Guerra contro l’Iran: l’impatto sull’Italia nel rapporto del centro studi di Confindustria

 

 

Il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran influenza le previsioni di primavera del Centro Studi di Confindustria che taglia le stime di crescita dell’Italia valutando ipotizzando tre scenari:

  • il peggiore, quello di una guerra che si protragga per tutto l’anno, 10 mesi, il Pil 2026 è visto “in recessione” a – 0,7%;
  • con 4 mesi di guerra, fino a giugno, “è stimato in stagnazione”, crescita zero;
  • con uno stop alla guerra entro marzo “sarà pari a +0,5%”.

Ad autunno la stima degli economisti di viale dell’Astronomia era +0,7%. I tre scenari “non contemplano una auspicabile azione sia a livello europeo che italiano per affrontare una situazione grave”: per Confindustria “si impone quindi la preparazione immediata di misure italiane ed europee in grado di sostenere l’economia di imprese e famiglie”.

“Il contributo dell’export netto alla crescita del PIL resterà negativo nel 2026 e tornerà appena positivo solo nel 2027”, sottolinea il Centro studi. Nel rapporto si legge che “dopo due anni di calo, l’export italiano di beni e servizi è tornato in crescita nel 2025 (+1,2%), superando le attese condizionate dai dazi USA e dall’incertezza geopolitica. L’export netto, comunque, è risultato ampiamente negativo.

Nella prima parte del 2026, gli scambi subiranno gli effetti a catena del conflitto contro l’Iran: rallentamento della domanda mondiale, calo della fiducia, balzo delle quotazioni energetiche e dei costi di trasporto, aumenti dei prezzi di materie prime e altre forniture dall’estero”.

Lo stesso rapporto di Confindustria valuta che con il nuovo shock energetico derivante dall’attuale conflitto in Medioriente, nel caso in cui la guerra si dovesse protrarre fino all’estate, con prezzi superiori a 60 euro/mwh per il gas e di 110 dollari al barile per il petrolio, le imprese manifatturiere italiane si troverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi l’anno in più in bolletta rispetto al 2025, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali di 1 punto percentuale in più sul 2025, passando dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026.

Secondo il Centro Studi di Confindustria, nello scenario peggiore – in cui il conflitto prosegue fino a fine anno – le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%).

Se il conflitto in Iran finisce entro questo mese “il rincaro dei prezzi di petrolio e gas presi insieme, espressi in euro, nel 2026 è ipotizzato pari al +12% rispetto al 2025”. È la stima del centro studi di Confindustria, che oggi ha presentato il Rapporto di previsione di primavera al centro congressi Roma eventi. Con quattro mesi di guerra si “arriva al +60%. Con 9 mesi di conflitto “sale addirittura al +133%.

Questo significa, meccanicamente e per il solo impatto diretto sui prezzi energetici al consumatore finale un potenziale aumento di oltre +13 punti dell’inflazione nello scenario peggiore rispetto al 2025 e +6 punti nello scenario intermedio. A questo impatto diretto vanno aggiunti gli effetti di second round, ovvero gli aumenti dei prezzi di beni e servizi non energetici che incorporano l’aumento dei costi energetici” che “in Italia si sviluppano in circa 6 mesi dallo shock iniziale”. Con uno stop alla guerra entro il mese l’inflazione “è prevista aumentare molto dai minimi di inizio anno, con un picco vicino al 3%”.

Il direttore del Centro studi di Confindustria, Alessandro Fontana, avverte: “Rischiamo di avere una crisi energetica come non l’abbiamo mai avuta nella storia, più la guerra sarà lunga, più si corrono rischi. Ritengo realistico uno scenario di chiusura della guerra a breve e un mantenimento della stabilità per un periodo mediamente lungo, che potrebbe però intersecarsi con uno scenario di tipo B, dove invece si mantiene per più mesi una certa instabilità dell’area con una capacità produttiva di gas e petrolio che non necessariamente sarà adeguata”.

(con fonti Ansa e Adnkronos)

 

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