Guerra all’Iran: i rischi di coinvolgimento dell’Italia

 

 

La guerra di USA e Israele contro l’Iran coinvolge indirettamente anche l’Italia e non solo per le gravi conseguenze energetiche del conflitto che ricadono anche sulla Penisola e che hanno visto Donald Trump rilasciare dichiarazioni poco rassicuranti.

I prezzi del petrolio che saliranno nel breve periodo ma scenderanno rapidamente quando la distruzione della minaccia nucleare iraniana sarà completata, sono un prezzo molto piccolo da pagare per la sicurezza e la pace degli Stati uniti e del mondo”, ha scritto su Truth il presidente americano.

Del resto in un’intervista rilasciata al Times of Israel, Trump ha affermato che la decisione su quando porre fine alla guerra contro l’Iran sarà “concordata” insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Penso che quella di porre fine al conflitto sarà una decisione concordata… un po’. Ne abbiamo parlato. Prenderò una decisione al momento giusto, ma tutto sarà preso in considerazione“, ha affermato Trump, sottolineando che sebbene Netanyahu avrà voce in capitolo, l’ultima parola spetterà a lui.

Alla domanda se Israele possa continuare la guerra contro l’Iran anche dopo che gli Stati Uniti decidano di interrompere gli attacchi, Trump ha risposto: “Non credo che sarà necessario“. Trump ha poi sostenuto che “L’Iran avrebbe distrutto Israele e tutto ciò che lo circondava… Abbiamo lavorato insieme. Abbiamo distrutto un Paese che voleva distruggere Israele”. 

Del resto gli Stati Uniti premono sugli alleati per coinvolgerli direttamente negli attacchi all’Iran. Delle pressioni sulla Gran Bretagna riferiamo più avanti in questo articolo mentre il senatore “super-falco” Lindsey Graham ha criticato gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo – in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – per non aver ancora reagito agli attacchi iraniani scendendo militarmente in campo a fianco delle forze armate statunitensi e israeliane.

A Fox News, Graham ha definito “molto deludente” la decisione degli Emirati di non consentire l’uso del proprio territorio per operazioni militari offensive contro Teheran. “Abbiamo bisogno di partner che si facciano avanti in una battaglia che non possiamo permetterci di perdere“, ha detto il senatore.

Il senatore repubblicano ha duramente criticato l’Arabia Saudita, accusandola di “rifiutare di usare le sue capaci forze militari (…) per porre fine al barbarico e terroristico regime iraniano“, senza nascondere minacce a Riad assicurando che senza un cambio di passo “seguiranno conseguenze“.

Secondo indiscrezioni circolate sulla stampa Usa, nelle settimane che hanno preceduto l’inizio del conflitto nel Golfo, Graham si era recato segretamente a Israele per incontrare il premier Benjamin Netanyahu, e coordinare gli sforzi tesi a convincere il presidente Usa Donald Trump a intraprendere la campagna militare contro l’Iran.

 

Un difficile equilibrio

In questo contesto, sul piano militare l’Italia si è impegnata a fornire supporto a Cipro e alle monarchie arabe del Golfo Persico che ospitano basi americane bersagliate da droni e missili iraniani.

Tra le ipotesi in valutazione l’invio di una batteria di missili da difesa area SAMP/T con un centinaio di militari che dovrebbe però fare i conti con la penuria di missili Aster 30 disponibili (anche a causa delle ampie forniture di queste armi all’Ucraina) da affiancare a missili antiaerei a corto raggio Stinger (anch’essi forniti a Kiev) e a sistemi anti-drone di disturbo elettronico.

Inoltre tale schieramento costituirebbe un bersaglio per droni e missili iraniani che hanno già distrutto radar e batterie antiaeree statunitensi e israeliane.

In Kuwait, dove nella base di Ali Salem l’Italia schiera 320 militari dell’Aeronautica con una coppia di velivoli da combattimento Typhoon (nella foto sopra) nell’ambito delle operazioni a sostegno del governo iracheno contro lo Stato Islamico, continuano le operazioni di evacuazione de personale italiano con l’impiego di aerei da trasporto KC-767 dell’Aeronautica.

