Guerra all’Iran: un salto nel buio?

Da sabato 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno scatenato una pesante offensiva aerea contro l’Iran mentre erano ancora in corso i pur stentati tentativi di negoziato tra Washington e Teheran sul nucleare e sull’arsenale missilistico, dichiarando, a giustificazione della guerra, scopi confusi, velleitari e a tratti contraddittori come, da un lato la pura e semplice caduta di un regime in realtà collegiale e non basato sulla singola figura dell’ucciso ayatollah Alì Khamenei, dall’altro gli appelli del presidente americano Donald Trump per trattare con la residua leadership, seguendo un improbabile copione “venezuelano”.
Oltre al ribadire la minaccia nucleare iraniana talvolta presentata come più immediata che lo scorso anno a dispetto del fatto che nei precedenti raid del giugno 2025 i centri nucleari iraniani avevano subito ingenti danni, o comunque erano stati presentati da Trump come un pieno successo.
La prevedibile reazione iraniana con missili balistici e droni su Israele e sui paesi del Golfo Persico che ospitano basi americane sta causando danni nonostante in gran parte arginata dai sistemi antimissile e di fatto sta bloccando lo stretto di Hormuz, imbottigliando gran parte del petrolio e del gas liquefatto necessari al mercato mondiale, con effetti a catena potenzialmente catastrofici se il conflitto durerà troppo tempo.
Un vero “salto nel buio” per Trump e il premier ebraico Benjamin Netanyahu, che mettendo con le spalle al muro un avversario fanatizzato e ancora forte militarmente hanno scoperchiato un vaso di Pandora.

La mattina del 2 marzo 2026, nel terzo giorno della pesante offensiva aerea e missilistica di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, il presidente americano Donald Trump ha dato a intendere che il conflitto sarà piuttosto lungo, forse più di un mese: “Il conflitto durerà anche quattro o cinque settimane. Non sarà difficile mantenere l’intensità dell’offensiva, abbiamo enormi quantità di munizioni immagazzinate in tutto il mondo in diversi paesi. Ma potrebbe costare in termini di vite umane”.
L’evocare almeno un mese, e oltre, di intense operazioni richiamandosi al ricorso a munizioni di arsenali americani in altri scacchieri, non sembra un’affermazione appropriata da parte del “comandante in capo”, dato che potrebbe far balenare ad altri potenziali nemici l’idea di un parallelo indebolimento dei dispositivi militari USA in altre parti del mondo per alimentare un travaso di forze in Medio Oriente, in barba alla tradizionale dottrina del Pentagono di assicurarsi, in caso d’emergenza, la capacità di far fronte ad almeno due grandi guerre in distinte regioni del globo.
Per non parlare, ovviamente, dell’effetto di incertezza che aperti pronostici di un conflitto lungo gettano come un’ombra sui mercati mondiali. L’uomo della Casa Bianca ha poi asserito, a proposito dell’uccisione della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Alì Khamenei, nelle prime ore dell’attacco: “L’ho preso prima che lui prendesse me. Ci hanno provato due volte. Beh, l’ho preso prima io”. Si riferiva a passati complotti per assassinare il presidente statunitense attribuiti all’intelligence di Teheran.
Trump ha poi ancora evocato l’obbiettivo di un cambio di regime fra le motivazioni del conflitto, malamente alternato, in modo contraddittorio, con appelli alla trattativa rivolti ai sopravvissuti capi del regime iraniano: “Ho tre ottime scelte per guidare l’Iran. Non le rivelerò ancora. Prima finiamo il lavoro”. Dichiarazione criptica rilasciata poche ore dopo che aveva definito “pronti a parlare con me” i leader iraniani finora risparmiati dai raid, come il presidente Massoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, salvo poi incassare il rifiuto di ogni dialogo con Washington.

Ancor più paradossali sembrano le frasi pronunciate dal presidente USA il giorno precedente, 1° marzo: “L’Iran avrebbe avuto l’arma nucleare in due settimane senza i nostri attacchi”.
Ciò a dispetto delle stime di tutti gli analisti internazionali, relative a previsioni di una fascia temporale da 1 a 2 anni, tenuto conto anche del tempo di progettazione e costruzione di una testata nucleare adattabile a ogive di missili balistici, dato che perfino un ordigno sperimentale eventualmente fatto esplodere nel sottosuolo è militarmente irrilevante finché non se ne ricava un ordigno effettivamente trasportabile da vettori.
E a dispetto anche del fatto che nelle incursioni del giugno 2025 Trump aveva parlato di un “completo successo” con la distruzione dei centri nucleari sotterranei di Fordow e Natanz mediante l’uso di bombardieri pesanti Northrop B-2 Spirit che avevano sganciato le bombe a penetrazione anti-bunker GBU-57 MOP da 13.000 chili.
Sebbene già la scorsa estate fosse emerso un battibecco fra Trump e i generali del Pentagono, i quali invece ammonivano che i pur ingenti danni alle strutture nucleari non erano stati definitivi appare impossibile che Teheran sia arrivata più vicina all’atomica negli ultimi mesi, dopo i danni di giugno scorso, che negli anni precedenti. Oltretutto gli oltre 400 kg di uranio iraniano arricchito ad alto grado sono al 60% di isotopo U235, laddove per ottenere uranio cosiddetto “bombabile” manca ancora l’ulteriore fase del 90%.
Sempre il 2 marzo si sono susseguite a Washington le conferenze stampa rispettivamente del capo degli Stati Maggiori Congiunti, generale Dan Caine, e del segretario alla Guerra Pete Hegseth.
Caine, confermando fino a quel momento la morte di 4 militari americani a causa delle ritorsioni iraniane sulle basi nella regione persica (bilancio po salito a 6 morti il 2 marzo) , ha evidenziato, sulla scia di Trump che la guerra potrebbe durare molti giorni: “Non si tratta di un’operazione di una notte. Ci saranno altre perdite americane.
E’ un lavoro appena iniziato”. Alcune ore dopo, la tarda sera del 2, si è poi appreso dal Central Command (CENTCOM) che i militari americani uccisi erano saliti a 6 e che erano 18 i feriti gravi fra le truppe statunitensi.
Nell’affermare che gli Stati Uniti e Israele hanno conseguito la totale “superiorità aerea” ed “efficacia delle difese”, Caine ha presentato l’operazione, che gli americani hanno battezzato Epic Fury, “Furia Epica”, e gli israeliani Mivtsa Sheagat Haari, ovvero Leone Ruggente, come il risultato di una pianificazione durata “mesi e anni”:

