La demolizione della rete elettrica e logistica dell’Ucraina

 

Conclusa dopo pochi giorni la “tregua energetica” annunciata dal presidente Vladinir Putin alla fine di gennaio, le forze armate russe hanno ripreso ad attaccare con forza e continuità l’infrastruttura ucraina preposta alla produzione e alla distribuzione di elettricità.

Nello specifico, sciami di droni e salve continue di missili balistici Iskander-M, missili da crociera Kalibr e Kh-101 e missili ipersonici Zircon e Kinžal hanno colpito per diversi giorni consecutivi centrali termoelettriche e sottostazioni di vari gradi di rilevanza negli oblast’ di Kiev, Kharkiv, Khmelnic’kyj Dnipropetrovsk, Vinnycja, Leopoli, Ivano-Frankivs’k, Rivne e Odessa.

I blackout e le interruzioni continue ai riscaldamenti domestici che ne sono seguiti hanno obbligato il governo ucraino immediatamente a correre ai ripari. Il ministro dell’Energia Denys Shmy’hal ha spiegato che, di fronte all’attacco sistematico dei russi contro «la base della rete elettrica ucraina», Kiev ha attivato programmi di emergenza per lo spegnimento della rete e inviato un’urgente richiesta di assistenza alla Polonia.

Le infrastrutture energetiche ucraine sono sull’orlo del collasso, con milioni di civili che rischiano di sprofondare in una catastrofica crisi umanitaria.

Per Mosca, la distruzione della rete elettrica ucraina rappresenta tuttavia una leva formidabile per costringere il governo ucraino, se non alla capitolazione, quantomeno a imbastire un negoziato che tenga seriamente in considerazione le richieste russe.

Il processo di “demolizione controllata” dell’infrastruttura energetica ucraina sembra aver raggiunto il punto critico soltanto ora, dopo almeno due anni di attacchi aerei e sabotaggi sistematici. Un’opera di smantellamento lunga, meticolosa ed economicamente dispendiosa, resa necessaria dalle peculiari caratteristiche della rete controllata da Kiev e dalla straordinaria capacità di resilienza e adattamento del personale specializzato ucraino.

 

La conformazione dell’infrastruttura energetica ucraina

L’Ucraina, la cui base economica era costituita dall’industria pesante, ha ereditato un’infrastruttura di generazione e trasmissione di energia elettrica integrata nella più ampia rete sovietica. Si tratta di un sistema ridondante ed enormemente sovradimensionato rispetto alle necessità interne, concepito e realizzato per continuare a funzionare anche in condizioni proibitive. Cioè nell’eventualità di uno scontro totale con la NATO.

Risultato: i circa 38 GW annui di capacità su cui il governo di Kiev poteva contare alla vigilia dell’invasione russa – generati per metà dalle centrali nucleari, per il 23% da quelle a carbone al 23% e per il 9% da quelle a gas al 9% – risultavano sufficienti a coprire oltre il doppio della domanda di picco e circa quattro volte la domanda media.

A titolo di confronto, l’Ucraina aveva in rapporto al Pil una capacità installata per miliardo di euro equivalente al sestuplo di quella riconducibile alla Francia.

La conquista dell’impianto nucleare Energodar, nella regione di Zaporižhia (6 GW) e di una serie di centrali termoelettriche nel Donbass ad opera dei russi ha ridotto drasticamente la capacità di generazione di energia elettrica ucraina, portandola a circa 20 GW entro la primavera del 2023.

Nonostante il sostanziale dimezzamento della capacità produttiva, Kiev rimaneva comunque nella disponibilità delle risorse necessarie a soddisfare adeguatamente sia la domanda media (7-10 GW) che quella di picco (17-20 GW nei periodi più freddi), tendenzialmente declinanti per effetto dell’emigrazione di una quota assai significativa della popolazione e del crollo verticale dell’attività economica.

L’apporto cumulativo dei tre impianti nucleari rimasti sotto controllo ucraino – intoccabili per evidenti ragioni politiche – e delle centrali sia termoelettriche che idroelettriche ha in altri termini garantito all’Ucraina una base di generazione energetica sufficiente e stabile.

La produzione energetica si affianca alla rete di distribuzione, progettata e costruita anch’essa durante il periodo sovietico conformemente ai principi della ridondanza e del sovradimensionamento.

Nello specifico, la rete elettrica ucraina è formata da una linea ad alta tensione (750 kV) che collega le centrali nucleari e trasmette corrente a lunga distanza verso le maggiori città del Paese, affiancata da una rete a tensione minore (330 kV) molto più estesa che rifornisce aree urbane e industriali e interconnette tutte le altre centrali elettriche.

Queste due reti sono convergono in otto sottostazioni principali, che modulano la distribuzione a seconda delle necessità contingenti. La rete a tensione più bassa è distribuita attraverso una novantina di sottostazioni, mentre gli altri livelli di tensione dispongono di circa 40 sottostazioni aggiuntive. Ogni linea ha di serie almeno un “doppione” di riserva.

Questa eredità sovietica ha posto l’infrastruttura ucraina nelle condizioni di reggere per così tanto tempo l’urto russo, al pari delle efficaci contromisure adottate nel corso del conflitto dagli specialisti ucraini.

A partire dalla riparazione delle apparecchiature distrutte o danneggiate e dalla decentralizzazione del sistema, con il crescente impiego di unità mobili (generatori, turbine) e l’installazione di sistemi di protezione e occultamento delle sottostazioni. Un ruolo altrettanto cruciale va attribuito alle importazioni di energia elettrica, all’attivazione di fonti rinnovabili, alla graduale interconnessione con le reti dei Paesi vicini, al supporto tecnico dell’Occidente e all’aumento della quota del gas per il riscaldamento domestico, finalizzato a ridurre la dipendenza del sistema dall’energia elettrica.

 

Prima fase: l’Ucraina regge l’urto russo

Per molto tempo, l’elevato numero di obiettivi sensibili (centrali, sottostazioni, impianti produttivi, depositi di munizioni, ecc.) disseminati sul territorio combinata ai limiti della produzione bellica ha precluso alle forze armate russe la possibilità di concentrarsi con sistematicità sulla rete elettrica ucraina.

Tanto più che ogni sottostazione dispone di uno o più trasformatori collegati alla linea parallela, e di un vasto assortimento di pezzi di ricambio nelle riserve strategiche.

La società di consulenza Delwin Strategy ha delineato il seguente scenario: «circa 100 sottostazioni ad alta tensione sotto controllo ucraino, con una media di quattro trasformatori per sottostazione (riduttore a doppia funzione e commutazione multistadio), il che significa 400 trasformatori operativi da colpire, senza contare le apparecchiature di ridondanza e i pezzi di ricambio».

Secondo alcune stime, «la capacità di lancio di missili russi si aggira in media intorno alle 500 unità al mese. Se ipotizziamo un tasso di intercettazione di circa il 70% per questa simulazione, ne derivano 150 attacchi efficaci al mese. Tuttavia, solo i missili più precisi sono efficaci contro le sottostazioni, il che riduce ulteriormente la copertura effettiva: probabilmente meno di cinquanta al mese, considerando tutti gli obiettivi, senza contare gli attacchi mancati. Una stima ragionevole sarebbe quindi di circa dieci trasformatori distrutti al mese».

Conclusione: «la capacità di rigenerazione e riconfigurazione della rete di trasmissione ucraina ha superato di gran lunga la capacità di distruzione missilistica delle forze russe».

 

Seconda fase: i russi prendono il sopravvento

Quantomeno fino alla fine del 2023. Dopodiché, la situazione ha subito un graduale ma decisivo mutamento ascrivibile anzitutto all’irruzione massiccia nel conflitto dei droni Geran, prodotti in serie su licenza iraniana e poi migliorati messi abbondantemente in campo dai russi sia per saturare le difese aeree ucraine così da aprire la strada ai missili, sia per trasportare carichi esplosivi verso componenti chiave dell’infrastruttura energetica ucraina.

A partire dai trasformatori ad alta tensione da 750 kV, vulnerabili anche a detonazioni che si verificano a diversi metri di distanza. Si tratta di merci “pregiate”, prodotte da un numero estremamente esiguo di aziende di punta sprovviste dei mezzi necessari a reggere i ritmi produttivi del tempo di guerra.

La distribuzione geograficamente molto estesa e l’intensità incrementale degli attacchi russi ha inoltre precluso ai tecnici ucraini, altamente specializzati e numericamente ridotti, la possibilità di offrire interventi qualitativamente e quantitativamente all’altezza della sfida.

L’inesorabile logica dell’attrito, che premia il contendente dotato delle risorse più ingenti, si è in altri termini imposta anche in questo ambito specifico del conflitto russo-ucraino: alla lunga, le capacità di distruzione russe hanno preso il sopravvento sulle pur ragguardevolissime capacità di rigenerazione ucraine, sovvertendo l’equilibrio originario favorevole a Kiev.

Nell’ondata di attacchi sferrati tra il marzo e il maggio 2024, che hanno colpito centrali termoelettriche (mettendone fuori uso il 70%) e idroelettriche, impianti fotovoltaici, sottostazioni ad alta tensione e infrastrutture di teleriscaldamento, l’Ucraina ha perso 9 GW di capacità produttiva. Successivamente, i russi hanno preso di mira anche i siti di stoccaggio di gas naturale in superficie e in profondità, come quelli bersagliati nei primi giorni di gennaio da vettori Orešhnik.

Nel corso dei mesi, sostengono le valutazioni più accreditate, l’attivismo russo ha compromesso una quota compresa tra l’80 e il 90% della produzione termoelettrica e una porzione molto significativa di quella idroelettrica. All’inizio del gennaio di quest’anno, la capacità produttiva ucraina era piombata a 17 GW, a fronte di una domanda di picco stimata per il periodo invernale tra i 18 e i 19 GW. La disponibilità di energia elettrica è quindi scesa al 47% a metà mese, per poi crollare al 34,7% il 24 gennaio.

In tali condizioni, una dispersione di risorse attribuibile a un attacco missilistico o a un semplice malfunzionamento si traduce, specie nei periodi particolarmente freddi in un deficit energetico, con conseguenti interruzioni del servizio più o meno estese e prolungate.

 

La denuncia di Timchenko

La situazione risultava disperata già alla fine di gennaio, come denunciato in quei giorni in occasione del World Economic Forum di Davos dall’amministratore delegato di DTEK (uno dei maggiori gestori privati di centrali energetiche di tutta l’Ucraina) Maksym Timchenko: «siamo sull’orlo di una catastrofe umanitaria. Le persone ricevono elettricità per 3-4 ore, poi si trovano alle prese con interruzioni di 10-15 ore. Abbiamo condomini senza riscaldamento da settimane». A suo avviso, l’Ucraina aveva subito danni per oltre 20 miliardi di dollari.

Il successivo 1° febbraio, a poche ore dalla scadenza della “tregua energetica”, lo stesso Timchenko ha affermato con preoccupazione che «stiamo arrivando al punto critico. Abbiamo bisogno di tempo per recuperare ciò che è andato distrutto negli ultimi tre mesi. Un cessate il fuoco energetico è estremamente importante per consentirci di recuperare parzialmente ed evitare conseguenze tragiche dovute all’interruzione dell’approvvigionamento energetico».

Di lì a brevissimo, i russi hanno preso di mira l’infrastruttura energetica ucraina con uno dei più imponenti attacchi mai sferrati dall’inizio del conflitto.

Delwin Strategy intravede prospettive future estremamente cupe per l’Ucraina: «se il nucleo della rete a 750 kV, così come una parte significativa della rete a 330 kV, dovessero crollare, è probabile che le centrali nucleari verrebbero chiuse. In uno scenario così catastrofico, gran parte del Paese rimarrebbe senza elettricità per un periodo prolungato. Poiché le centrali elettriche non si riavviano facilmente una volta spente (a differenza della generazione termoelettrica flessibile), una parte significativa della rete di teleriscaldamento non sarebbe più in grado di funzionare normalmente, anche qualora le fosse data la priorità».

Sebbene risulti «improbabile che l’intero sistema elettrico crolli in uno scenario apocalittico, grazie al decentramento e all’isolamento settoriale recentemente implementati proprio per evitare una situazione del genere, l’accumulo di danni registrato nel corso dell’inverno attesta una vittoria strategica per Mosca su questo fronte. Si tratta di un vantaggio importante nei negoziati che proseguiranno discretamente per tutto l’anno».

 

I russi colpiscono anche le vie di comunicazione

Nel corso della “tregua energetica”, peraltro, la Russia ha spostato il focus dei propri attacchi sulla logistica ucraina. In particolare, sono state bersagliate autostrade, ferrovie, locomotive e vagoni.

Lo ha affermato il Ministero della Difesa di Mosca, attraverso una nota risalente allo scorso 5 febbraio in cui si legge che «aerei operativi/tattici, droni d’attacco, truppe missilistiche e artiglieria dei gruppi di forze russe hanno colpito infrastrutture di trasporto ed energetiche utilizzate dall’esercito ucraino, siti per l’assemblaggio, lo stoccaggio e il lancio di droni a lungo raggio, depositi di munizioni e anche aree di schieramento temporaneo di formazioni armate ucraine e mercenari stranieri in 148 località»

L’obiettivo, ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è sempre lo stesso: «sottomettere l’Ucraina, indebolire il morale e terrorizzare la popolazione, così da costringere Kiev a concessioni durante i colloqui di pace in corso».

Immagini: Le Figaro, Ukrinform, Ukraine Emergency Services

 

Giacomo GabelliniVedi tutti gli articoli

Analista economico e geopolitico, saggista, gestore del canale YouTube "Il Contesto | Analisi economica a geopolitica" e dell'omonimo sito web. Ha all'attivo numerose collaborazioni con testate sia italiane che straniere, tra cui le riviste "La Fionda" e "Krisis" e il quotidiano cinese "Global Times". È autore di numerosi volumi, tra cui Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell'ordine economico statunitense (Mimesis, 2021), Ucraina. Il mondo al bivio (Arianna, 2022), Dottrina Monroe. L'egemonia statunitense sull'emisfero occidentale (Diarkos, 2022), Taiwan. L'isola nello scacchiere asiatico e mondiale (LAD, 2022), Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana (Diarkos, 2023), Scricchiolio. Le fragili fondamenta di Israele (Il Cerchio, 2025).

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: