arabiya English: “Il consolidamento del cessate il fuoco tra Damasco e le Forze Democratiche Siriane (SDF) è condizione indispensabile per proseguire i trasferimenti di detenuti ISIS verso l’Iraq”.
Per le stesse fonti, il comandante del CENTCOM statunitense avrebbe visitato la Siria per cercare di stabilizzare la malferma tregua tra forze governative siriane e SDF. Due funzionari della sicurezza iracheni hanno rivelato che la prima parte di detenuti ISIS ricevuta da Baghdad mercoledì include europei che occupavano posizioni di vertice nell’organizzazione jihadista.
Secondo uno dei due: “La prima tranche comprende leader di ISIS, tra i criminali più efferati di diverse nazionalità: europei, asiatici, arabi e iracheni”. L’altro ha aggiunto: “Sono 85 iracheni e 65 stranieri, tra cui europei, sudanesi, somali e cittadini del Caucaso. Tutti hanno partecipato alle operazioni di Daesh (l’ISIS) in Iraq e ricoprivano ruoli di comando (‘amìr’) nel gruppo”.
Il trasferimento di 9.000 detenuti ISIS da oltre 12 centri di detenzione nel nord-est della Siria – controllati dalle SDF a guida curda – è iniziato dopo una richiesta formale avanzata da Baghdad, accolta con favore dal governo siriano e dalla coalizione a guida USA.
L’avanzata di Damasco
Le operazioni militari avviate il 13 gennaio 2026 dalle truppe di Damasco contro le milizie SDF hanno avuto un prodromo nei giorni precedenti ad Aleppo, dove a seguito delle tensioni etniche fra curdi e arabi locali le truppe governative avevano iniziato a operare già il 6 gennaio dopo che loro soldati erano stati assaliti da combattenti curdi.
Ciò aveva portato a 4 giorni di scontri urbani a seguito dei quali un primo cessate il fuoco siglato il 10 gennaio aveva spinto l’SDF a ritirarsi dai quartieri curdi di Aleppo, quelli di Sheikh Maqsoud e Ahrafiyeh, verso i più difendibili territori a Nordest della città.

Gli scontri ad Aleppo erano scoppiati subito dopo il fallimento di un ennesimo negoziato fra i curdi e il governo centrale di Damasco con cui la minoranza intendeva conservare l’autonomia ritagliatasi nei lunghi anni della guerra civile siriana iniziata nel 2011.
Già nei primi mesi seguiti alla caduta di Assad a dicembre 2024, infatti, i curdi SDF speravano in una nuova pagina con la auspicata trasformazione della Siria in un paese federale, ma Al Sharaa non la vedeva allo stesso modo, preferendo uno stato centralizzato.
ei primi mesi del 2025 erano proseguiti i combattimenti tra esercito, appoggiato dai militari turchi, ed SDF, finché in marzo si era raggiunto un generico compromesso con cui Damasco prometteva la non meglio specificata “integrazione” dei curdi nella rinnovata nazione siriana.
Doveva essere il primo passo per successive trattative, ma per tutto il 2025 schermaglie armate alternate a incontri inconcludenti hanno impedito una riconciliazione con Damasco per varie ragioni.
Fra le principali, il sostanziale controllo turco sulla leadership siriana, evidentemente utilizzata per tenere a bada i curdi siriani e impedire facciano da calamita per i curdi turchi, il rifiuto governativo al concedere un effettivo autogoverno locale e il rifiuto di integrare nelle forze armate siriane i miliziani SDF come reparti etnici organizzati, bensì separandoli per individui.
Il trascinare lo stallo è servito di fatto a Turchia e Siria per guadagnare tempo e intensificare le aperture diplomatiche con gli Stati Uniti in modo da staccarli dai curdi e convincerli che sarebbe stato più conveniente puntare su un forte stato unitario per impedire che i curdi rialzassero la testa.
Le richieste di autonomia federale dei curdi sono state infatti interpretate da Damasco e Ankara come il rischio, in prospettiva, che una crescente base di potere possa col tempo fare da baricentro per i curdi di Turchia, Iraq, Iran, riconfermando il delicato problema esistenziale del popolo curdo che è l’essere diviso da frontiere di più nazioni.

Se si considera che trasformare un’area etnografica come il Kurdistan, valutata tra 25 e 30 milioni di abitanti, in un vero e proprio stato significherebbe ritoccare pesantemente i confini di almeno quattro stati, di una regione per giunta già di per sé “vulcanica” come il Medio Oriente, ben si comprende perché gli Stati Uniti, con la nuova amministrazione Trump, possano aver soppesato tutti i pro e i contro della questione, temendo che continuare ad appoggiare i curdi avrebbe potuto creare instabilità indesiderata dando origine a un focolaio capace, sul lungo periodo, di fare da magnete per i fratelli d’oltrefrontiera.