“E’ il culmine di mesi e in alcuni casi anni di pianificazione deliberata. Le forze statunitensi hanno messo in atto effetti sincronizzati e stratificati, concepiti per interrompere, degradare, negare e distruggere la capacità dell’Iran di condurre e sostenere operazioni di combattimento da parte degli Stati Uniti”.
E’ ben noto che Israele si prepara da anni a operazioni aeree contro l’Iran e che già la guerra dei 12 giorni del giugno 2025 ha costituito anche per gli Stati Uniti l’opportunità di condividere con l’alleato esperienze che hanno infine permesso un’operazione che fin dall’inizio si annuncia come molto più ampia di quella dell’anno passato. Ciò, tuttavia, è a riprova del fatto che, come molti sospettano a Washington si fosse presa l’intenzione di colpire già durante i colloqui tenutisi con la mediazione dell’Oman.
Il generale americano ha inoltre rivelato che il definitivo via libera del presidente all’attacco era stato deliberato fin dalla sera prima dell’inizio delle operazioni, ovvero il venerdì 27 febbraio, proprio all’indomani della terza tornata di colloqui tenutisi a Ginevra fra gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con l’intermediazione del ministro degli Esteri dell’Oman Badr Albusaidi: “Alle 15.38 (21.38 ora italiana, n.d.r.) di venerdì 27 febbraio, il Central Command degli Stati Uniti, tramite il segretario alla Guerra, ha ricevuto il via libera definitivo dal presidente Trump. Il presidente ha ordinato, e cito: L’Operazione Epic Fury è approvata. Nessun annullamento. Buona fortuna”.
Mentre si attendeva, quindi, come successivo incontro diplomatico, un summit “tecnico” a Vienna previsto per la settimana successiva, la Casa Bianca aveva già deciso, di concerto con gli israeliani, il ricorso alla forza. Caine ha poi promesso l’afflusso di nuove forze nella regione da sottoporre all’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, che, lo ricordiamo, è il comando regionale USA deputato allo scacchiere del Medio Oriente. Pur senza dare dettagli, il generale ha spiegato: “Altri militari dell’aviazione tattica stanno entrando nel teatro. Penso che siamo quasi arrivati al punto che vogliamo in termini di totale capacità e potere di combattimento”. Sull’episodio accaduto nella mattinata, dell’abbattimento, rivendicato dagli iraniani ma probabilmente dovuto a “fuoco amico” di tre caccia F-15E Strike Eagle nei cieli del Kuwait, precipitati mentre i piloti si salvavano eiettandosi in paracadute, Caine ha annunciato un’indagine”.

Quanto al segretario alla Guerra Hegseth, che alle 16.00 ora locale, le 22.00 in Italia, ha riferito ai presidenti di Camera e Senato del Congresso insieme al segretario di Stato Marco Rubio, ha negato apertamente che il conflitto sia mirato a un cambio di regime, contraddicendo una delle principali motivazioni addotte invece da Trump: “Questa non e’ una guerra per il cambiamento di regime, ma il regime sicuramente è cambiato”.
Il capo del Pentagono ha invece parlato estesamente delle motivazioni prettamente strategico-militari: “Obbiettivo è distruggere i missili offensivi iraniani, distruggere la produzione di missili, distruggere la loro marina e altre infrastrutture di sicurezza, e fare in modo che non abbiano mai armi nucleari”. Al che molti commentatori fra cui John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale nel primo mandato del presidente Donald Trump, hanno evidenziato la parziale contraddizione interna all’amministrazione: “Pete Hegseth deve consultarsi con il suo capo per capire quale sia l’obiettivo. Il capo del Pentagono non è perfettamente allineato con Trump, che ha annunciato una nuova, e più potente, ondata di attacchi. Se il colpo grosso deve ancora arrivare, come fa Hegseth a dire che abbiamo gia’ cambiato il regime, cosa che non era il nostro obiettivo?”.
Altra affermazione di Hegseth è stata che “Teheran non stava negoziando, stava prendendo tempo per ricaricare le proprie scorte di missili e riprendere le proprie ambizioni nucleari”.
E che “il loro obiettivo era tenerci in ostaggio, minacciando di attaccare le nostre forze, ma il presidente Trump non sta a questi giochi”. In verità, proprio funzionari del Pentagono avevano nei giorni scorsi illustrato al Congresso che non vi erano indizi di possibili attacchi preventivi iraniani alle basi USA nella regione. Inoltre l’accusa di “guadagnare tempo” potrebbe essere reciproca nel caso degli americani che hanno accettato di intavolare sterili negoziati trascinati con richieste irricevibili per Teheran, a meno di non accettare una vera resa, allo scopo di dar tempo alle squadre di ben due portaerei, prima la Abraham Lincoln, poi la Gerald Ford, di raggiungere il Medio Oriente, insieme alle squadriglie di caccia terrestri dell’USAF e alle batterie antiaeree, in modo da approntare un apparato da attacco che richiedeva settimane per il suo completamento.

Hegseth ha poi cercato di fugare i timori di una guerra lunga ed estenuante come quella in Iraq, iniziata con l’invasione del 2003 sulla base delle false rivelazioni su armi NBC di Saddam Hussein: “Questo non è l’Iraq, questa non è una guerra lunga”.
Ha negato l’ipotesi di truppe americane sul terreno, ma non escludendola del tutto: “Andremo fin dove sarà necessario”. Stesso vago possibilismo espresso da Trump nel suo discorso alla Casa Bianca di poche ore dopo: “Avevamo preventivato 4-5 settimane ma abbiamo la capacità di andare oltre”.
Conflitto forzato
L’attuale offensiva sull’Iran, a cui il regime di Teheran ha reagito incendiando la regione del Golfo Persico con contrattacchi sulle nazioni vicine, trova le sue radici nelle ampie proteste di piazza contro gli ayatollah che hanno scosso la ex-Persia tra gennaio e febbraio 2026, represse dal governo islamico con una violenza tale, misurabile in migliaia di morti, da dare l’impressione ad americani e israeliani che si fosse presentata l’irripetibile occasione di vedere il regime più debole che mai, sul fronte interno e anche a livello economico.
Perciò le crescenti minacce di raid da parte di Washington e Tel Aviv hanno sempre oscillato fra la volontà di tentare il rovesciamento del regime o di limitarsi a demolirne le strutture strategiche, nucleari e missilistiche.

E pensare che il 26 febbraio 2026, mentre Witkoff e Kushner erano impegnati con Araghchi nell’ultima tornata di colloqui a Ginevra, Rubio aveva ammesso: “L’Iran non sta arricchendo l’uranio in questo momento, ma sta cercando di arrivare al punto in cui potrà farlo. Teheran sta certamente cercando di realizzare missili balistici intercontinentali. Possiede un numero molto elevato di missili balistici, in particolare missili balistici a corto raggio che minacciano gli Stati Uniti e le nostre basi e partner nella regione. E tutte le nostre basi negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, in Bahrein. Possiedono anche risorse navali che minacciano la navigazione e cercano di minacciare la Marina statunitense. Si tratta di una minaccia insostenibile, una minaccia grave”.
Quel giorno, mentre gli Stati Uniti chiedevano senza riserve la consegna dell’uranio arricchito iraniano, lo smantellamento totale di tutti i centri nucleari e del programma missilistico, Araghchi già definiva irricevibili le richieste americane e cercava di offrire agli USA una collaborazione economica con aperture alle aziende americane nei settori di petrolio, gas e minerali autorizzate, pare, dallo stesso ayatollah Khamenei.
Era lo stesso Financial Times a dar credito al fatto che un possibile compromesso poteva essere favorito da accordi economici, scrivendo di una “offerta specificamente rivolta a Trump, un’importante manna economica in termini di petrolio, gas, diritti minerari, minerali essenziali e tutto il resto”.
Ma non bastava e l’intransigenza americana faceva sempre più trasparire la volontà di Washington di entrare in guerra per sfruttare il momento di debolezza interna del regime teocratico, il che avrebbe in sostanza finito col rendere inevitabile la guerra.

Che il vento stesse per cambiare emergeva nelle stesse ore da indiscrezioni della testata Politico secondo cui i consiglieri di Trump preferivano che fosse Israele ad attaccare per prima le installazioni e le basi iraniane, ripetendo in sostanza un copione simile a quello della guerra dei 12 giorni di giugno 2025. In tal modo, infatti, l’intervento USA sarebbe configurato come un supporto all’alleato ebraico, anche nella difesa dalla prevedibile rappresaglia di Teheran, per cercare di rendere l’intervento politicamente più accettabile agli elettori americani. Scriveva Politico il giorno 26:
“C’è chi, all’interno e all’esterno dell’amministrazione, pensa che la situazione politica sarebbe molto migliore se gli israeliani agissero per primi e da soli e gli iraniani si vendicassero contro di noi, dandoci più motivi per agire”.
Ciò è stato in sostanza confermato dalla prima scintilla del conflitto, che dalle ricostruzioni delle ore successive è stata originata dalla segnalazione, la mattina del 28 febbraio, della CIA agli israeliani della presenza certa dell’ayatollah Khamenei a una riunione di alti funzionari nel cuore di Teheran, presso il complesso del potere del quartiere di via Pasteur.

L’attacco sarebbe stato condotto da caccia israeliani che avrebbero sganciato almeno 30 ordigni sul complesso, fra cui missili aerobalistici Golden Horizon, in quella che è stata una delle prime azioni, se non la prima, del conflitto.
Così, in modo inusuale, l’offensiva è iniziata in pieno giorno, anziché in ore notturne. Subito sono stati uccisi diversi altri leader iraniani, su tutti il capo dei pasdaran Mohammad Pakpour, comandante dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), Ali Shamkhani, stretto consigliere della Guida Suprema e capo del Consiglio Nazionale di Difesa, il ministro della Difesa Aziz Nasizadeh e il capo di Stato Maggiore Abdelrahim Mousavi.
Fin dal primo giorno i media israeliani parlavano di “operazione pianificata da mesi” e in particolare Channel 12 citando “fonti della sicurezza” anticipa che questa “fase iniziale dell’attacco dovrebbe durare quattro giorni”. Il ministro della Difesa Israel Katz è stato il primo ad annunciare “un attacco preventivo” dichiarando poi “lo stato di emergenza immediato in tutto il Paese” nell’attesa della reazione iraniana.
L’aviazione israeliana ha usato dall’inizio 200 caccia, soprattutto F-35I Adir, la versione israeliana del caccia americano, che a differenza degli F-35 delle forze aeree europee (anche l’italiana) ha elettronica e codici autoctoni, quindi può funzionare anche senza il consenso degli americani.
Ma anche le varie versioni israeliane degli F-15 ed F-16 americani, come F-16C/D Barak e F-16I Sufa, F-15I Raam e F-15A/C/D Baz. Gli Stati Uniti sono seguiti a ruota fin dai primi minuti con la panoplia che avevano radunato nella regione nell’arco delle tre settimane precedenti.

A cominciare dai gruppi delle due portaerei Gerald Ford, a Est di Israele a copertura dell’alleato, e Abraham Lincoln al largo dell’Oman, ciascuna con a bordo circa 90 fra aerei ed elicotteri. D
ai ponti hanno iniziato a decollare i caccia F-35C e F/A-18 Super Hornet. La US Navy ha anche nella regione fino a sei cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, ciascuno in grado di lanciare fra 56 e 96 missili da crociera BGM-109 Tomahawk. Ma tali navi hanno anche come caratteristica peculiare il sistema antimissile Aegis che assicura una protezione notevole alle navi della loro squadra o eventualmente ai tratti costieri vicini alla nave (nel caso di Israele o delle basi americane della zona).
Ci sono poi decine di caccia con base a terra, in Giordania, Israele e Qatar, della US Air Force, F-15E, F-16, F-22 ed F-35A. Gli americani hanno utilizzato anche sistemi particolari, come i droni LUCAS, considerati un corrispettivo USA degli Shahed iraniani.
Fin dalle prime ore si registrava, accanto ai molteplici raid sulle basi missilistiche e sulle caserme e comandi dei pasdaran, una tremenda tragedia, con il bombardamento per errore di una scuola elementare femminile a Minab, sembra colpita perché situata a soli 60 metri da una caserma del corpo marittimo dei pasdaran e frequentata, pare, dalle figlie dei militari.
Dopo due giorni di scavi e ricerche fra le macerie, il bilancio aggiornato al 2 marzo della distruzione della scuola era arrivato a ben 165 morti, fra ragazzine e insegnanti, e 96 feriti.

Sulla responsabilità della tragedia, inizialmente attribuita agli israeliani, il portavoce israeliano colonnello Nadav Shoshani, s’è limitato a dire: “Non sono al momento a conoscenza di alcun attacco americano o israeliano in quella località”.
E’ poi stato riferito che potrebbe essersi trattato di un missile da crociera Tomahawk lanciato dalla US Navy, ma il caso è ancora incerto. L’impegno americano era stato giustificato da Trump anche come azione preventiva per il pericolo di imminenti attacchi iraniani alle basi americane nel Golfo, ma in seguito, il 2 marzo, l’agenzia Reuters ha rivelato indiscrezioni sul fatto che funzionari del Pentagono avevano ammesso, durante un briefing a porte chiuse al Congresso, che non vi erano informazioni di intelligence che suggerissero che l’Iran avesse intenzione di attaccare per primo le forze statunitensi.
Nell’udienza riservata, tenutasi il 1° marzo e durata 90 minuti, sarebbe emerso secondo Reuters che “non vi era alcun indizio che gli iraniani intendessero colpire per primi”, né che stessero “sviluppando un missile intercontinentale” come sostenuto da Trump.
Fra le zone bombardate, oltre alla capitale Teheran, si segnalavano esplosioni a Isfahan, Qom, Lorestan, Kermanshah, Karaj e Tabriz. Al mattino del 1° marzo una nuova ondata ha investito obbiettivi militari a Karaj, Qom, Bushehr, Ahvaz, Orumiyeh e Hamedan.
Caccia americani della portaerei Lincoln avrebbero bombardato quel giorno la base aerea di Shiraz dove ha sede il 72° squadrone dell’aviazione iraniana dotato di bombardieri supersonici russi Sukhoi Su-24 MK, probabilmente in gran parte distrutti o danneggiati al suolo.
Il CENTCOM ha confermato il giorno 1 che nella notte l’US Air Force ha impiegato quattro bombardieri pesanti Northrop B-2 Spirit del 509° Bomb Wing di base a Whiteman, nel Missouri.