La base di Ali Salem, che ospita anche ingenti forze statunitensi, è infatti stata bersagliata da missili e droni iraniani subendo gravi danni che sembra abbiano risparmiato i Typhoon italiani raggiunti “solo da proiezioni di schegge”, assicurano fonti citate dall’ANSA. Il contingente italiano di circa 320 militari è stato in gran parte evacuato in Arabia Saudita dove erano stati trasferiti al 6 marzo 239 militari italiani.

A Cipro invece l’’Italia invierà una fregata della Marina.

“Per garantire la sicurezza dei confini dell’Unione Europea abbiamo anche disposto il dispiegamento di una fregata italiana a Cipro, un atto che è di solidarietà europea, ma soprattutto di prevenzione”. Così il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato con un videomessaggio sui social l’invio nelle acque cipriote della fregata lanciamissili Martinengo (FREMM) in seguito all’attacco israelo-statunitense contro l’Iran e agli attacchi iraniani contro le due basi britanniche presenti nell’isola situate in énclaves che sono a tutti gli effetti territorio britannico.

Meloni, che ha incassato l’apprezzamento di Donald Trump, ha precisato che “la nostra linea è molto chiara: l’Italia non è parte del conflitto e non intende diventare parte del conflitto. Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati”.

In realtà più che di chiarezza si dovrebbe parlare di un difficile equilibrio dopo che il premier italiano ha affermato di non condividere né condannare l’attacco all’Iran.

Del resto i sondaggi mostrano una maggioranza netta dell’opinione pubblica contraria alla guerra Usa-Israele contro l’Iran e timori diffusi per un’escalation internazionale, con percentuali che arrivano fino al 70% (questo emerge in particolare da un sondaggio di Izi per La7). Per Alessandro Amadori, psicologo, docente di Comunicazione Politica all’Università Cattolica di Milano e direttore scientifico di Yoodata “le paure principali riguardano l’allargamento del conflitto e le conseguenze economiche. In definitiva, le ricerche demoscopiche indicano che gli italiani sono preoccupati, temono un’escalation internazionale, non vogliono il coinvolgimento dell’Italia e chiedono al governo una linea prudente e diplomatica”.

La fregata multimissione (FREMM) Martinengo, ha spiccate capacità di difesa aerea già testate nelle operazioni nel Mar Rosso nell’ambito della missione europea Aspides: settima unità della classe Bergamini e terza in configurazione multiruolo, ha un equipaggio di 168 militari e può colpire bersagli aerei sia con i missili Aster 15 e Aster 30 sia con il cannone da 127/64 LW dotato di munizionamento tradizionale e “intelligente” Vulcano.

L’unità è salpata il 6 marzo da Taranto diretta a Cipro dove arriverà oggi e si unirà a un gruppo navale composto da fregate fornite da anche da Spagna, Francia e Olanda a difesa del partner UE anche se gli attacchi iraniani sono diretti in realtà contro le basi britanniche che Londra ha offerto agli Stati Uniti per “operazioni difensive” nell’ambito della guerra con l’Iran.

 

Londra a un passo dalla belligeranza

La base aerea di Akrotiri ospita un centro d’intelligence per l’intercettazione e l’ascolto delle comunicazioni in tutto il Medio Oriente gestito congiuntamente da britannici e statunitensi e  vi sono schierati aerei da combattimento F-35B e Typhoon della RAF che hanno già intercettato droni iraniani sui cieli giordani mentre elicotteri Merlin ne hanno intercettato uno sull’Iraq.

Akrotiri è già stata colpita almeno da un drone, lanciato dal vicino Libano, a quanto sembra dalle milizie filo-iraniane Hezbollah, mentre un altro drone è stato abbattuto e alcuni missili iraniani non avrebbero raggiunto l’obiettivo.

