Guerra all’Iran: belligeranti presto a corto di missili? Fatti, indiscrezioni e smentite

Gli Stati Uniti possono continuare la guerra in Iran “fino a quando vogliono”, ha affermato ieri il segretario alla Guerra Pete Hegseth parlando in una conferenza stampa dalla sede del Comando centrale (CENTCOM) a Tampa, in Florida. “Le nostre munizioni ce lo consentono. L’Iran spera che non saremo in grado di sostenere questo sforzo, il che rappresenta un grave errore di calcolo per i pasdaran”, ha aggiunto il segretario, concludendo che “il nostro valore in termini di munizioni aumenta solo con l’aumentare del nostro vantaggio”.
Poche ore dopo il Wall Street Journal ha rivelato che proprio il Pentagono sta lavorando su una serie di piani per rifornire con urgenza le forze armate di munizioni e rimpiazzare gli elevati consumi già manifestatisi nei primi giorni di guerra all’Iran.
Secondo il giornale esponenti del Congresso e funzionari dell’industria della difesa si aspettano una richiesta di finanziamento specifica dal Pentagono per coprire i costi del conflitto in atto in Medio Oriente e in particolare per nuove forniture di sistemi missilistici Patriot, THAAD e missili da crociera Tomahawk, quindi armi da difesa antimissile e da attacco ampiamente.
Secondo le fonti del WSJ, i recenti combattimenti in Medio Oriente stanno rapidamente esaurendo le scorte di alcune di queste armi, smentendo quindi quanto affermato da Hegseth e precedentemente dal presidente Trump e da altri membri dell’amministrazione.

Trump ha affermato che le scorte di munizioni a disposizione delle forze armate sono ai massimi livelli nelle categorie “media” e “medio-alta”, ma ha ammesso che “nella categoria più alta” non hanno ancora raggiunto il livello voluto dalla sua amministrazione.
In un messaggio pubblicato sulla piattaforma sociale Truth, Trump ha scritto che “al livello più alto abbiamo una buona disponibilità, ma non siamo dove vorremmo essere”. Il presidente ha inoltre precisato che “ulteriori armamenti di alta gamma sono stoccati per noi in Paesi esteri”.
Trump mostra sicurezza ma ha criticato il suo predecessore Joe Biden, accusandolo di aver destinato “centinaia di miliardi di dollari” all’Ucraina senza provvedere a rimpiazzare gli equipaggiamenti ceduti.
Il 4 marzo inoltre Trump ha ricevuto i dirigenti delle aziende della Difesa per discutere l’aumento della produzione di armi e munizioni, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca alla CNN. Il presidente aveva dichiarato a Politico che le aziende stanno operando in emergenza per accelerare la produzione, segno inequivocabile che il problema della carenza di munizioni è fondato ed è critico.
Secondo fonti citate da CNN, il capo dello Stato maggiore congiunto delle forze Usa, generale Dan Caine, e altri funzionari del Pentagono avevano messo in guardia nelle scorse settimane in merito ai possibili effetti di un’operazione protratta contro l’Iran sulle truppe e sugli assetti dispiegati in Medio Oriente, nonché sull’impatto di una campagna prolungata sulle scorte di armamenti, in particolare quelle destinate al sostegno di Israele e Ucraina.
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Secondo il Wall Street Journal, Trump è stato avvertito dai generali che le scorte di costosi missili antimissile che costituiscono le munizioni dei sistemi THAAD, Patriot e Standard sono limitate dopo le forniture a Ucraina e Israele e le campagne militari contro Houthi e Iran dello scorso anno, anche se il loro numero resta ovviamente segreto.
Sarebbe limitata anche la disponibilità di missili da crociera impiegabili da aerei e navi per colpire gli obiettivi sul territorio iraniano, col rischio che per alimentare la guerra in Medio Oriente vengano privati di munizioni reparti aerei e navi in altri scacchieri.