Come già accaduto nel giugno 2025, i B-2 sono decollati direttamente dalla loro pista in Nordamerica, arrivando sull’Iran con un lunghissimo volo intervallato da vari rifornimenti in aria. I grandi bombardieri ad ala volante hanno colpito la base iraniana di missili balistici di Haji Abad nella provincia meridionale di Hormozgan, dove i vettori sono ricoverati in bunker sui loro autocarri lanciatori.
Si sa che ogni B-2 trasportava un numero imprecisato di bombe GBU-31 JDAM a guida satellitare da 900 kg ciascuna, in grado di penetrare circa 1,8 m di cemento armato. Il comando americano CENTCOM ha confermato che l’US Air Force ha usato quattro bombardieri pesanti Northrop B-2 Spirit, “ala volante” invisibile ai radar, per sganciare bombe da 1000 kg sulle rampe sotterranee di lancio dei missili balistici iraniani.
I B-2 sono decollati dalla base Whiteman in Missouri (USA) arrivando nella zona dopo un volo durato tutta la notte con vari rifornimenti in aria. Il CENTCOM ha anche dichiarato “distrutto il quartier generale dei Pasdaran, la testa del serpente che ha ucciso 1000 americani in 47 anni”.
Un primo rapporto sui raid israeliani ha indicato in 2000 le bombe sganciate nelle prime 36 ore, circa metà di tutte le bombe sganciate in 12 giorni nell’offensiva del giugno 2025, e in 50 i droni iraniani abbattuti presso Israele, senza però rivelare quanti missili balistici iraniani sono stati intercettati.
Colpita la sede della televisione statale Irib nel centro di Teheran, che già in giugno era stata danneggiata. Il presidente USA Donald Trump ha definito il 1° marzo le operazioni americane “più avanti del previsto” e rivendicato l’uccisione di “48 esponenti del regime”, fra maggiori e minori.

Sempre stando al presidente, gli americani hanno affondato, al 1° marzo, tra Golfo Persico e Mare Arabico 9 navi da guerra iraniane, fra cui una corvetta di classe Jamaran, sventrata al molo di Chah Bahar. Smentito dalla US Navy e dal CENTCOM un attacco alla portaerei Lincoln di 4 missili iraniani, che non si sarebbero nemmeno avvicinati alla nave. Intanto la portaerei francese Charles De Gaulle si è messa in rotta dal Baltico verso il Mediterraneo. Quel giorno si chiudeva con un bilancio ancora provvisorio di 201 morti e 747 feriti nel solo Iran, mentre la rappresaglia iraniana contro Israele aveva fino ad allora ucciso 9 persone e ferito 121.
Negli altri paesi arabi i contrattacchi iraniani avevano causato 6 morti: in Iraq due morti e cinque feriti; in Kuwait un morto e 32 feriti; negli Emirati Arabi Uniti tre morti; in Oman cinque feriti; in Bahrein cinque feriti.
Un boccone indigesto
Così è stato scatenato un conflitto dalle conseguenze ancora imprevedibili contro una nazione che, pur con enormi problemi interni, può rivelarsi coriacea. L’obbiettivo di un cambio di regime è apparso fin dai primi giorni arduo, se non impossibile, contando che l’idea di sostenere potenziali ribelli solo dal cielo è già stata foriera di instabilità nel 2011 in Libia, dove l’abbattimento del potere di Gheddafi ha solo portato a una perenne guerra civile e spaccatura del paese, perdurante dopo 15 anni.
Quanto all’ipotesi di un intervento di terra, se si escludono ipotetici raid limitati sulle coste o infiltrazioni di forze speciali, appare assolutamente improponibile anche per una superpotenza come gli Stati Uniti, a meno di non volervi restare impegolati per anni.
In Afghanistan un impegno ventennale, dal 2001 al 2021, di USA e NATO non è bastato a evitare il ritorno al potere dei talebani a Kabul. Ebbene l’Iran è un paese molto più grande dell’Afghanistan o dell’Iraq.
Improponibili sono truppe d’invasione in un paese esteso 1,6 milioni di chilometri quadrati, 4 volte l’Iraq e 2 volte e mezzo l’Afghanistan.
L’Iran è molto popoloso, oltre 92 milioni di abitanti e nonostante le incursioni aeree mantiene una struttura statale e industriale cospicua, con un esercito terrestre di 350.000 soldati, più 190.000 Pasdaran, la truppa d’elite, e 600.000 Basij, la milizia popolare governativa.

Impossibile quindi un’invasione. Plausibile, forse, che piccoli gruppi di truppe speciali USA, come la Delta Force dell’esercito o gli SEAL della marina, compiano rapide incursioni per sabotaggio o azioni mirate, “stile Venezuela”. Ma Teheran è lontana dalle coste, distando fra 700 e 1200 km dalle acque del Golfo Persico e del Mare Arabico. Gli elicotteri MH-60 Blackhawk dei commandos USA hanno un’autonomia di 590 km, ma possono compiere rifornimenti in volo e passare dall’Iraq, la cui frontiera dista dalla capitale iraniana 500-600 km.
Su simili azioni peserebbe la “maledizione” della fallita Operazione Eagle Claw del 1980, quando la Delta Force abortì l’incursione a Teheran per liberare gli ostaggi nell’ambasciata americana.
La leadership iraniana, nonostante le perdite, è ottimista, al momento, e dal morale alto. Per il ministro degli Esteri Araghchi, “sarà Teheran a decidere quando e come finire la guerra”.
Spiega: “Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dell’esercito statunitense nei nostri immediati oriente e occidente. Abbiamo incorporato le lezioni di conseguenza. I bombardamenti nella nostra capitale non hanno alcun impatto sulla nostra capacità di condurre la guerra. La Difesa a mosaico decentralizzata ci consente di decidere quando e come la guerra finirà”.
E il segretario alla Sicurezza Larijiani aggiunge, non senza rivendicare l’antichissima eredità della Persia e dell’Elam: “L’Iran, al contrario degli USA, s’è preparato per una guerra lunga. Come nei passati 300 anni, l’Iran non ha iniziato questa guerra e le nostre coraggiose Forze Armate non sono state coinvolte in alcun attacco a parte la difesa. A prescindere dai costi, difenderemo fieramente noi stessi e la nostra civiltà antica di seimila anni e faremo pentire i nemici dell’errore di calcolo”.
Un esperto italiano, il professore di Relazioni Internazionali Federico Donelli, docente a Trieste, ha così commentato quella che ormai appare una miopia israelo-americana nell’ingaggiare un simile nemico: “In 40 anni in Iran è stata creata e consolidata una struttura politico-istituzionale che può andare avanti e funzionare anche sotto tali attacchi. E’ ancora presto per parlare di regime che crolla. Alle operazioni militari manca l’aspetto politico. Già in Venezuela non si è capito quale sia il post Maduro. In Iran la situazione è ancora più complessa.