Il comando britannico a Cipro ha deciso di continuare l’evacuazione di civili dall’area di Akrotiri. Il ministro degli Esteri cipriota Constantios Kombos ha detto al Guardian che i droni carichi di esplosivo diretti alle basi militari britanniche sull’isola, sono stati lanciati dal Libano. “In questo momento è un dato di fatto che dobbiamo guardare verso il fronte libanese”, ha detto il ministro, confermando per la prima volta la provenienza dei droni.

Londra, che inizialmente aveva negato agli Stati Uniti l’uso delle sue basi per le operazioni contro l’Iran, ha poi ceduto alle “ruvide” pressioni di Washington consentendo l’utilizzo delle basi militari britanniche per “specifiche operazioni difensive” al fine di impedire il lancio di missili iraniani nella regione, come ha riferito ieri il ministero della Difesa di Londra in un comunicato, precisando che l’Aeronautica britannica continua a impiegare caccia F-35B ed Eurofighter Typhoon nei cieli di Cipro, Qatar e Giordania, per “difendere gli interessi e gli alleati del Regno Unito”.

Poiché tra le basi utilizzate dai bombardieri strategici c’è Fairford in Inghilterra (dove sono stati rischierati 6 B-52H) e pure Diego Garcia, nelle Isole Chagos in mezzo all’Oceano Indiano, è difficile comprendere quali operazioni difensive contro la minaccia iraniana possano essere attuate da quelle basi lontane dal Golfo Persico che ospitano i bombardieri dell’USAF.

Anche dalle basi a Cipro le operazioni definite “difensive” in realtà riflettono una partecipazione diretta di Londra alla guerra, forse non ancora per colpire il territorio iraniano ma per difendere le nazioni arabe e le stese basi britanniche dalla risposta di Teheran all’aggressione subita.

Non a caso Londra sta affrontando le crescenti richieste di ritiro delle British Sovereign Base Area di Akrotiri e Dhekelia, con i ciprioti che hanno intensificato le proteste popolari contro le strutture considerate una minaccia per la loro sicurezza.

Nella manifestazione nelle strade di Nicosia al grido di “fuori le basi della morte” è stato espresso il timore che l’isola venga trascinata nel conflitto con l’Iran a causa di basi create su un territorio pari al 3 per cento della superficie di Cipro la cui sovranità è stata ceduta a Londra nell’ambito di un accordo negoziato per l’indipendenza dell’isola.

Il ministro degli Esteri cipriota Constantinos Kombos ha affermato di aver costantemente comunicato che le basi britanniche potrebbero essere un obiettivo militare. “Questa è una preoccupazione che abbiamo costantemente condiviso… ma l’esito di quelle conversazioni è chiaro in termini di ciò che è emerso domenica sera“. Era evidente, ha detto, “che non tutto ciò che si poteva fare è stato fatto secondo le aspettative che abbiamo noi, che le persone che vivono e lavorano nelle basi, i ciprioti, hanno anche loro, e sono sicuro anche il governo britannico… ma, in questo momento, voglio concentrarmi su come migliorare la cooperazione”.

 

Cipro: esca per allargare il conflitto?

A minare la già debole credibilità di Londra contribuisce poi l’imbarazzante gaffe di David Lammy, vicepremier e ministro della Giustizia nel governo britannico di Keir Starmer, che in un’intervista televisiva ha definito Cipro membro della NATO.

Lo stato insulare del Mediterraneo Orientale, peraltro ex possedimento britannico, pur facendo parte dell’Ue è uno stato neutrale e non ha mai aderito all’Alleanza Atlantica anche se il governo cipriota vedrebbe con favore tale adesione respinta invece dalla Turchia che controlla la parte orientale dell’isola.

Lammy (già ministro degli Esteri) non ha escluso che Londra possa rivedere il rifiuto a qualunque partecipazione diretta ai raid limitandosi a ricoprire solo un ruolo “difensivo” e a concedere l’uso delle basi cipriote agli USA per azoni difensive. Intervenendo al programma BBC Breakfast, Lammy ha dichiarato “non sono qui per fare l’avvocato ma è chiaro che, in risposta a un attacco, possiamo colpire i siti che lo hanno lanciato e rappresentano una minaccia. Per come la vedo io, c’è una base legale”.