Così, quasi come una maledizione ancora lungi dall’essere spezzata, il popolo curdo seguita a soffrire suddiviso fra quattro stati, nessuno dei quali ha interesse a un Kurdistan indipendente.
E ciò a dispetto della veneranda tradizione di queste genti, che non sono arabe, bensì di lingua e ceppo indoeuropei, come quasi tutti i popoli d’Europa e come la maggioranza dei popoli stanziati fra Iran, Afghanistan, Pakistan e India. Curdi che, addirittura, si potrebbero già ravvisare negli antichi “carduchi” citati da Senofonte nella sua “Anabasi” fra le nazioni incontrate dai famosi “Diecimila”, i mercenari greci che nel 400 avanti Cristo attraversarono quelle montagne per sottrarsi dall’inseguimento delle armate persiane.
Su questi presupposti il 4 gennaio 2026 è fallito un summit a Damasco fra rappresentanti del governo siriano e un gruppo di ufficiali dell’SDF, tra i quali lo stesso comandante supremo delle milizie curdo-siriane, Mazloum Abdi. All’incontro pare abbia partecipato anche un ufficiale statunitense, il generale Kevin Lambert, attuale comandante della forza multinazionale a guida USA deputata alla lotta all’ISIS, la Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve.
Pur ripromettendosi ulteriori consessi successivi, le due parti sapevano già probabilmente che si era alla vigilia dello scontro. Tant’è che appena il giorno dopo, fra il 5 e il 6 gennaio, una delegazione siriana arrivata a Parigi per previsti colloqui con delegati israeliani, mediati dagli americani, su nodi come il Golan e la minoranza drusa, sostenuta da Israele, avrebbe già presentato ai diplomatici israeliani e americani i piani militari per incalzare i curdi nel Nord del paese, incassando il sostanziale via libera dall’America, già scontato, e da Israele, a cui interessa discutere non del Nord, ma del confinante versante meridionale della Siria. Quei giorni a Parigi il governo di Al Sharaa era rappresentato nientemeno che dal ministro degli Esteri Asaad Al Shaibani e dal capo dei servizi d’intelligence Hussein Al Salama.

Due giorni dopo iniziavano i combattimenti ad Aleppo e già il 9 gennaio Al Sharaa si consultava al telefono con Erdogan, mentre lo stesso giorno arrivavano a Damasco per una visita-lampo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa che invitavano alla moderazione.
Poche ore dopo, il ministero della Difesa siriano annunciava il cessate il fuoco nei quartieri Sheikh Maqsoud, Ashrafieh e Bani Zeid di Aleppo, chiedendo ai miliziani SDF di ritirarsi col permesso di portare con sé le armi leggere personali. In cambio l’esercito li avrebbe scortati consentendo loro di spostarsi nelle zone nord-orientali della Siria. Il ritiro SDF sarebbe stato accettato anche constatando che molti elementi di etnia araba arruolati con la suddetta milizia stavano disertando per passare con Damasco.
Del resto, gran parte degli abitanti arabi di Aleppo hanno considerato l’arrivo dei governativi come una sorta di “liberazione”, mal sopportando la milizia curda. Nei giorni seguenti è proseguita l’avanzata dell’esercito siriano verso le roccaforti curde, strutturandosi su più direttrici principali.
Da Aleppo a fianco di Manbiji verso Nord, con obbiettivo il circondario di Kobane, poi, poco più a Est, altri distaccamenti provenienti da due direzioni opposte, da Maskanah (Ovest) e da Maadan (Est) in convergenza su Raqqa per poi proseguire verso Nord, all’angolo sudorientale del territorio di Kobane. Più a Oriente, altre direttrici dell’avanzata siriana sono quelle che da Deir Er Zor sono risalite verso l’altra sacca curda formatasi in questi giorni, quella attorno ad Al Hasakah.
Dal 13 gennaio la ritirata curda sembra essere avvenuta puntando al salvaguardare il grosso delle forze SDF evitando pesanti combattimenti se non per lo stretto necessario a rallentare il procedere del nemico. Obbiettivo dei curdi era radunare il più possibile le proprie truppe nei più difendibili territori settentrionali.