Se, nel Paese sudamericano la struttura era verticale quindi eliminato il vertice cambia la situazione, in Iran anche se, come sembra, sono stati decapitati centri di potere, la struttura politico-istituzionale e le forze militari sono organizzate in modo orizzontale”.
In effetti, il regime è collegiale e non legato a una singola personalità, quindi uccidere alcuni alti esponenti ha poche conseguenze su un sistema organizzato come una rete.
Prosegue Donelli: “In Iran c’è una dissidenza interna e una esterna al paese, ma i dissidenti interni non vogliono questo tipo di cambio, con vertici decisi da Stati Uniti o da Israele”. E inoltre: “Nessuno dei paesi del Golfo vuole Israele leader regionale. A prescindere da Khamenei, non si vuole che Israele colmi il vuoto, è pericoloso”.
Chiaramente il punto di forza dell’Iran è costituito dal suo notevole arsenale di missili balistici e di droni. I missili a maggior gittata di cui dispone l’Iran come Khorramshahar, Kheibarshekan, Emad, Seijii e Ghadr-110, arrivano fra 1400 e 2000 km.
Come noto, non esiste alcuna prova che l’Iran stia concretamente sviluppando un vettore intercontinentale in grado di arrivare in Nordamerica. Vero è che gli iraniani dispongono di alcuni tipi di razzi vettori spaziali, come Safir, Simorgh e Qaem, che sono in grado di porre un satellite, ancorché di piccole dimensioni, in orbita terrestre.
E quindi, in linea di principio, i vettori spaziali possono fare da base progettuale per un ipotetico futuro missile a gittata intercontinentale, sebbene un vettore militare necessiti di adattamenti particolari in termini di compattezza, mobilità, praticità rispetto a un razzo spaziale.

Per ovviare all’intercettazione da parte dei sistemi antimissile israeliani, americani e dei paesi alleati della regione, come le batterie Patriot e THAAD, oltre allo scudo multistrato israeliano costituito dai sistemi Iron Dome, David’s Sling e Arrow, l’Iran può tentare di saturare radar e missili antimissile mediante lanci simultanei di vari ordigni.
Difficile dire però quanto possano durare le scorte di missili iraniani se il conflitto dovesse durare varie settimane. E lo stesso ragionamento vale, all’inverso, per il munizionamento dei sistemi antimissile avversari. Alla vigilia della guerra di giugno 2025 si stimava che l’Iran avesse 3.000 missili balistici, di varie gittate.
Alla fine della guerra di giugno era rimasto un numero di missili fra 1.500 e 2.000. Nell’imminenza dell’attuale conflitto, fonti come la testata israeliana Ynet hanno riportato le nuove stime di Mossad e CIA che parlano di forse 2.500 missili.
I pasdaran hanno riorganizzato la produzione e sarebbero in grado di fabbricare 100 nuovi vettori al mese. Previsioni israeliane ipotizzavano che già nel 2027 l’Iran avrebbe avuto 5.000 missili.
Nell’attuale conflitto, stando a esperti sentiti dal Financial Times, anziché ondate molto nutrite, gli iraniani tendono a lanciare un numero maggiore di ondate, ciascuna però con pochi missili e dando la precedenza ai tipi meno sofisticati, in modo da far consumare le difese avversarie contro obbiettivi meno paganti e risparmiare per i prossimi giorni i missili più prestanti.
Per l’analista britannico Robert Campbell: “Sanno che gli arsenali degli antimissile nemici sono costosi e richiedono anni per essere colmati. Lanciano i missili più vecchi a combustibile liquido per smaltirli, tenendo quelli più moderni a combustibile solido per attacchi successivi”.
Teheran può variare eventualmente il ritmo giornaliero dei lanci per cercare di conservare più a lungo i suoi missili ma i bombardamenti sulle fabbriche possono condizionarne la produzione e manutenzione.

Intanto anche gli americani devono fare i conti con la possibile carenza di missili antimissili, stando al Wall Street Journal, che ricorda come lo stesso Trump sia stato avvertito dai generali che l’America ha scorte limitate di costosi missili antimissile che costituiscono le munizioni dei sistemi Thaad, Patriot e Standard Missiles SM3.
Secondo il giornale americano, il presidente è stato ammonito dal Pentagono e purtuttavia ha deciso di giocare d’azzardo con questa campagna, per cercare di distruggere missili, postazioni di lancio di missili, basi aeree e droni iraniani prima che si esauriscano gli intercettori per respingere la risposta di Teheran. Non si sa esattamente quante siano le scorte di antimissile americani, ma il Wall Street Journal suggerisce che le varie guerre degli ultimi, in Iran, Yemen eccetera, abbiano assottigliato le scorte USA e degli alleati.
E che proprio l’urgenza di distruggere la capacità di Teheran di rispondere con missili e droni ha portato Stati Uniti e Israele a colpire per primi, anche le scorte dei missili Tomahawk e di sistemi aviolanciati non sarebbero molto ingenti, tenuto conto che è un rischio per l’America sguarnire altri scacchieri, specie nel Pacifico.
Diluvio sul golfo
L’offensiva aerea e missilistica israelo-americana prosegue, tanto che il 2 marzo 2026 in Iran si superavano 550 morti e fonti israeliane confidavano a Ynet che fino a quel momento erano state sganciate sull’Iran “3800 bombe, più che nei 12 giorni di giugno 2025”, ripartite in 2300 israeliane e 1500 americane. E l’US Air Force ha dislocato nella regione bombardieri pesanti Rockwell B-1B Lancer per “una missione in profondità all’interno dell’Iran” volta a centrare le basi dei missili balistici. Secondo il Centcom una prima missione del genere è stata già effettuata e sono state mostrate immagini di due B-1B in manutenzione in una “base aerea sconosciuta”.
Intanto le truppe di Teheran hanno sempre più intensificato le loro azioni di ritorsione contro Israele e i paesi vicini che ospitano basi USA o alleate.