Un rischio circa il quale avevano lanciato avvertimenti anche diversi opinionisti militari negli Stati Uniti. Anche perché in questo contesto molti alleati degli Stati Uniti che impiegano sistemi da difesa aerea “Made in USA” rischiano di non poter ricevere altre munizioni in tempi ragionevoli.
Specie nel Golfo dove Emirati Arabi, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Qatar sembrano aver ridotto in modo sostanziale le proprie scorte di missili americani dopo meno di una settimana di contrasto a droni e missili iraniani.
Gli Emirati Arabi Uniti dispongono di riserve strategiche di sistemi di difesa aerea in grado di contrastare le minacce aeree per un periodo prolungato, ha affermato il 4 marzo un portavoce del ministero della Difesa e anche il Qatar ha smentito le notizie secondo cui le scorte di missili intercettori Patriot sarebbero esaurite, come aveva rivelato l’agenzia di stampa Bloomberg.
Anche in Europa, dove si è aperto il dibattito teso a inviare sistemi di difesa aerea a protezione di Cipro e dei regni arabi del Golfo, gli stati maggiori sono impegnati a spiegare ai governi che le armi disponibili sono pochissime dopo che l’Ucraina ha di fatto assorbito quasi interamente le scorte di missili antiaerei e antimissile della NATO ma anche di radar e sistemi anti-drone.
La resilienza dell’Iran
In un conflitto che si preannuncia prolungato, con Teheran che avverte di essersi preparata per tempo a resistere a lungo all’aggressione di Stati Uniti e Israele, potrebbero essere proprio le scorte di munizioni più della veemenza degli attacchi dei primi giorni al territorio iraniano, a decidere le sorti della campagna militare avviata da Washington e Tel Aviv.

Le stime di Mossad e CIA riferiscono di un arsenale iraniano composto forse da 2.500 missili balistici con una produzione di circa 100 esemplari al mese gestita direttamente dai Guardiani della Rivoluzione.
Un arsenale con cui, insieme ai droni, l’Iran può tentare di saturare i radar e i sistemi di difesa aerea con lanci simultanei a ondate e qualche risultato è già stato raggiunto colpendo importanti installazioni radar nelle basi americane nel Golfo e in Israele, probabilmente anche grazie al supporto dei dati satellitari forniti da russi e cinesi. ma anche dai satelliti iraniani.
Pechino, probabilmente a scopo di deterrenza, ha diffuso prima dello scoppio delle ostilità molte immagini dettagliate delle basi americane nel Golfo e in Medio Oriente scattate dai suoi satelliti.
Secondo il Washington Post, la Russia avrebbe iniziato a fornire a Teheran informazioni di intelligence utili a individuare asset militari statunitensi dispiegati nella regione. Secondo quanto riferito da funzionari dell’amministrazione americana citati dal quotidiano statunitense, Mosca avrebbe trasmesso a Teheran dati relativi alla localizzazione di unità navali e piattaforme aeree statunitensi operanti nel teatro mediorientale, consentendo alle forze iraniane di migliorare la propria capacità di individuazione degli obiettivi militari avversari.
Hegseth, ha dichiarato oggi che che Washington “non è preoccupata” dalle indiscrezioni secondo cui la Russia starebbe fornendo all’Iran informazioni sulle posizioni delle truppe statunitensi in Medio Oriente, aiutando così la Repubblica islamica a selezionare bersagli per i suoi missili e droni.

In un’intervista all’emittente televisiva CBS News, Hegseth ha affermato che i comandi militari statunitensi stanno monitorando la situazione: “Abbiamo la migliore intelligence al mondo. Siamo consapevoli di chi parla con chi”.
Anche la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che un ipotetico sostegno russo a Teheran “non sta facendo alcuna differenza” nelle operazioni militari contro l’Iran, sostenendo che gli Stati Uniti stanno “raggiungendo gli obiettivi militari” dell’operazione.
Difficile dire però quanto possano durare le scorte di missili iraniani, i cui depositi sotterranei sono obiettivo prioritario per i raid aerei israelo-americani con armi a penetrazione il cui successo però non può essere valutato.
Inoltre, anche il New York Times e diverse altre fonti, inclusa CNN, hanno confermato la distruzione di alcuni radar AN/TPY-2 statunitensi, destinati a rilevare, tracciare e identificare missili balistici a supporto ai sistemi antimissile per intercettarli. Radar con un costo stimato di almeno mezzo miliardo di dollari, disponibili solo in una dozzina di esemplari con un rateo di produzione di non più di due esemplari all’anno.