A tal proposito il ministero della Difesa del Regno Unito ha confermato che una delle due portaerei, la HMS Prince of Wales, è stata posta in stato di allerta avanzata, alimentando le speculazioni sul suo possibile dispiegamento in Medio Oriente. In seguito alle segnalazioni secondo cui una portaerei sarebbe in fase di preparazione in risposta alla crisi, il ministero ha affermato che sta “riducendo il tempo necessario” nave per salpare per un eventuale dispiegamento.

La HMS Prince of Wales è sempre stata in stato di massima allerta e stiamo aumentando la preparazione della portaerei“, si legge in una nota. In precedenza Sky News, citando una fonte militare, aveva riferito che la portaerei e’ pronta per un potenziale dispiegamento in Medio Oriente e il suo equipaggio sarebbe stato già allertato.

Più meno contemporaneamente, sempre citando fonti militari, il Times ha reso noto che il drone Shaed che ha colpito la base britannica di Akrotiri conteneva un sistema di navigazione Kometa-B di fabbricazione russa, elemento definito la prima evidenza dell’utilizzo di equipaggiamenti militari russi nel conflitto mediorientale. Il giornale precisa che le componenti recuperate dai servizi militari britannici sono state inviate nel Regno Unito per ulteriori indagini.

La notizia meriterebbe attente valutazioni per escludere che si tratti di un’operazione informativa (Info-Ops) tesa a giustificare un più massiccio intervento di Londra nella guerra contro l’Iran motivato dal ruolo dei Mosca negli attacchi iraniani alla base britannica.

Inoltre non si può escludere che Mosca abba fornito all’Iran i sistemi di guida Kometa -B nell’ambito della cooperazione con l’Iran nel settore dei droni, avviato con la produzione in Russia degli Shahed, noti come Geran-2, che l’industria russa ha poi migliorato, evoluto e potenziato.

Che qualcosa si stia muovendo verso un maggiore coinvolgimento di Londra nel conflitto lo conferma anche il colloquio telefonico, nel pomeriggio dell’8 marzo, tra il primo ministro Keir Starmer e il presidente Donald Trump in cui i due leader “hanno iniziato discutendo della situazione in Medio Oriente e della cooperazione militare fra Regno Unito e Stati Uniti attraverso l’uso delle basi della RAF a sostegno dell’autodifesa collettiva dei partner nella regione“.

Il ministro per l’Edilizia abitativa, le Comunità e gli Enti locali britannico, Steve Reed, ha definito “molto costruttiva” la telefonata tra Starmer Trump respingendo le critiche dell’ex premier Tony Blair, che aveva affermato che Londra avrebbe dovuto sostenere gli USA fin dall’inizio della guerra. “No, non sono d’accordo con lui… dobbiamo imparare le lezioni dell’Iraq” ha detto Reed ricordando l’invasione anglo-americana dell’Iraq del 2003.

A difesa delle sue basi, Londra ha fatto salpare oggi il cacciatorpediniere lanciamissili della Royal Navy HMS Dragon mentre altre nazioni europee si sono mobilitate in aiuto a Cipro che in queste semestre detiene la presidenza di turno della UE.

La Grecia ha spostato una batteria del sistema Patriot sull’isola di Karpathos, nell’Egeo orientale e inviato navi intorno a Cipro, forse più per mostrare i muscoli che per contrastare minacce iraniane dirette in ogni caso contro i territori britannici nell’isola.

L‘iniziativa di Atene non è sfuggita alla Turchia che sta valutando di schierare caccia F-16 a Cipro Nord come misura di sicurezza. “Alla luce dei recenti sviluppi, è in corso una pianificazione graduale per garantire la sicurezza della Repubblica turca di Cipro del Nord“, afferma una fonte del ministero della Difesa di Ankara, secondo quanto riportato dai media turchi.

Tra le opzioni prese in considerazione c’é anche l’impiego di aerei F-16 sull’isola”, ha aggiunto la fonte. Oggi l’emittente televisiva NTV, citando un funzionario dell’aviazione civile della Repubblica turca di Cipro del Nord ha confermato l’arrivo di 6 F-16 tra le altre misure adottate per garantire la sicurezza dello Stato turco-cipriota riconosciuto solo da Ankara.

 

I rischi per l’Italia

In attesa di comprendere se gli Stati Uniti chiederanno a Roma di poter impiegare le loro basi nella Penisola per le operazioni contro l’Iran, il rischio di coinvolgimento dell’Italia nel conflitto dipende da almeno tre fattori:

  • Il gran numero di basi statunitensi situate a ridosso del teatro operativo dovrebbe rendere superfluo l’uso di Sigonella o Aviano per le operazioni sull’Iran: tuttavia circolano voci circa l’impiego dei droni da ricognizione strategica MQ-4C Triton (versione navale dei Global Hawk) della US Navy basati a Sigonella sulle acque del Golfo Persico secondo i rilievi di Flightradar. Tali velivoli vengono normalmente rilevati in volo sul Mar Nero nell’ambito delle operazioni a supporto dell’Ucraina in guerra contro la Russia, obiettivo condiviso dalla NATO, ma se dovesse trovare conferma il loro utilizzo contro l’Iran, anche se con compiti non “cinetici”, la base di Sigonella potrebbe venire considerata bersaglio legittimo dall’Iran.

  • Nelle acque di Cipro se la fregata Martinengo dovesse intervenire a difesa del territorio della Repubblica di Cipro da droni o missili iraniani andati fuori rotta non vi sarebbero seri rischi ma se contribuisse a difendere le basi britanniche, a maggior ragione dopo l’impiego diretto di aerei della RAF contro i droni iraniani sui cieli giordani o di fronte a raids britannici sul territorio dell’Iran, allora anche l’Italia potrebbe venire considerata ostile da Teheran.

 

  • Anche un eventuale invio di armi da difesa aerea o militari italiani nelle nazioni arabe del Golfo esposte agli attacchi dell’Iran perché ospitano basi statunitensi, aumenterebbe sensibilmente i rischi per l’Italia. Il dispiegamento di una batteria di SAMP/T o sistemi anti-drone per difendere lo spazio aereo di una nazione araba esporrebbe i nostri militari alle armi iraniane e di fatto si configurerebbe come un intervento militare di Roma al fianco degli avversari di Teheran. Anche la sola consegna di armi, senza inviare personale, alle nazioni coinvolte nel conflitto costituirebbe di fatto un’azione indiretta contro l’Iran.

Il 6 marzo Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano a Roma, ha dichiarato che “la risposta dell’Iran al crimine di aggressione è un diritto pienamente legittimo sulla base dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che consente ai Paesi di difendersi in caso di attacco. Gli Stati Uniti stanno sfruttando alcuni Paesi europei, per ampliare il raggio di questo conflitto. Qualsiasi cooperazione o sostegno di terze parti agli attacchi sarà considerata come un atto di assistenza e ostilità e riceverà una risposta proporzionata“, ha spiegato.

Non è una minaccia, è soltanto un monito. La capacità missilistica della Repubblica Islamica dell’Iran è stata sviluppata esclusivamente come legittima difesa. L’Iran ha sempre considerato l’Italia un Paese amico e un ponte di dialogo, diplomazia e pace in Europa”, ha dichiarato.

Allo stesso tempo, l’Iran è preparato a tutti i possibili scenari e, qualora si trovi di fronte a qualsiasi minaccia, difenderà con decisione sé stesso rispettando il diritto internazionale e il principio di proporzionalità. Di fronte a minacce esterne o a tentativi di sfruttare la situazione del Paese, non mostreranno alcuna indulgenza verso nessuno”, ha aggiunto.

Foto: RAF, Difesa.it, Governo Israeliano, Fligytradar/Il Messaggero, FARS,  US Navy e  Casa Bianca

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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