Al tentato attacco con “4 missili balistici” nei confronti della portaerei Lincoln, che non è stata colpita, hanno fatto seguito i primi attacchi iraniani a navi nella regione dello stretto di Hormuz, che di fatto è interdetto al transito di centinaia petroliere e navi gasiere.
Già il 1° marzo secondo l’autorità di sicurezza marittima britannica Ukmto, l’United Kingdom Maritime Trade Operations, una nave è stata colpita al largo delle coste dell’Oman “da un proiettile sconosciuto (drone?) sopra la linea di galleggiamento”. In un altro episodio, un’altra imbarcazione è stata colpita da un proiettile sconosciuto, mentre la società di sicurezza marittima Vanguard Tech ha dichiarato che si trovava “a circa 17 miglia nautiche a nord-ovest di Mina Saqr, negli Emirati Arabi Uniti”.
In Israele, i lanci di missili, fra cui i moderni Kheibarshekan, hanno colpito varie città come Tel Aviv e Haifa, fra l’altro prendendo di mira anche l’ufficio di Netanyahu, e hanno causato finora 12 morti e ben 777 feriti.
Dopo che dal Libano il movimento filoiraniano Hezbollah ha ripreso lanci di razzi, Israele ha reagito bombardando obbiettivi Hezbollah a Beirut e in altre zone del paese. Non solo, l’esercito ebraico starebbe anche pensando all’ipotesi di una nuova campagna terrestre in Libano per sgominare il movimento alleato di Teheran, stando a quanto dichiarato il 2 marzo da una fonte della sicurezza israeliana al canale di notizie saudita Al-Hadath, rilanciato dal Times of Israel: “La nuova offensiva dell’IDF (Israeli Defence Forces) contro Hezbollah sarà ampia e completa e potrebbe includere un’invasione di terra. Non ci sarà alcuna immunità per nessun politico o figura militare di Hezbollah, e nemmeno per i suoi sostenitori”.
Intanto la ritorsione iraniana con missili e droni si fa sentire. Negli Emirati Arabi Uniti il concomitante blocco dei voli civili ha bloccato lì dal 1° marzo 58.000 cittadini italiani.

A Dubai è risultato bloccato per un breve periodo il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, prima di fare ritorno con un volo militare. Le compagnie aeree che servono il Medio Oriente, come Ita, Lufthansa, Air France, Swiss, Turkish Airlines e Air India, hanno sospeso i voli da e per Israele e le nazioni del Golfo Persico per vari giorni. Ordigni sono piovuti su Dubai e Abu Dhabi, causando almeno un morto.
Gli iraniani miravano alla base aerea americana di Al Dhafra, 32 km a Sud di Abu Dhabi, ma l’imprecisione dei missili o la ricaduta di ordigni, o parti di essi, colpiti dall’antiaerea ha causato vari danni. A Dubai, impatti si sono registrati sul lussuoso complesso residenziale The Palm, l’isola artificiale Palm Jumeirah dove si sono visti incendi e fumo vicino all’albergo a cinque stelle Fairmont The Palm, non si sa ancora se per un drone o un missile, o rottami da intercettazione.
Secondo il Ministero della Difesa emiratino l’antiaerea, basata su missili Patriot e caccia, “ha abbattuto vari ordigni i cui frammenti sono caduti in aree sparse di Abu Dhabi e Dubai”. Un comandante dei pasdaran iraniani, Ibrahim Jabari, ha dichiarato all’emittente libanese ‘Al-Mayadeen’ che “i Guardiani della Rivoluzione iraniana hanno lanciato 1200 missili dall’Iran in varie direzioni subito dopo l’attacco”, aggiungendo che “la chiusura dello Stretto di Hormuz è in corso”. Sbarrare Hormuz con mine e missili antinave potrebbe, secondo il Financial Times, portare il prezzo del petrolio ben oltre i 100 dollari al barile, dagli attuali 65 dollari. Il grosso dei missili iraniani è stato lanciato in più ondate verso Israele.
Il governo ebraico ha reso noto che almeno 38.500 turisti stranieri sono attualmente bloccati in Israele. In Kuwait, ordigni iraniani, con schegge di ricaduta, hanno toccato la base americana di Al Salem, dove si trovano anche 330 militari italiani, col ferimento di tre soldati kuwaitiani, ma i feriti totali nel paese sono 12. In Bahrein, è stato attaccato e colpito il quartier generale della 5° Flotta della Marina USA, e droni iraniani hanno colpito edifici residenziali.
In Giordania, dove tentavano di centrare la base USA di Muwaffaq Al Salti, stavano arrivando “49 fra droni e missili”, stando alle forze di Amman, ma “13 missili balistici sono stati intercettati con successo e molti droni abbattuti”, con “caduta di oggetti e schegge senza vittime”. Nel mirino anche la base di Al Udeid in Qatar, dove nel cielo di Doha Al Jazeera ha riferito di intercettazioni e quella di Sultan in Arabia Saudita, ma un comunicato del Central Command americano parla di “danni minimi alle basi installazioni americane” nella regione. Il principe Bin Salman, “uomo forte” di Riad ha telefonato ai leader di EAU, Bahrein, Kuwait e Giordania in solidarietà pan-araba, essendo tutti stati oggetto dei raid iraniani e anche i palestinesi dell’ANP hanno “condannato fermamente gli attacchi iraniani ai paesi arabi”.

Il 2 marzo si sono registrati danni e incendio all’ambasciata americana a Kuwait City. Sempre in Kuwait la base aerea americana di Ali al-Salem in Kuwait è stata “completamente messa fuori servizio” a seguito di recenti attacchi missilistici e con droni. Negli Emirati Arabi Uniti sarebbe stata distrutta una postazione antiaerea americana THAAD ad Al Ruwais oltre a una “stazione della CIA” con 6 morti legati ai servizi USA. In fiamme la base del comando della 5° Flotta USA in Bahrein, come risulta da video diffusi il 2 marzo.
Il ministero della Difesa francese ha confermato che la base militare francese ad Abu Dhabi è stata oggetto di un attacco iraniano, in particolare, l’impianto di stoccaggio degli aeromobili è stato danneggiato.
Nel complesso finora risultano nel mirino dei missili iraniani nella regione persica: In Bahrein la base di Juffair e il quartier generale della 5° flotta. In Qatar la base aerea di Al Udeid. In Kuwait le basi Arifjan, Ahmad al Jaber e Mubarak. Negli EAU le basi aeree di Al Dhafra e Fujairah e il porto di Jebel Ali. In Arabia Saudita le basi Amir Sultan a Riyadh, Tabok, Khamis Mushait e Jeddah. In Giordania la base aerea di Muwaqaf Al-Sulti. In Iraq la base americana di Erbil.
I pasdaran iraniani hanno sostenuto di aver ucciso o ferito negli attacchi alle basi nel Golfo “oltre 500 militari americani”, cifra evidentemente propagandistica (gonfiata oggi a 650 morti e feriti ) e in particolare:
“La base militare statunitense in Bahrein è stata colpita da due missili balistici, mentre altre basi sono sotto attacco implacabile, con un bilancio finora di 560 soldati americani uccisi o feriti. Quattro attacchi con droni alla base navale nel Bahrein hanno inflitto gravi danni al centro di comando e supporto, mentre sono state colpite la base navale statunitensi in Kuwait di Ali Al-Salem e di Mohammed Al-Ahmad”.

Gli iraniani sostengono di aver danneggiato nell’Oceano Indiano “una nave di rifornimento di una portaerei statunitense situata a 700 km al largo della costa di Chabahar”.
Droni iraniani sono stati segnalati fino alla base britannica di Akrotiri, nell’isola di Cipro, il che costituisce il primo coinvolgimento di un territorio afferente all’Unione Europea. Secondo i comunicati da Londra: “Le forze britanniche hanno risposto a un sospetto attacco con droni alla base militare a Cipro, senza segnalare vittime. L’attacco ha colpito la base della Royal Air Force di Akrotiri a mezzanotte. La nostra protezione nella regione è al massimo livello e la base è intervenuta per difendere la nostra gente”.
Ciò avviene mentre la Gran Bretagna ha accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari britanniche per attacchi “difensivi” contro i missili iraniani e i loro lanciatori. Dal canto suo, la Francia ha ordinato alla portaerei De Gaulle di dirigersi dal Baltico, dove si trovava, al Mediterraneo Orientale, dove arriverà a giorni, oltre a dispiegare due navi militari nel Mar Rosso per le missioni UE di sorveglianza contro gli Huthi yemeniti filoiraniani.
Catastrofe economica
Dato che l’Iran dispone di discreti mezzi di interdizione, fra droni, missili antinave da batterie costiere e mine, la minaccia sullo stretto di Hormuz è concreta e ormai sono oltre 150 le petroliere bloccate su entrambi i lati del passaggio che mette in comunicazione il Golfo Persico con l’Oceano Indiano. Di fatto risulta “imbottigliato” circa il 20 % del greggio mondiale, con potenziali effetti economici dirompenti se la guerra dura troppo tempo.
La minaccia potrebbe inoltre essere presto rafforzata dalle consegne, date per imminenti, agli iraniani di missili antinave supersonici cinesi YJ-12 in grado di sfrecciare a volo radente sul pelo delle onde, potenzialmente pericolosi anche per le portaerei americane.

Stupisce la leggerezza con cui Trump ha commentato i possibili stravolgimenti economici causati dal nuovo conflitto mediorientale. Ha dichiarato: “L’effetto dell’attacco all’Iran sul prezzo del petrolio potrebbe essere meno forte per le tasche degli americani rispetto a quanto pensano gli analisti. Potrebbe esserci un aumento forte se le cose vanno male. Vedremo cosa succede. Gli iraniani hanno ucciso per 47 anni e ora la situazione si è ribaltata”.
Secondo gli analisti di Goldman Sachs, una chiusura prolungata di Hormuz causerebbe un aumento di ben il 130% del prezzo del gas per gli europei.
Che, così per ironia della sorte, si troverebbero a malpartito dopo aver aumentato la loro dipendenza dal gas arabo, soprattutto del Qatar, per non voler più acquistare il gas della Russia a seguito del conflitto in Ucraina. Spiega Goldman Sachs che i prezzi del gas naturale europeo potrebbero più che raddoppiare se il trasporto attraverso lo Stretto di Hormuz venisse interrotto per un mese. Gli indici di riferimento in Europa e in Asia non hanno quasi scontato i premi di rischio associati all’Iran, scrivono gli analisti in un report.
Circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, proveniente principalmente dal Qatar, transita attraverso questo punto nevralgico e un blocco di un mese potrebbe far aumentare i prezzi europei e quelli spot del gas naturale liquefatto asiatico del 130% fino a 25 dollari per milione di unità termiche britanniche, sintetizza Bloomberg sulla base dei calcoli di Goldman Sachs.
Tuttavia, secondo gli analisti, l’impatto sul gas naturale statunitense sarebbe probabilmente limitato. Gli USA sono un grande esportatore netto di questo combustibile super raffreddato, mentre gli impianti di liquefazione operano tipicamente a pieno regime, lasciando loro poco margine per aumentare le spedizioni.

In media oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno attraversano lo stretto di Hormuz. Si tratta quindi di uno dei maggiori choke-point strategici del mondo. Anche se l’Iran non ha dichiarato una chiusura formale a livello internazionale, i media statali e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica hanno annunciato che il passaggio è “praticamente chiuso”. Il volume del traffico mercantile attraverso Hormuz è crollato del 70% nelle prime 24 ore dall’inizio delle operazioni militari.
Con la guerra si registra un balzo dei prezzi di noleggio per le navi cisterna utilizzate per il trasporto del gas naturale liquefatto. Gli armatori e i broker, secondo quanto riporta Bloomberg, chiedono oltre 200.000 dollari al giorno per le navi cisterna, circa il doppio del prezzo che veniva pagato prima dell’attacco all’Iran. L’impennata delle tariffe delle navi, secondo quanto evidenzia l’agenzia, ha portato ad un calo vertiginoso delle richieste di utilizzo delle navi. Al momento, secondo quanto riferiscono fonti, non ci sono transazioni in corso con i prezzi correnti.
I premi per il rischio di guerra per le navi che transitano nel Golfo sono aumentati vertiginosamente, spingendo molti armatori (tra cui Msc e Hapag-Lloyd) a sospendere i viaggi o a cercare “ripari sicuri”. Gli analisti prevedono che il prezzo del Brent possa superare rapidamente i 100 dollari al barile, con stime fino a 140 dollari in caso di blocco prolungato.
Non a caso, il giugno scorso dopo l’attacco israeliano all’Iran la prima conseguenza economica fu il balzo del prezzo del greggio con il Brent che torno’ sopra i 74 dollari al barile per chiudere al +7%. Fu un’impennata giornaliera che non si vedeva dal 2022, quando la Russia invase l’Ucraina. A giugno JP Morgan stimo’ in caso di blocco del passaggio, un balzo dei prezzi fino a 120 dollari al barile con conseguenze molto importanti sulla vita di tutti i giorni a livello globale.
Ma dallo stretto di Hormuz non passa solo il greggio. Attraverso quel tratto di mare passano i cargo carichi di GNL che dal Qatar vanno in Europa, nel Middle East asiatico e in Cina. E proprio Pechino, che è la seconda economia al mondo dopo gli Stati Uniti, è un grande acquirente di petrolio iraniano (circa 1,5 milioni di barili al giorno).
Se tali forniture dovessero interrompersi, la Cina sarebbe costretta a rifornirsi altrove, a prezzi più alti con conseguenze a catena per l’inflazione globale anche se Pechino, che acquista il 90 per cento dell’export iraniano (1,6 milioni di barili al giorno), disporrebbe di riserve strategiche per circa 1,5 miliardi di barili di petrolio, sufficienti a coprire circa 200 giorni di importazioni di petrolio.

Lo ha detto al Wall Street Journal Michael Haigh, responsabile della ricerca sulle materie prime presso la Société Générale.
Il greggio iraniano, scrive il quotidiano economico Usa, “viene acquistato principalmente da piccole raffinerie indipendenti ‘teapot’ in Cina, che sono ben rifornite nel breve termine e difficilmente si rivolgeranno al mercato principale per competere con altri acquirenti di greggio, secondo gli analisti.
Anche prima dell’inizio del conflitto sabato, l’Iran aveva accelerato il carico di petrolio greggio sulle navi in preparazione di giorni di carico nullo o basso, secondo il fornitore di dati sulle materie prime Kpler.
L’attuale livello di petrolio iraniano in transito è di circa 190 milioni di barili, pari a circa cinque mesi di domanda cinese di greggio iraniano, secondo Muyu Xu, analista senior del petrolio presso Kpler. Ciò significa che le raffinerie cinesi ”teapot” hanno cinque mesi di tempo per trovare forniture alternative anche se ci fosse un cambio di regime in Iran, ha affermato Xu”.
Ultim’ora
Mentre pubblichiamo questo articolo giungono ulteriori notizie dal conflitto che segnaliamo schematicamente.
- La Francia ha reso noto che schiererà a Cipro sistemi antimissile e antidrone, nonché una fregata, per potenziare le proprie capacità di difesa aerea. Anche la Grecia contribuirà alla difesa aerea di Cipro. Una batteria Patriot sarà trasferita entro oggi sull’isola di Karpathos per rafforzare la difesa antiaerea nella regione alla luce delle tensioni in Medio Oriente. Lo riferisce l’emittente pubblica “Ert”, precisando che la misura rientra in un più ampio piano di deterrenza. Nei giorni scorsi il Consiglio di difesa nazionale, guidato dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis, ha deciso l’invio a Cipro di due fregate e quattro caccia F-16 Viper per fronteggiare eventuali minacce provenienti dallIran o da Hezbollah. Il ministro Difesa Nikos Dendias si reca oggi a Cipro accompagnato dal capo di Stato maggiore Dimitrios Houpis. Secondo quanto riportato dalla stampa greca, il dispiegamento della fregata Kimon, di una unità tipo Meko Psara e degli F-16 Viper mira a rafforzare la capacità di deterrenza e a testare in un contesto operativo reale le nuove capacità delle Forze armate elleniche.

- Il Qatar ha smentito le notizie secondo cui le scorte di missili intercettori Patriot sarebbero esaurite, assicurando che il sistema di difesa aerea resta pienamente operativo. In una nota diffusa dall’Ufficio stampa internazionale del Qatar, Doha ha precisato: “Contrariamente a quanto pubblicato da ‘Bloomberg’ lunedi’ sera, le scorte di missili intercettori Patriot del sistema di difesa aerea del Qatar non sono esaurite e restano pienamente operative e dotate di riserve sufficienti”. Il comunicato aggiunge: “Le Forze armate del Qatar hanno dimostrato, in numerose occasioni, la loro elevata efficienza nel proteggere la sicurezza del Paese e nel fronteggiare qualsiasi minaccia esterna, e sono pienamente preparate e pronte a garantire la sicurezza di tutti i cittadini, residenti e visitatori, qualunque sia la necessità”. La smentita arriva dopo un servizio di “Bloomberg” che ipotizzava l’esaurimento delle scorte di intercettori Patriot in seguito agli attacchi missilistici e con droni registrati nella regione.
- La Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito che il bilancio delle vittime dell’offensiva israelo-statunitense in Iran è salito a 787 morti. Secondo le stime dell’intelligence israeliana, oltre 1.000 Guardie Rivoluzionarie sarebbero state uccise finora nella guerra. Lo riporta YNET.

- Il dipartimento di Stato Usa ha ordinato la partenza di tutto il suo personale diplomatico “non urgente” dalle ambasciate in Iraq, Giordania e Bahrein, al quarto giorno dell’attacco americano-israeliano all’Iran, che continua a rispondere anche i siti statunitensi nella regione, come avvenuto nella notte con l’ambasciata americana a Riad. In un messaggio su X, il dipartimento di Stato ha dichiarato di aver aggiornato i suoi avvisi di viaggio per il Bahrein e la Giordania “per riflettere l’ordine dato al personale non urgente del governo americano e ai membri delle loro famiglie di lasciare questi paesi”. In un altro avviso aggiornato per l’Iraq, il ministero afferma di aver “ordinato ieri al personale non urgente del governo americano di lasciare l’Iraq per motivi di sicurezza”.
- Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, non vede nessun cambio di regime all’orizzonte in Iran, come auspicato da molti iraniani, ma piuttosto prospetta una crisi globale. “Una parte del popolo iraniano auspica un cambiamento del regime e degli equilibri di potere come risultato di questa guerra, ma per il momento non si vede alcun passo in questo senso. Al contrario il coinvolgimento di altri Paesi arabi ha portato il conflitto a espandersi, Israele ha colto l’occasione per attaccare anche il Libano e la chiusura dello stretto di Hormuz finirà con l’avere serie conseguenze a livello globale”, ha dichiarato Fidan.
- Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov ha affermato che le aspirazioni degli Stati Uniti di controllare altri Paesi, espresse dal Il segretario di Stato americano Marco Rubio, potrebbero non limitarsi a Iran, Venezuela e Cuba. “Rubio, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha recentemente ipotizzato la possibilità che gli Stati Uniti governino l’Iran nello stesso modo in cui hanno annunciato che governeranno il Venezuela. Ora stanno tentando un piano simile per Cuba – ha osservato Lavrov, citato da Ria Novosti – E questa probabilmente non è la fine”.

- L’autorizzazione all’intervento militare contro l’Iran rappresenta, secondo il New York Times, “la più grande scommessa della sua presidenza” per Donald Trump. Il quotidiano sottolinea che il presidente mette a rischio la propria posizione politica di fronte all’aumento delle vittime, al rialzo dei prezzi del petrolio e alla possibile estensione del conflitto nell’intera regione. Sei militari americani sono stati uccisi e alcuni jet statunitensi risultano abbattuti, mentre i mercati si preparano a possibili turbolenze legate alle forniture energetiche. Trump ha indicato che la campagna potrebbe protrarsi per settimane e il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che “i colpi più duri devono ancora arrivare dall’esercito statunitense”. Per il Nyt, si profila il conflitto più esteso per Washington dall’invasione dell’Iraq del 2003.
- Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato che le scorte di munizioni a disposizione delle forze armate sono ai massimi livelli nelle categorie “media” e “medio-alta”, ma ha ammesso che “al livello più alto” non hanno ancora raggiunto il livello voluto dalla sua amministrazione. In un messaggio pubblicato sulla piattaforma sociale Truth, Trump ha scritto che “al livello più alto abbiamo una buona disponibilità, ma non siamo dove vorremmo essere”. Il presidente ha inoltre precisato che “ulteriori armamenti di alta gamma sono stoccati per noi in Paesi esterni”. Secondo fonti citate dall’emittente televisiva statunitense CNN, il capo dello Stato maggiore congiunto delle forze Usa, generale Dan Caine, e altri funzionari del Pentagono avevano messo in guardia nelle scorse settimane in merito ai possibili effetti di un’operazione protratta contro l’Iran sulle truppe e sugli assetti dispiegati in Medio oriente, nonché sull’impatto di una campagna prolungata sulle scorte di armamenti Usa, in particolare quelle destinate al sostegno di Israele e Ucraina. Trump ha poi criticato il suo predecessore Joe Biden, accusandolo di aver destinato “centinaia di miliardi di dollari” all’Ucraina senza provvedere a rimpiazzare gli equipaggiamenti ceduti, citando in particolare il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy.
Foto: US Dept. of War, IRNA, TASS, FARS e Israeli Defence Forces.
Mappe: ISW
Mirko MolteniVedi tutti gli articoli
Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.