L’Iran avrebbe colpito e distrutto i radar che costituiscono il fulcro della difesa missilistica balistica statunitense in Medio Oriente:
Base di Muwaffaq Salti (Giordania): un radar AN/TPY-2
Base di Umm Dahal (Qatar): un radar AN-FPS-132
Base di Prince Sultan (Arabia Saudita): un radar AN/TPY-2
Base di Al Ruwais (Emirati Arabi Uniti): un radar AN/TPY-2
Base di Al Sader (Emirati Arabi Uniti): un radar AN/TPY-2

Esperti sentiti dal Financial Times valutano che gli iraniani tendano a lanciare un numero elevato di ondate di missili e droni, ciascuna però con pochi missili e dando la precedenza ai tipi meno sofisticati, in modo da far esaurire le difese aeree avversarie e risparmiare per i prossimi giorni i missili più prestanti, come i Khorramshahr 4 impiegati ieri contro obiettivi a Tel Aviv.
L’Iran è pronto a sostenere una “guerra prolungata” e a impiegare armamenti avanzati non ancora utilizzati sul campo di battaglia, ha affermato ieri il portavoce del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, il generale di brigata Ali Mohammad Naeini avvertendo che i nemici dell’Iran “devono aspettarsi colpi dolorosi” nella prossima ondata di attacchi.
“Le nuove iniziative e le nuove armi dell’Iran sono in arrivo“, ha detto, aggiungendo che “queste tecnologie non sono ancora state dispiegate su larga scala“. Il portavoce ha inoltre sostenuto che l’Iran è oggi più preparato rispetto alla Guerra dei 12 giorni dello scorso anno contro Stati Uniti e Israele.

Teheran sembra quindi modulare il rateo giornaliero di lanci per cercare di conservare più a lungo i suoi missili ma i bombardamenti sulle fabbriche possono condizionarne la produzione e manutenzione.
Per l’analista britannico Robert Campbell gli iraniani “sanno che gli arsenali delle armi antimissile nemici sono costosi e richiedono anni per essere colmati. Quindi lanciano i missili più vecchi a combustibile liquido per smaltirli, tenendo quelli più moderni a combustibile solido per attacchi successivi”.
I precedenti
Non sarebbe certo la prima volta che la disponibilità di munizioni influenza l’andamento dei conflitti dei nostri giorni in cui vengono impiegate in gran numero complessi e costosi ordigni offensivi e difensivi.
Nel 2011 le forze aeree europee della NATO impiegarono sei mesi ad avere ragione delle deboli forze armate libiche a causa della carenza di bombe d’aereo che indusse molte aeronautiche a chiedere aiuto agli Stati Uniti per farsi rifornire di ordigni di precisione.
Richiesta che sollevò stupore e sarcasmo a Washington ma anche negli Stati Uniti diverse fonti militari hanno riferito negli ultimi quattro anni ai media americani che le riserve di missili da difesa aerea, inclusi quelli per i sofisticati sistemi Patriot, Standard e THAAD si erano drammaticamente assottigliate a causa delle ingenti forniture statunitensi a Ucraina e Israele. I tempi di produzione e consegna alle forze armate questi missili il cui costo è di alcuni milioni di dollari a esemplare, sono compresi tra i 12 e i 18 mesi: troppi se si considera che per intercettare un missile balistico possono venire lanciati anche due o tre missili anti-missile.

Secondo diversi analisti lo scorso anno gli Stati Uniti dovettero accordarsi con le milizie yemenite Houthi dopo aver quasi esaurito le scorte di missili Standard imbarcati sulle navi in azione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden per intercettare missili balistici, da crociera e un gran numero di droni lanciati dalle milizie filo-Teheran. I cui ordigni peraltro, come quelli iraniani, vengono prodotti in gran numero e a costi decisamente bassi.
Anche l’Ucraina si è trovata spesso a corto di missili per la difesa aerea, soprattutto dei Patriot statunitensi considerati gli unici in grado di intercettare i missili balistici russi Iskander, peraltro in percentuali inferiori al 10 per cento dopo l’aggiornamento delle armi russe oggi in grado di manovrare prima di raggiungere il bersaglio proprio per evadere le difese aeree.

Oggi la carenza di missili da difesa aerea, che anche le nazioni europee hanno fornito a Kiev svuotando i propri arsenali, ha messo in ginocchio l’Ucraina costringendola a lasciare intere regioni prive o quasi di difese aeree e alla mercè dei bombardamenti russi.
Anche Israele, dopo dieci giorni dall’aver scatenato la guerra contro l’Iran nel giugno 2025, aveva quasi esaurito le armi antimissile quali i missili Arrow e quelli dei sistemi Fionda di David e Cupola di Ferro mentre l’Iran aveva ancora almeno 2.000 missili balistici e molte migliaia di droni nei suoi arsenali.
I raids dei bombardieri americani B-2 sui siti nucleari iraniani posero fine a quel conflitto salvando la faccia a Benjamin Netanyahu.
Foto: FARS, Airbus, US Dept. of War, IRNA, Min. Difesa Olandese, Min, Difesa EAU, OpenSteetMap, Planet e Lockheed Martin
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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








