È ora di chiedere il conto a Stati Uniti e Israele. Il Contesto intervista Gaiani

 

Recentissimamente, il presidente Trump ha intimato all’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, pena la distruzione di tutti gli impianti di produzione dell’energia elettrica, «a partire da quello più grande». L’ultimatum scaturisce dalla necessità tassativa di mitigare l’impatto devastante generato sulle catene di approvvigionamento globali e, a ricasco, sui prezzi dal blocco di quel cruciale “collo di bottiglia” disposto da Teheran.

Le quotazione di petrolio, gas, benzina, diesel, fertilizzanti, ecc. sono salite letteralmente alle stelle. Le autorità della Repubblica Islamica non si sono tuttavia lasciate intimidire. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha chiarito che l’eventuale bombardamento delle centrali elettriche del Paese troverà immediata risposta con attacchi di rappresaglia contro infrastrutture energetiche, impianti di desalinizzazione e apparecchiature di comunicazione in tutta la regione.

La presa di posizione di Teheran giunge in parallelo all’avvio del processo di smobilitazione delle truppe statunitensi dall’Iraq, e segue di poche ore la ritorsione simmetrica sferrata dalle forze armate iraniane rispetto all’attacco israeliano contro un edificio adiacente al reattore nucleare di Bushehr, sotto forma di bombardamento della città di Dimona, che ospita il cruciale Negev Nuclear Research Center.

Il «New York Times», intanto, scrive che «mentre Stati Uniti e Israele si preparavano a entrare in guerra con l’Iran, il direttore del Mossad David Barnea sottopose al primo ministro Benjamin Netanyahu un piano operativo. Entro pochi giorni dall’inizio della guerra, il Mossad sarebbe stato in grado di galvanizzare l’opposizione iraniana — scatenando rivolte e altri atti di ribellione che avrebbero potuto portare persino al crollo del governo iraniano».

Barnea «presentò quindi la proposta agli alti funzionari dell’amministrazione Trump durante una visita a Washington a metà gennaio». Nonostante i dubbi circa la realizzabilità del piano circolati «tra gli alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence israeliane, sia il premier Netanyahu che il presidente Trump sembravano adottare una visione ottimista».

Eliminando i leader iraniani all’inizio del conflitto e implementando poi una serie di operazioni di intelligence volte a incoraggiare il cambio di regime, «pensavano che ciò avrebbe potuto portare a una rivolta di massa in grado di porre fine alla guerra in tempi brevi».

Ne parliamo assieme a Gianandrea Gaiani, giornalista, saggista e direttore della rivista Analisi Difesa.

Intervista realizzata la mattina del 23 marzo, prima dell’annuncio di Donald Trump dei negoziati in corso con l’Iran. 

 

Guarda il video qui sotto o a questo link.

 

 

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