La Francia in ritardo nella guerra elettronica: il rapporto all’assemblea Nazionale

 

 

Il 18 febbraio 2026, all’Assemblea Nazionale francese, due deputati di schieramenti diversi, Didier Lemaire e Thierry Tesson, hanno depositato e presentato alla Commissione Difesa un rapporto sulla guerra elettronica, approvato all’unanimità. Non è un dettaglio procedurale: è un segnale politico. Quando maggioranza e opposizione si stringono su un tema tecnico, vuol dire che dietro la tecnica c’è un allarme nazionale.

Il cuore del documento è semplice e brutale: la guerra elettronica, cioè la capacità di controllare lo spettro elettromagnetico, non è più una specialità per addetti ai lavori. È la condizione che permette a tutto il resto di funzionare: vedere, comunicare, guidare, colpire, proteggersi. E proprio su questo terreno la Francia, secondo i relatori, si è lasciata scivolare indietro.

La guerra elettronica è l’uso dello spettro elettromagnetico per intercettare, ingannare, disturbare o neutralizzare i sistemi dell’avversario: comunicazioni, radar, collegamenti tra sensori e armi, navigazione satellitare. È anche, in parallelo, protezione delle proprie reti e disciplina operativa: imparare a combattere quando il segnale è sporco, incerto, o quando non arriva proprio.

Il rapporto lega questo dominio all’intelligence elettromagnetica, cioè alla capacità di raccogliere informazioni dalle emissioni: chi trasmette, dove, con quali apparati, con quale ritmo. È la guerra delle tracce invisibili: si vince spesso prima della prima esplosione, quando l’avversario scopre che i suoi sistemi non rispondono più.

L’esperienza ucraina viene letta come un laboratorio spietato. Disturbare la navigazione satellitare e le comunicazioni significa ridurre l’efficacia di droni, munizioni guidate e collegamenti di comando. E poi c’è la novità che cambia il gioco: droni collegati tramite fibra ottica, difficili da contrastare con il disturbo radio. Non è solo un’innovazione tecnica, è la dimostrazione che ogni contromisura genera una contro-contromisura, e chi resta fermo diventa bersaglio.

Nel Medio Oriente, il rapporto indica un’altra regola pratica: prima si spegne la vista del nemico, poi si manovra. Neutralizzare radar e sensori diventa il primo passo per aprire corridoi d’azione, disarticolare la difesa aerea, imporre la propria libertà di movimento.

 

La Francia in ritardo, soprattutto sul mare

Il punto più duro riguarda il settore navale. È lì che, secondo i relatori, la Francia è più esposta. Non per mancanza di qualità complessiva, ma per l’inadeguatezza rispetto a minacce che evolvono più velocemente dei cicli industriali.

Le incursioni di droni su siti sensibili come la base dell’Île Longue non sono solo episodi di cronaca: diventano un simbolo. Un’infrastruttura legata alla deterrenza non può permettersi routine di vulnerabilità. Se un drone può osservare, domani può designare, dopodomani può colpire o guidare un attacco. E se il disturbo radio tradizionale non basta contro certe tecnologie, la questione non è “aggiungere un apparato”, ma ripensare l’intero dispositivo di protezione.

Da qui discende un problema operativo: in mari contesi, dal Mediterraneo fino all’Indo-Pacifico, la superiorità non si misura più solo in navi e missili, ma nella capacità di sopravvivere in un ambiente elettromagnetico ostile, dove l’avversario prova a spegnerti il cervello prima ancora di affrontarti sul piano fisico.

 

Sovranità industriale: la dipendenza che diventa rischio strategico

Il rapporto insiste su una parola che in Europa si pronuncia spesso e si pratica poco: sovranità. Dipendere da fornitori esteri per manutenzione e componenti critici significa esporsi a vincoli, ritardi, condizionamenti, perfino a vulnerabilità nella catena di approvvigionamento. Se alcuni sistemi richiedono procedure speciali per proteggere dati e configurazioni, non è un dettaglio tecnico: è il segnale che la fiducia tra alleati ha sempre un margine di diffidenza operativa.

La questione si allarga se parti della filiera dei grandi programmi, compresi quelli legati alla deterrenza e ai principali velivoli da combattimento, non sono pienamente controllate poiché allora la libertà strategica è condizionata da scelte industriali fatte altrove.

C’è poi la dimensione più trascurata e più decisiva: le persone. Formare specialisti richiede anni. Ma se i contratti sono brevi e il settore privato attira con stipendi e prospettive migliori, lo Stato diventa una scuola gratuita che prepara competenze per altri. In guerra elettronica, questo equivale a disarmarsi lentamente, senza bisogno che l’avversario spari un colpo.

A questo si aggiunge la frammentazione del comando: aria, terra, mare, spazio e difesa cibernetica che procedono con logiche parallele. Il rapporto chiede una regia unitaria, capace di coordinare in tempo reale, perché lo spettro elettromagnetico non aspetta le procedure.

 

Scenari economici: la difesa come politica industriale obbligata

Primo scenario: la Francia decide di recuperare davvero. Questo significa investimenti pesanti in microelettronica, sensori, elaborazione dati, satelliti, formazione, filiere nazionali. È una politica industriale travestita da politica di difesa: crea domanda, spinge innovazione, sostiene piccole e medie imprese, ma richiede continuità di bilancio e tempi rapidi, due cose che le democrazie faticano a garantire.

Secondo scenario: si procede a metà. Si comprano soluzioni, si aggiornano pezzi, si annunciano piani ma senza massa critica e senza trattenere le competenze, il divario si sposta solo un po’, e l’avversario continua a correre.

Terzo scenario: si rinvia. In quel caso il prezzo non è solo militare ma  geoeconomico: dipendenza tecnologica, vulnerabilità delle catene, minore capacità di proteggere infrastrutture e industrie in una crisi prolungata.

La conclusione militare è netta: senza dominio elettromagnetico, anche le forze armate più moderne sono improvvisamente “cieche”. Armi guidate meno precise, droni più fragili, difese aeree ingannabili, comando rallentato. La guerra elettronica non è un accessorio: è la premessa della manovra e della sopravvivenza.

Sul piano geopolitico, la Francia prova a difendere un’idea: poter decidere senza essere prigioniera di forniture, aggiornamenti, autorizzazioni e dipendenze esterne. Sul piano geoeconomico, però, questa autonomia richiede filiere, competenze, investimenti e una visione stabile. In un mondo dove le grandi potenze trattano tecnologia e industria come armi, la guerra elettronica diventa il luogo in cui la sovranità smette di essere uno slogan e torna a essere una pratica.

Il rapporto, in fondo, dice questo: la Francia deve scegliere se limitarsi a possedere sistemi eccellenti o se essere in grado di farli funzionare quando qualcuno prova a spegnerli. E oggi la differenza tra le due cose è la differenza tra potenza e vulnerabilità.

Foto: Assemblea Nazionale e Ministero delle Forze Armate

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

Login

Benvenuto! Accedi al tuo account

Ricordami Hai perso la password?

Lost Password

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: