Hormuz: gli alleati lasciano solo Trump

 

 

Sui media statunitensi comincia a trasparire la percezione che gli alleati degli Stati Uniti temano che Trump stia perdendo il controllo della guerra, dopo aver per la gran parte appoggiato (o non condannato) l’attacco all’Iran di fine febbraio.

Il timore – riportano alcuni media americani – è che gli attacchi iraniani alle navi nello Stretto di Hormuz stiano mettendo Trump alle strette, spingendolo verso una escalation che potrebbe includere anche l’invio di truppe di terra, quanto meno per occupare l’hub petrolifero iraniano nell’isola di Kharg.

“Abbiamo chiaramente inflitto una sonora lezione all’Iran sul campo, ma ora sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico“, ha detto una fonte vicina alla Casa Bianca a Politico. “Sono loro a decidere per quanto tempo saremo coinvolti e se invieremo truppe di terra. Non mi sembra che ci sia una via d’uscita se vogliamo salvare la faccia”.

A sostenere la valutazione della debolezza di Washington per l’andamento della guerra contro l’Iran, hanno contribuito soprattutto le forti pressioni esercitate da Donald Trump sugli alleati europei e asiatici affinché contribuiscano con navi da guerra a un’operazione militare tesa a tenere aperto lo Stretto di Hormuz.

La via d’acqua più importante del mondo per il traffico di petrolio e gas liquido viene tenuta bloccata dall’Iran che lascia transitare solo le navi delle nazioni non ostili a Teheran e che hanno stipulato accordi di transito con i pasdaran.

Almeno sei le navi colpite e incendiate finora dalle forze iraniane, oltre 20 quelle attaccate secondo S&P Global Market Intelligence, 1.100 quelle bloccate all’interno del Golfo Persico tra cui 250 petroliere.

In due settimane di guerra gli Stati Uniti hanno colpito “più di 7 mila obiettivi in Iran, con l’aiuto di Israele” ha detto ieri Donald Trump aggiungendo che “stiamo facendo ciò che avrebbe dovuto essere fatto molti anni fa. L’Iran è stato letteralmente annientato, il loro esercito è sparito, i radar sono stati distrutti e la leadership è distrutta”.

Parole che non trovano in realtà riscontro nei fatti: certo i danni subiti dalla Repubblica Islamica sono gravi ma il governo regge e i pasdaran continuano a colpire Israele e le basi americane nelle nazioni arabe della regione ma soprattutto sono in grado di controllare lo Stretto di Hormuz e di minacciare il traffico navale.

Nonostante oltre due settimane di raid aerei, il regime iraniano appare destinato a rimanere al potere nel breve periodo, anzi sembra consolidarsi adottando un orientamento più rigido. secondo le valutazioni dell’intelligence statunitense trapelate dal Washington Post.

Secondo le stime, gli attacchi condotti da Stati uniti e Israele hanno ridotto significativamente le capacità missilistiche e navali di Teheran e colpito la leadership militare e politica, ma non hanno prodotto segnali concreti di un possibile cambio di regime. Al contrario, il conflitto potrebbe rafforzare il ruolo dei Guardiani della Rivoluzione, che terrebbero sempre più saldamente in mano le redini del paese.

Fonti occidentali indicano che, anche dopo la guerra, è probabile uno scenario in cui il sistema di potere iraniano resti in piedi, mantenendo parte delle capacità militari e il sostegno dei propri alleati regionali.

 

L’appello di Trump

Dopo aver dichiarato che “l’Iran usa lo stretto di Hormuz come un’arma”,  Trump ha lanciato un appello agli alleati per un intervento navale nello Stretto di Hormuz valutando che altri Paesi, insieme con gli Stati Uniti, “devono occuparsi” di garantirne la sicurezza. “Molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro”.

Il presidente ha espresso l’auspicio che “Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata”.

“Gli Stati Uniti d’America hanno sconfitto e completamente annientato l’Iran, sul piano sia militare sia economico sia sotto ogni altro aspetto, ma i Paesi del mondo che si riforniscono di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono garantire la sicurezza di questo passaggio. E noi li aiuteremo”, ha scritto Trump sul social Truth.

Un appello finora caduto nel vuoto a cui hanno risposto però le autorità iraniane.

Il 15 marzo il generale iraniano Ali Abdollahi, ha affermato che le forze armate del Paese sono pronte a utilizzare ogni strumento di pressione geopolitica, compreso il controllo del traffico attraverso lo strategico Stretto di Hormuz, per esercitare pressioni sugli Stati Uniti e su Israele. Abdollahi, comandante del quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbiya, ha affermato che le forze armate sono determinate a usare la via navigabile per mettere in ginocchio gli “aggressori”, aggiungendo che l’Iran ha già inflitto “duri colpi” ai suoi nemici.

Abdollahi ha sottolineato che l’Iran non ha dato inizio alla guerra, ma che ne determinerà la fine, insistendo sul fatto che gli Stati Uniti e Israele, in definitiva, “non hanno altra scelta che arrendersi” di fronte a quella che ha definito la forza militare dell’Iran.

Lo stesso giorno il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che “questa guerra finirà quando saremo certi che non si ripeterà e che verranno pagate le riparazioni. Lo abbiamo vissuto l’anno scorso: Israele ha attaccato, poi gli Stati Uniti si sono riorganizzati e ci hanno attaccato di nuovo”.

Del resto è la stessa US Navy ad aver finora evitato di scortare mercantili e petroliere in transito da Hormuz i cui comandanti sono stati esortai da Trump a “tirare fuori le palle” e a provare ad attraversare lo stretto nonostante la minaccia di Teheran.

Come ha riportato il Wall Street Journal citando fonti militari statunitensi e dei Paesi arabi del Golfo, la Marina degli Stati Uniti ha respinto una serie di richieste per scortare petroliere o altre navi civili attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le scorte navali sono rese pericolose dalla capacità iraniana di attaccare le navi nello stretto passaggio marittimo, hanno affermato funzionari della difesa statunitense, grazie all’impiego di droni aerei e navali, missili antinave, mine, barchini armati e sottomarini tascabili.

Curioso quindi che Trump chieda agli alleati di impegnarsi in rischiose missioni navali in pericolose acque ristrette che neppure la Marina americana intende compiere per il rischio di vedersi affondare le navi da guerra. Ancor più curioso che lo chieda minacciando: Trump ha infatti avvertito che la NATO si troverebbe ad affrontare “un futuro molto brutto” se non aiutassero gli Stati Uniti a garantire la sicurezza dello Stretto.

 

Gli Stati Uniti isolati  

Il 16 marzo Trump ha promesso una lista dei paesi che aiuteranno gli USA nello Stretto di Hormuz “Perché proteggiamo paesi che non proteggono noi? Ho sempre pensato quella fosse una debolezza della NATO: noi proteggiamo loro ma ho sempre detto che in caso di necessità, loro non proteggeranno noi. Questo è un caso di necessità. Quando abbiamo bisogno di loro, dovrebbero scattare e mettere a disposizione tutto quello che hanno“, ha detto Trump.

La risposta non si è fatta attendere e molte cancellerie in Europa hanno rilevato che nel Golfo Persico non vi sono nazioni aderenti alla NATO.

Dalla UE non è giunto nessun sostegno alla chiamata alle armi di Trump: “Attualmente non c’è appetito per cambiare il mandato della Missione Aspides”, ha detto l’Alto commissario per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, negando che l’operazione navale della UE nel Mar Rosso per proteggere le navi dagli eventuali attacchi delle milizie Houthi, possa allargarsi allo Stretto di Hormuz.

L’Italia non è in guerra contro nessuno, non voglio pensare l’Italia in guerra contro qualcuno e l’invio di navi militari in uno scenario di conflitto significherebbe entrarci“, ha detto il ministro delle Infrastrutture e trasporti e vicepremier Matteo Salvini.

Il governo britannico ha delineato la propria strategia politico-militare per affrontare la crisi relativa alla guerra in Iran con l’obiettivo dichiarato di difendere gli interessi nazionali senza trascinare il Paese in un conflitto su larga scala.

Del resto gli elettori britannici sono divisi sulla gestione della crisi iraniana da parte del primo ministro Keir Starmer: il 41 per cento giudica negativamente la risposta del governo di Londra all’attacco israelo-statunitense contro Teheran, mentre il 37 per cento la considera positiva.

E’ quanto emerge da un sondaggio di YouGov per l’emittente televisiva “Sky News”. Tra gli elettori laboristi, il 59 per cento promuove il premier. Forte anche il consenso sugli interventi energetici: l’84 per cento chiede misure per tutte le famiglie, più del 73 per cento è favorevole ad aiuti solo ai più poveri. Starmer ha già annunciato 53 milioni di sterline (oltre 61 milioni di euro) per le famiglie più vulnerabili che usano combustibile a scopo di riscaldamento, i cui costi sono “più che raddoppiati” dall’inizio del conflitto.

Trump, ha dichiarato di essere rimasto “molto sorpreso” dalla risposta del Regno Unito alla sua richiesta di supporto navale nello Stretto di Hormuz affermando di aver detto al primo ministro, Keir Starmer, che gli Stati Uniti sono un alleato di lunga data e di essere frustrato dal fatto che il Regno Unito abbia offerto portaerei “a guerra praticamente conclusa. Siete il nostro alleato più antico e spendiamo molti soldi per la Nato e per tutte queste cose per proteggervi. Li stiamo proteggendo. Stiamo collaborando con loro sull’Ucraina“, ha detto Trump. “Non sono contento del Regno Unito. Penso che saranno coinvolti, forse, ma dovrebbero esserlo con entusiasmo. Proteggiamo questi Paesi da anni, con la Nato”.

La Francia ha respinto la richiesta di Trump di inviare aiuti militari per contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo una fonte a conoscenza della situazione, citata dal Financial Times, Parigi schiererà navi solo dopo la cessazione delle ostilità tra Stati Uniti, Iran e i paesi confinanti.

Dall’Europa all’Indo-Pacifico quasi tutte le nazioni ni hanno escluso l’invio di forze militari a Hormuz.

Berlino ha ribadito che la guerra contro l’Iran “non ha nulla a che vedere con la Nato”. Il portavoce del governo Stefan Kornelius ha ricordato che l’Alleanza e’ un’organizzazione di difesa territoriale e che manca il mandato per intervenire fuori dall’area dei suoi membri. I

l ministro della Difesa Boris Pistorius ha escluso una partecipazione militare tedesca, proponendo piuttosto iniziative diplomatiche per garantire la sicurezza del passaggio nello stretto

La Grecia ha escluso qualsiasi coinvolgimento in operazioni nello stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri spagnolo, Josè Manuel Albares, ha avvertito che “non bisogna fare nulla che aggiunga ancora più tensione o escalation” nella regione.

Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha ricordato che il presidente Karol Nawrocki ha escluso la partecipazione delle forze armate polacche.  Il Giappone e l’Australia hanno escluso l’invio di mezzi militari nello stretto, nonostante la storica alleanza con Washington e la forte dipendenza energetica dal petrolio del Golfo.

Il primo ministro Donald Tusk, ha affermato che la decisione di Varsavia “si applica alle nostre forze terrestri, aeree e anche navali”. La guerra in Medio Oriente non incide direttamente sulla sicurezza della Polonia, ha aggiunto, “i nostri alleati, compresi gli americani, lo capiscono”.

La Svezia non vede alcun suo ruolo nel garantire la sicurezza dello Sttretto di Hormuz, ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. “Bisogna mantenere la calma. Se ne parla molto ora, ma non è rilevante per la Svezia partecipare”.

Il presidente dell’Indonesia, Prabowo Subianto, ha detto di non cogliere “alcuna razionalità” nella campagna militare intrapresa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. In un’intervista rilasciata all’agenzia d’informazione economica “Bloomberg”, Prabowo ha espresso sorpresa e preoccupazione per l’escalation in atto nel Golfo, sottolineando come il conflitto stia generando forte incertezza a livello internazionale.

Il presidente indonesiano ha inoltre annunciato il rinvio temporaneo dei piani per l’invio di forze di pace a Gaza, un impegno che in queste settimane era stato fonte di aspre polemiche nel Paese.

I Paesi Bassi stanno invece valutando la loro possibile partecipazione alla difesa della navigazione nello stretto di Hormuz, ma non hanno ancora preso una decisione in merito, ha affermato il ministro degli Esteri Tom Berendsen.

Gli Emirati Arabi Uniti sarebbero invece pronti a partecipare a un’iniziativa multinazionale guidata dagli Stati Uniti per garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, ha detto il consigliere diplomatico del presidente, Anwar Gargash, durante un evento tenuto dal think-tank Council on Foreign Relations.

“Posso immaginare, ad esempio, un ruolo da svolgere insieme ad altri Paesi per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz”, ha detto Gargash, sottolineando che garantire la libertà di commerciare nello Stretto è una responsabilità globale, che dovrebbe vedere coinvolti paesi di Asia, Europa e Medio Oriente.

La Cina è un paese che intrattiene enormi rapporti commerciali ed energetici con la regione e credo che la Cina sia anche un membro responsabile della comunità internazionale. Spero vivamente che la Cina sarà uno dei Paesi che garantiranno il commercio marittimo e la sicurezza del transito dell’energia attraverso lo Stretto di Hormuz”. 

Infine Israele, in guerra contro l’Iran, non esclude l’invio di navi militari per contribuire a pattugliare lo Stretto di Hormuz, ma “la responsabilità non dovrebbe ricadere solo su Israele e Stati Uniti”, ha detto l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon.

L’impressione è quindi che quasi nessuno voglia sfidare missili, mine, droni e siluri iraniani a Hormuz ma soprattutto che nessuno voglia aiutare Israele e Stati Uniti ad allargare un conflitto estremamente dannoso soprattutto per le economie di Europa e Asia e in cui Netanyahu e Trump rischiano di perdere la loro residua credibilità, politica e militare.

Trump ne ha preso atto polemicamente ieri con un post su Truth Social in cui scrive che gli Stati Uniti “sono stati informati dalla maggior parte dei loro alleati della NATO” della volontà di “non essere coinvolti nell’operazione militare contro il regime terroristico iraniano. Non abbiamo più il bisogno o il desiderio di assistenza dai Paesi della NATO” e nemmeno “di Giappone, Australia o Corea del Sud. Non sono sorpreso dal loro comportamento, poiché ho sempre considerato la Nato — per la quale spendiamo centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere proprio questi Paesi — come una strada a senso unico: noi proteggiamo loro, ma loro non fanno nulla per noi, specialmente nei momenti di necessità”, ha scritto.

Fortunatamente, abbiamo annientato le forze armate dell’Iran. Di fatto, parlando in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America — di gran lunga il Paese più potente al mondo — non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno!”, ha concluso Trump.

 

I rischi di un intervento a Hormuz

Questa mattina il Comando Centrale statunitense ha annunciato di aver colpito siti lungo la costa iraniana “lanciando diverse munizioni perforanti da 5.000 libbre contro postazioni missilistiche iraniane lungo la costa iraniana vicino allo Stretto di Hormuz” aggiungendo che “i missili antinave iraniani presenti in queste postazioni rappresentavano un rischio per la navigazione internazionale nello stretto”.

La domanda da porsi è se un intervento militare nello Stretto di Hormuz possa in risolvere o invece complicare ulteriormente la situazione. Al netto dei rischi di vedere affondare alcune navi mercantili ma anche militari statunitensi o alleate, lo Stretto trasformato nel teatro di una battaglia navale potrebbe bloccare del tutto i transiti e per tempi molti lunghi.

L’Iran infatti ha lasciato finora transitare da Hormuz oltre 90 navi dall’inizio del conflitto secondo Lloyd’s List, incluse petroliere che trasportavano greggio iraniano, consentendo così un flusso minimo di petrolio e di gas che ha contribuito a contenere i prezzi globali dell’energia, secondo le valutazioni di Marine Traffic, secondo il quale la Karachi, una petroliera battente bandiera pakistana, ha attraversato lo stretto domenica trasmettendo la propria posizione, diventando la prima nave non iraniana a farlo.

L’Iran sta consentendo il transito anche di alcuni carichi di petrolio non iraniani nell’ambito di viaggi sicuri negoziati, che vedono le navi transitare nello Stretto attraversando le acque territoriali iraniane, non quelle internazionali.

Molti analisti ritengono che maggiore sarà la quantità di petrolio che esce dal Golfo Persico, minore sarà l’impatto della guerra sulle quotazioni. Nello scorso fine settimana due gasiere indiane cariche di GNL hanno attraversato Hormuz a seguito di colloqui tra Nuova Delhi e Teheran.

Dal 2 al 15 marzo 17 petroliere hanno attraversato lo stretto secondo la società di tracciamento navale Kpler. Sette di queste battevano bandiera iraniana, il che suggerisce che trasportassero greggio di Teheran. Non è chiaro dove fossero dirette, ma la Cina acquista la maggior parte del petrolio iraniano soggetto a sanzioni. Solo una delle 17 petroliere, gestita dalla Associated Maritime di Hong Kong, è diretta in Europa. Secondo gli analisti marittimi, ad alcune navi che pubblicizzavano la propria destinazione come appartenenti a società affiliate cinesi, ad esempio con diciture come “armatore cinese” o “equipaggio interamente cinese”, è stato consentito il transito

Secondo alcune compagnie di navigazione europee, il transito negoziato di navi senza legami con gli Stati Uniti o Israele, e dirette verso paesi che non si sono schierati nella guerra, potrebbe essere una soluzione per garantire che una parte dei combustibili fossili mediorientali continui ad arrivare sui mercati mondiali.

In media, la scorsa settimana cinque navi hanno attraversato lo stretto ogni giorno rispetto alle 125 di prima della guerra, stima Stephen Gordon responsabile della ricerca presso la società di intermediazione navale Clarksons.

Jack Kennedy, responsabile del rischio paese per il Medio Oriente presso S&P Global Market, valuta che “la percezione del rischio per le navi è molto alta in questo momento” e anche una eventuale scorta militare ai mercantili da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati potrebbe non garantire la sicurezza alle centinaia di navi commerciali in attesa di attraversare lo stretto.

Insomma, per i non belligeranti è più conveniente chiedere il via libera a Teheran per i transiti a Hormuz che forzare lo Stretto con un’operazione militare che potrebbe infiammare quelle acque per molto tempo.

Anche perché un eventuale attacco americano a Hormuz determinerebbe quasi sicuramente la mobilitazione delle milizie Houthi yemenite filo-iraniane che chiuderebbero l’imboccatura meridionale del Mar Rosso nello Stretto di Bab el Mandeb.

Foto: US Navy, Anadolu, IRNA, Tasnim e Casa Bianca

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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