Grande parte ha avuto il minamento e il sabotaggio di diversi ponti su fiume Eufrate, in particolare, tre ponti a Est della periferia di Aleppo e un ponte nell’area di Deir Hafer, collegante i villaggi di Rasm Al Imam e Rasm Al Krum. Il 17 gennaio i curdi ripiegavano da Deir Hafer concordando la mossa con i militari americani di stanza nella regione, che cercano di mediare fra SDF ed esercito siriano. I combattimenti hanno toccato la zona della diga di Tishrin, dove il 18 gennaio i curdi hanno rivendicato la distruzione di “10 carri armati governativi”.
Lo stesso giorno le fonti di stampa di Damasco hanno riportato che le milizie curde hanno fatto saltare due ulteriori ponti sull’Eufrate, stavolta nella zona di Raqqa, in particolare, precisano, “il nuovo ponte Alrashid”.
Intanto i curdi si ritiravano dai grossi giacimenti petroliferi di Deir Er Zor, sotto l’avanzata dei governativi. Per ostacolare gli avversari, i curdi hanno fatto saltare due ponti d’accesso a Raqqa sul fiume Eufrate.
L’esercito siriano ha conquistato anche la zona di Taqba, con la relativa base aerea, dove, secondo Damasco, 181 miliziani curdi si sarebbero arresi e altri 483 si sarebbero ritirati. Altri 64 miliziani curdi si sarebbero invece arresi nella provincia di Mansoura. Damasco ha così coquistato l’aeroporto militare di Taqba, la diga di Mansoura e le città di Ratla e al Hammam.
Il 21 gennaio, il leader curdo iracheno Barzani ha evocato lo spettro di una prolungata guerra civile fra curdi e arabi: “La convivenza dei curdi con gli arabi è molto importante, per cui va evitata una guerra con gli arabi in Siria. Stiamo facendo di tutto insieme ai nostri amici per poter calmare le acque e non far fare questa guerra”.
Frattanto, spia della tensione alimentata anche dalla Turchia per poter tener piegati i curdi su entrambi i lati della sua frontiera, un importante comandante curdo del PKK, la formazione attiva in Turchia ma vicina all’YPG, Seyban Hamo, è stato ucciso in un attacco aereo condotto da un drone turco a Qamishli, in Siria.
L’intelligence turca avrebbe scoperto che capi del PKK tenevano nella città della Siria settentrionale una riunione e l’avrebbero centrata con un drone. Alla riunione avrebbero partecipato anche elementi YPG e SDF. Qamishli non è nuova al subire raid aerei turchi.
Il 21 gennaio il ministro della Difesa siriano Qasra, ha accusato le SDF di “arresti arbitrari in corso nella provincia di Hasakah, che rappresentano una minaccia grave e diretta per l’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore da poche ore tra l’esercito siriano e le forze curdo-siriane”. Parla di “civili detenuti”, chiedendo ai curdi di rilasciarli.
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Gli arresti potrebbero essere collegati alle frizioni violente dei curdi con milizie arabe irregolari filo-Damasco, ma potrebbero anche riguardare sospetti fiancheggiatori dell’ISIS. Frattanto, lo Stato maggiore dell’esercito siriano ha accusato i combattenti curdi del vasto ricorso a mine e ordigni esplosivi improvvisati nelle province di Raqqa, Deir ez-Zor e nella zona est di Aleppo. Secondo un comunicato di Damasco, i citati ordigni avrebbero ucciso molto civili e militari.
L’esercito ha inoltre messo in guardia la popolazione civile, sostenendo che le SDF “hanno minato porte, corridoi e tunnel, collocato esplosivi camuffati da pietre o mattoni da costruzione, e trappolato mobili, veicoli, abitazioni precedentemente occupate e zone vicine alle strade principali”. Lo stesso giorno, sette soldati siriani sono stati uccisi da droni lanciati dai curdi nella regione di Hasakah.
Così, sul filo del rasoio, è andato in crisi negli ultimi giorni il precario equilibrio che reggeva da anni nel Nordest della Siria, dove le milizie curde sono state, dalla caduta del Califfato ISIS, guardiane anche della sicurezza dell’Occidente tenendo sotto stretto controllo, insieme agli americani, detenuti e sospetti complici della compagine terrorista dalle bandiere nere.
Ora, l’abdicare da parte degli Stati Uniti al loro ruolo di alleati dell’SDF nell’illusione di barattare sicurezza e disimpegno trasferendo l’appalto all’asse Ankara-Damasco, potrebbe rivelarsi un calcolo azzardato e foriero di sciagure anche per i paesi occidentali, se il rischio, che già si intuisce, è il possibile rafforzarsi dei residui dell’ISIS che possono facilmente insinuarsi negli spazi lasciati liberi da una nuova stagione di caos siriano.
Ultim’ora
Ieri l’esercito regolare siriano e le Forze Democratiche Siriane si sono accusate a vicenda di aver violato l’accordo di cessate il fuoco nella zona di Ain al-Arab/Kobane, nel nord-est della provincia di Aleppo.
Secondo quanto riferito dalla “Sala Operazioni” dell’esercito siriano, le SDF avrebbero lanciato un attacco coordinato con più di 25 droni kamikaze contro posizioni militari governative intorno a Kobane.
L’offensiva avrebbe causato la distruzione di quattro veicoli militari e colpito anche l’autostrada M4 e diversi villaggi circostanti. L’esercito denuncia inoltre che l’attacco ha provocato feriti tra i civili e che elementi delle SDF avrebbero scatenato scontri armati con la popolazione locale e causando ulteriori feriti.
Le Forze Democratiche Siriane hanno smentito categoricamente la ricostruzione damascena, attribuendo la responsabilità della violazione del cessate il fuoco all’esercito regolare. In una nota diffusa sul proprio account ufficiale su X, le SDF affermano che unità dell’esercito siriano hanno lanciato attacchi terrestri e di artiglieria contro la cittadina di Kharab Ashk, situata a sud-est di Kobane.

Le SDF denunciano inoltre che gli attacchi sarebbero avvenuti “in contemporanea con supporto aereo di ricognizione fornito da velivoli turchi senza pilota”. Secondo la loro versione, gli scontri tra le due parti proseguono ormai da oltre tre ore senza soluzione di continuità.
Il comandante generale delle FDS, Mazloum Abdi, ha dichiarato ieri di aver chiesto al governo di Damasco di non entrare nella città di Kobane (Ain al Arab), nel nord della provincia di Aleppo, aggiungendo che Damasco avrebbe espresso assenso alla richiesta.
Lo ha riferito Abdi in un’intervista rilasciata all’emittente curda “Ronahi”. Kobane, situata lungo il confine con la Turchia, è considerata uno dei principali simboli della resistenza curda contro lo Stato Islamico: tra il 2014 e il 2015 la città fu teatro di una lunga battaglia che segnò una svolta nel conflitto siriano e nel contrasto all’Isis, grazie al sostegno della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.
Da allora Kobane ha mantenuto un forte valore politico e simbolico per le FDS e per l’amministrazione autonoma del nord-est siriano.
Abdi ha affermato che gli scontri in corso a Kobane “si interromperanno” e ha sottolineato che il dialogo con il governo siriano resta aperto, precisando che il recente cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione degli Stati Uniti. Il comandante delle FDS ha inoltre indicato che la tregua attuale, prorogata per 15 giorni, dovrebbe essere seguita da “passi seri verso l’integrazione”, ribadendo la disponibilità delle Forze Democratiche Siriane ad attuare in tempi brevi l’accordo del 18 dicembre con Damasco.
Nel corso dell’intervista, Abdi ha riferito che sono stati proposti alcuni nomi per le cariche di vice ministro della Difesa e di governatore della provincia di Al Hasaka, principale roccaforte delle FDS nel nord-est del Paese, senza che sia stata ancora raggiunta un’intesa definitiva. Abdi ha aggiunto che i negoziati con Damasco si svolgono sotto supervisione internazionale, con il coinvolgimento degli Stati Uniti e della Francia, compreso il presidente francese Emmanuel Macron.
Come riferisce l’agenzia di stampa Nova, il comandante curdo ha tuttavia chiarito che il processo in corso non può ancora essere considerato un accordo finale, sottolineando la necessità di “trasparenza con la popolazione” e avvertendo che il successo degli sforzi di de-escalation dipenderà dall’impegno di Damasco e dall’assenza di condizioni ritenute “non accettabili”.

Sempre ieri media panarabi e siriani hanno riferito, citando testimoni, del ritiro delle forze militari russe schierate da 10 anni nel nord-est della Siria.
Le forze militari di Mosca si sono assembrate all’aeroporto di Qamishli, nel nord-est della Siria e si apprestano a lasciare il paese. Per il momento, affermano le fonti, le basi militari russe attorno a Qamishli sono sotto il controllo delle forze curdo-locali.
La Russia aveva avviato il suo intervento militare diretto in Siria nell’ottobre del 2015. Dopo la caduta di Bashar Assad la presenza militare russa è stata molto ridimensionata pur mantenendo la base navale fi Tartus, quella aerea di Hmeymimn e fino0 a ieri alcune basi avanzate nel nord est.
Foto: ISW, Ministero della Difesa Russo, Anadolu, SDF, R0ojava Information Center, YPG. X e Agenzia SANA
Mirko MolteniVedi tutti gli articoli
Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.








